QUEI GOL IMPREVEDIBILI CHE REGALANO  TROPPA GLORIA

DI BORIS SOLLAZZO

Da tifoso del Napoli, nel mio cuore hanno un posto speciale gli eroi per caso. Quelli da una botta e via. O poco più. Il Varricchio che segnò in C con la Vis Pesaro, e un boato così al San Paolo non si sentì più neanche in Champions, ed era un recupero infrasettimanale. L’oggetto misterioso Galletti che con un gol di cui ancora molti si chiedono la fattura (piede, polpaccio, ginocchio o più probabilmente tibia?) risolve una partita col Cosenza e fa partire la volata epica del Napoli di Novellino e Schwoch che all’alba del nuovo millennio torna in serie A.

Luciano Martin Galletti ancora ricorda quella rete, quei sei mesi sul Golfo sono più forti di due scudetti in Grecia, delle ottime stagioni all’Estudiantes, del ritorno al calcio giocato dopo tre anni a risolvere un fastidioso problema ai reni. Un gol a volte ti regala la gloria. A volte te ne regala troppa, da bastare per una carriera.

Ditelo a Datolo, che segnò a Torino, nel vecchio stadio, dando ai partenopei l’ultima clamorosa vittoria contro la Juventus prima dell’impresa corsara di Sarri e Koulibaly. Si chiamava Jesus ed era il pupillo di D10S che lo convocava fisso nella sua Selecciòn. Si chiamava Jesus ed era il pupillo di D10S che lo convocava fisso nella sua Selecciòn.

E a Maradona è legato Giacchetta: Simone, ora ds dell’Albinoleffe, si trovò in un Napoli-Atalanta, il 31 agosto del 1988, al San Paolo, dove torna una squadra che ha perso uno scudetto assurdo pochi mesi prima contro il Milan di Sacchi. Gioca male, Diego al solito è arrivato in ritardo dalle vacanze ed è in panca. Entra quest’attaccante – che poi diverrà difensore e capitano nella Reggina – che viene dalla Civitanovese e chissà perché si era deciso dovesse essere la riserva di Carnevale, Careca e Maradona. È appena iniziato il recupero, il brasiliano di sinistro tira e l’argentino con la manita divina – che userà in modo simile anche nella finale dell’Uefa di quella stagione – la devia quel tanto che arrivi al ragazzo. Testa, gol, esultanza pazza. Giocherà solo altre due volte, eppure a Napoli lo ricordano tutti.

Così come Caio. Arrivò all’Inter insieme a Rambert, tra i primi bidoni di un Moratti che negli anni ’90 divenne una calamita per fenomeni parastatali. In quel calciomercato quello scarso sembrava Javier Zanetti. Caio, costato più di tutti e tre, finì in prestito al Napoli disastratissimo di metà anni ’90. Venti presenze, neanche un gol. In campionato. In Coppa Italia Caio Ribeiro Decossau, segna a Roma. Contro la Lazio di Cragnotti, di Nedved, Nesta e Signori.

È il gol della qualificazione, in una partita che gli azzurri finiscono in 9 in una delle giornate più infelici di Collina come arbitro. Caio su cross di Turrini, Caio che prima aveva sbagliato a porta vuota su cross di Aglietti e poi butterà un contropiede d’oro. Ma grazie a quel fenomeno di Batman Taglialatela che parò tutto, di quegli errori non si ricorda nessuno.

Questi, però, sono eroi minori. Perché come nella musica abbiamo gruppi e cantanti famosi per una sola hit, come al cinema ci sono attori che hanno fatto una prestazione da Oscar e poi sono letteralmente spariti, anche il calcio ha chi ha saputo toccare il cielo come un dito e poi è scomparso. O così, almeno, ci è parso.

