Il rattoppo della PA

IL RATTOPPO DELLA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE: UN’ESPERIENZA DI VITA

DI GIOVANNI FALCONE
Dopo aver fatto parte per circa trenta anni della Pubblica Amministrazione (Guardia di finanza), con tanta amarezza ho lasciato volontariamente il Corpo per transitare alle dipendenze di un’azienda bancaria del settore privato.
Da qualche tempo, sento parlare in termini particolarmente negativi degli appartenenti alla Pubblica Amministrazione, avuto riguardo ad una corruttela continua e fannulloni di ogni specie in servizio permanente effettivo. Per quella che è stata la mia esperienza, non potendo in alcun modo generalizzare, ritengo di poterla paragonare ad “una bottiglia mezza piena”secondo una visione ottimistica, che si specchia nella società in cui opera, il cui trend potrebbe decisamente migliorare in presenza di un contesto favorevole nel suo complesso. Voglio raccontare un aneddoto di vita, vissuto direttamente, che in qualche modo può contribuire a fornire un diverso e più chiaro quadro d’insieme ed aiutare a comprendere meglio il problema.
Verso la fine degli anni ’80, ero di stanza in Calabria, al Comando di un Reparto deputato al contrasto al crimine organizzato con un centinaio di collaboratori, ai quali, per evidenti ragioni di riservatezza ed opportunità investigativa, era imposto l’uso dell’abito civile.
L’uniforme era inibita nel modo più assoluto.
Sovente, fuori dall’orario di lavoro, mi è capitato di incontrare alcuni dei citati collaboratori che, indossando la divisa ed in compagnia delle rispettive consorti, erano intenti a fare la “spesa” per esigenze di vettovagliamento familiare.
Sia pure con particolare imbarazzo, il giorno dopo, stigmatizzavo l’episodio – a mio avviso indecoroso – attraverso la formalizzazione di una “riservata personale” che puntualmente utilizzavo a fine anno per le successive valutazioni per eventuali avanzamenti di carriera.
A metà degli anni ’90, giunto in terra di Puglia ed assegnato ad altri incarichi, ebbi modo di notare, per caso, un “pantalone rattoppato” portato a spasso con tanta dignità da un mio valente collaboratore.
Dopo aver chiuso la porta dell’ufficio, non senza imbarazzo, gli chiesi le ragioni di tale disagio ed offrendomi disponibile per un eventuale aiuto da parte della gerarchia; mi sentii rispondere: “”Caro Comandante, pur lavorando da quando portavo i calzoni corti, oggi a quarantanni (con circa 20 di servizio), con tre figli, una moglie casalinga ed un terzo dello stipendio per pagare l’affitto, ho grossi problemi per arrivare alla fine del mese. Per fortuna, ho la pensione della suocera che, per tante ragioni, vorrei che fosse eterna””. Continuando, aggiunse: “”approfitto della sua domanda per dirle che quando mi ordina di venire alle quattro di mattina per uscire di servizio, dovendo utilizzare la macchina privata (al posto del solito abbonamento in pullman), quel giorno, a casa mia si mangia una sola volta!!!””.
Sorpreso ed amareggiato, nel mentre mi adoperai da subito a farlo trasferire nel luogo di residenza onde ridurgli i costi derivanti dal quotidiano pendolarismo, ebbi modo di ripensare alla passata condotta dei collaboratori calabresi che, per ottenere lo sconto sugli acquisti, indossavano occasionalmente “la divisa”. Da allora, cominciai a leggere quegli stessi episodi con una luce nuova. Non era una condotta da assolvere, ma forse non andava neanche condannata, andava semplicemente ignorata.
Concludo questo breve ricordo personale per dire che ancora oggi, forse, la morale non è cambiata e che la Pubblica Amministrazione faccia veramente poco per aiutare i propri collaboratori a rimanere onesti ovvero a isolare i nullafacenti.