ISCRIVERSI A FLICKR. OVVERO DIRE ADDIO ALLA PRIVACY

DI CHIARA GUZZONATO

Breve storia triste: avrei voluto iscrivermi a Flickr. Per chi non lo conoscesse, trattasi di un social network che, invece di frasi o link come Facebook o Twitter, permette di condividere immagini: un po’ come Instagram, con la differenza che ci si trovano molti meno influencer (e conseguentemente meno foto in bikini e più foto di paesaggi).

Insomma, volevo iscrivermi non tanto per caricare foto mie, quanto per apprezzare quelle (davvero belle) di altri fotografi. Inizio leggendo le “Regole della Community”, che temo siano frutto di un traduttore non proprio espertissimo. Ci sono perle del tipo “Non essere losco. Sai di cosa stiamo parlando. Non comportarti così” che, oltre a mettermi una discreta ansia, mi lasciano totalmente confusa: non devo essere losca? In che senso?

Superato il timore di essere una tipa losca e non poter quindi far parte di Flickr, decido di aprire il mio account. Dopo aver inserito nome, cognome, e-mail, età, sesso e password, faccio clic su Continua. Vengo reindirizzata su una pagina di Yahoo (Your Ad Choices), nella quale mi si chiede di accettare praticamente qualunque cosa con un semplice clic. Penso che io non voglio accettare proprio un bel niente e quindi, non senza difficoltà, riesco a trovare le impostazioni, aprire la gestione della privacy, e dopo quattromila pagine arrivo su quella corretta dove (teoricamente) mi è permesso esercitare il mio diritto alla privacy e togliere la spunta a tutte le (più di cento) aziende alle quali avrei donato i miei dati gratuitamente. Le deseleziono, attendo e mi compare un avviso: per otto aziende si è verificato un errore e, mannaggia, proprio non riusciamo a salvare le tue preferenze di privacy. Tradotto: queste otto aziende si tengono i tuoi dati.

Non mi do per vinta: riprovo, e magicamente le aziende per le quali si verifica un errore non sono più otto, ma cinque. Mi viene il dubbio che si tratti di un tranello per i meno tenaci, e così continuo a riprovare (altre dieci volte circa), ma alla fine nulla di fatto: continua a verificarsi il benedetto errore per cinque aziende.

A questo punto, se volessi creare l’account, dovrei accettare di regalare i miei dati a quelle cinque aziende. Perciò chiudo tutto e rinuncio a Flickr.

Dopo qualche minuto penso: cavolicchio, le pagine erano TUTTE in inglese. Ma io sono italiana, e mi sono iscritta a Flickr con un account italiano. Se non avessi saputo la lingua straniera, non avrei capito nulla dei miei diritti né avrei potuto scegliere di non dare i miei dati a quelle cento e passa aziende. Ci si riempie tanto la bocca di GDPR, ogni volta che apriamo un sito veniamo bersagliati da tremila pop-up (“accetti i cookies?” “dai, su, accetta i cookies!” “Se non accetti i cookies il tuo computer si disintegrerà nel giro di dieci secondi”) e alla fine… si cade su queste cose.

E poi ci sono i casi opposti: un cuoco lascia il curriculum in un hotel in Spagna, e viene richiamato poi da un altro hotel. Quando chiede come facciano ad avere il suo numero di telefono, gli rispondono che l’hanno avuto da un collega cui aveva lasciato il curriculum. Lui li denuncia e il giudice gli dà ragione, condannando chi l’aveva contattato a un risarcimento di 40.000 euro. Follie?

Ai posteri l’ardua sentenza.