Quello che forse è più impresso a chi è stato adolescente in Italia negli anni ’90 è Orlandini. Pierluigi è uno di quelli che ora chiamiamo laterali d’attacco e che allora ancora portavano il nome di tornanti. Fiato e piede fino, forse un po’ pigro di testa ma con piede sopraffino. E’ il 1994 e lui è una riserva dell’Under 21 di Cesare Maldini, quella che monopolizzò quegli anni. Una Nazionale niente male, davanti aveva Inzaghi e Toni e dietro Cannavaro, 12 anni dopo campioni del mondo. Ma anche Scarchilli, Muzzi, Bigica, Beretta, Marcolin e Benny Carbone. Se si pensa che nella final four erano arrivate anche la Francia di Zidane e il Portogallo di Rui Costa e Figo, c’era da farsi tremare le gambe. E la Jugoslavia era stata esclusa, pur fortissima, per ragioni politiche.

Ma Cesarone passa ai rigori contro i francesi e imbriglia i lusitani. Fa un solo cambio: all’84’ esce SuperPippo, esausto, ed entra Orlandini. Sembra una mossa, e lo è, per coprirsi.
Pochi ricordano che allora la Fifa di Havelange e Blatter aveva cambiato le regole e l’anno prima era arrivata la sudden death, poi divenuta golden gol. Ovvero, ai supplementari chi segna per primo vince. L’avevamo inventata tutti noi in cortile, mentre il sole tramontava, vecchia mitica regola del calcio di strada e ce la ritrovammo lì. Tutti la ricordiamo per quel maledetto Trezeguet nel 2000, ma la prima finale decisa così arrise a noi azzurri.

Al 97’ Orlandini capisce che il catenaccio a cui aveva assistito per una partita intera dalla panchina era stato anche troppo. Prende palla, sulla destra. Non guarda più nessuno, si accentra. Non fa paura, è lontano e in fondo quel ragazzo che viene dalle giovanili dell’Atalanta non sembra avere le stimmate del predestinato. Sono tutti stanchi, compagni e avversari. Lui no. Sono solo 13 minuti che è in campo e anche se il suo fisico non sembra perfetto, quel piede sa cosa fare. Lo porta verso il limite dell’area, verso lo spigolo. Forse può crossare. E mentre tutti pensano a questa possibilità, lui frusta il pallone con un diagonale di sinistro, incrocio dei pali, gol, delirio. L’arbitro svizzero fischia la fine con qualche secondo di ritardo, disorientato dall’essere il primo a vedere finire una finale così.

E Orlandini lì tocca la vetta della sua carriera, ma non lo sa. Come comprimario a Parma vincerà una Coppa Italia e una Coppa Uefa, a Milano, su entrambe le sponde, farà tappezzeria. Ma quel pel di carota dal piede potente e preciso, quel giorno a Montpellier mise sotto Rui Costa, Figo e Zidane.

Charisteas segna il gol del momentaneo vantaggio della Grecia contro la Spagna a Euro 2008 (Getty).

E che dire di Aggelos Charisteas? Onesto centravantone che i piedi li usava solo per saltare, ha girato l’Europa a segnare non arrivando mai in doppia cifra in campionato in carriera (e mai sopra i 15 gol stagionali sommando tutte le competizioni). Amato da molte squadre in cui ha giocato per la tigna e l’impegno – salvò dalla B un Norimberga corsaro a Berlino -, lo avremmo dimenticato tutti se nel 2004 Otto Rehagel non lo avesse convocato per l’Europeo. Segnò contro Spagna, Francia e Portogallo in finale. I padroni di casa. Si narra che quella del secondo minuto del secondo tempo fosse stata la sola scorribanda in avanti della squadra ellenica in tutta la partita. Charisteas quella media gol non la ebbe più, ma fu l’alfiere della favola più bella del calcio moderno, dopo il Leicester: la Grecia campione d’Europa.

Tanto da far impallidire Fabio Grosso: nel 2006 ottiene un rigore generoso agli ottavi contro l’Australia al 90’, al 118’ di Germania-Italia segna un tiro a giro che metterà il suo urlo vicino a quello di Tardelli del 1982 e poi in finale insacca l’ultimo rigore, guadagnandosi l’apertura del video del Waka Waka di Shakira quattro anni dopo. Fabio, ora allenatore del Verona, scomparve. E di lui si ricorda solo la stagione che lo portò alla convocazione e quel mese incredibile.

