IL SENTIMENTO PIÙ DEVASTANTE DEI NOSTRI TEMPI? LA PAURA

DI DAVIDE ENIA

Sono tempi confusi, in cui viene instillato capziosamente il sentimento più devastante: la paura. È una costruzione continua: le TV che urlano notizie, in cerca della scoop a ogni costo, le iperboli unnegghié, le cifre sparate alla cazzo di cane e una parola, «sicurezza», moltiplicata in ogni frase, perché è così che si crea un bisogno: bombardando tutto con immagini e ipotesi di insicurezza.
Sono andato con Lorenzo a Casal Bruciato.
Cosa ho visto: un presidio di neanche 20 camerati, abbastanza vecchi, tra l’altro. Un presidio antifascista con un centinaio di persone. Svariate camionette di polizia. Un fottìo di agenti in tenuta antisommossa.
Cosa ho sentito: slogan, da un parte e dall’altra, e un linguaggio drammaticamente fermo al secolo scorso.
A un certo punto, si sono affacciate persone da un balcone della palazzina e ho visto tutti i reporter partire di corsa a cercare una notizia (che non c’era, s’era affacciata una famiglia che ha sotto casa praticamente un assedio).
Cosa mi ha colpito: l’esiguità dei numeri in campo.
Tutto ‘sto bordello per così poche persone? Non è così semplice. Quando c’è una legittimazione da parte del Potere (è esattamente quello che sta accadendo in questi anni), la recrudescenza della violenza (sempre contro minoranze) torna a essere un fattore quotidiano. La riflessione a margine è semplice, nella sua schietta banalità. Uscire di casa, andare a vedere di persona cosa accade, portare un segno di solidarietà con la presenza fisica, esserci con il proprio corpo a manifestare è, oggi più che mai, l’unico argine alla barbarie che sta proliferando. E -so che qui il terreno è spinoso ma, dopo l’esperienza sul campo a Lampedusa purtroppo ho idee abbastanza chiare- il clima di paura prolifera grazie a una precisa collusione dei grandi mezzi di informazione -tv su tutto, a seguire proprio ‘sto FB qua- in cui le notizie oramai si urlano, nei servizi si masticano solo superlativi, si spargono insicurezze in ogni dove e i microfoni fungono da megafono per le idee peggiori del nostro presente. E l’unica azione che andrebbe fatta, uscire e andare di persona nei luoghi del conflitto, non viene fatta perché da dietro uno schermo si ha l’illusione di stare sicuri. Ma è proprio così che si perdono le battaglie. E no, non c’è nessuna morale in queste parole.