Sempre in un Europeo, possiamo ricordare Kim Vilfort. Mediano del Brondby con il vizio del gol. La gloria per il nostro è tutta scandinava, fu addirittura premiato come calciatore del secolo danese e si fece valere anche in Norvegia. Ma è nel 1992, in Svezia, che si compie il suo destino. In tutti i sensi. La Jugoslavia viene esclusa per via della guerra e la sua Danimarca ripescata. Michael Laudrup, che ha appena vinto la Coppa Campioni col Barcellona, rifiuta sdegnosamente la convocazione, convinto di una spedizione destinata a un filotto di sconfitte. Rinuncerà probabilmente a un possibile Pallone d’Oro ma rese grande il fratello Brian che condusse i suoi fino in finale.

Francia, Olanda (con Schmeichel, Peter, che parò un rigore a Van Basten) e infine Germania. Kim non si allena mai: dopo ogni partita, torna in Danimarca. La figlia di otto anni, Line, ha la leucemia. Lui sta con lei il più possibile, torna solo la sera prima della partita. Con la morte nel cuore. Ma i duri, si sa, di cuori hanno due, così dice Ligabue: col secondo Kim tira una sassata al 78’ della finale del 1992. I compagni lo sommergono. Qualcuno piange. Non smettono, neanche con la coppa in mano. Kim sorride, è il primo a rientrare negli spogliatoi. Non rimarrà la notte a festeggiare, ha appuntamento con la sua principessa che morirà poche settimane più tardi.

Favola minore, anch’essa nera, quella di Lars Elstrup. Segna tanto, ma mai gol importanti. Tranne nella terza partita del girone di quel trofeo continentale. Si alza dalla panca, lui che fino a quel momento la tuta se l’era tolta solo per andare a dormire. E infilza la Francia di Papin e Cantona. Tanto, troppo per quell’anima fragile che dopo il ritiro piombò nella depressione, tentando il suicidio nel 2000 e un’invasione di campo completamente nudo tre anni fa.

Il re incontrastato di questa romantica classifica, però, è Éderzito António Macedo Lopes. Ancora un Europeo, l’ultimo. Vincerà il Portogallo con uno score imbarazzante, fatto di pareggi e partite bruttissime. In finale Cristiano Ronaldo si fa male, sembra continuare la maledizione iniziata 12 anni prima, in casa. Non ci sta, piange, ma esce. Lo 0-0 non si schioda, supplementari. I lusitani vogliono i rigori. Ma al 109’ quel centravanti sgraziato, muscolare, abituato a fare da disturbatore in pressing e che nessuno voleva in quella competizione e in quella nazionale, figuriamoci in finale, inverte il destino suo e di una nazione.

Eder era entrato al 77’, per sporcare il gioco avversario. Tutti al suo posto volevano Hugo Vieira, c’è una petizione on line a testimoniarlo. Un’altra propone di prendere uno a caso dalla strada per sostituirlo. Lui, con la forza di chi a tre anni è arrivato in Portogallo dalla Guinea Bissau e a cinque è stato sbattuto in collegio, con l’abnegazione di chi a 12 anni invece di uscire con gli amici lavorava per mantenere la famiglia e nel tempo libero andava a trovare in carcere il padre che aveva ucciso la compagna, prende il pallone.

Non si capisce bene cosa vuole fare, ma lo difende. Glielo ha dato Joao Moutinho e lui forse vuole prendersi una punizione dal limite. Koscielny lo marca, ma non affonda il colpo: ha più paura dei piedi buoni sui calci da fermo degli avversari che di quel corazziere goffo. Lo spinge verso l’esterno, lo consegna a Umtiti che un po’ ha paura e un po’ non capisce che vuole fare il 9 portoghese. Che si libera e tira.

Non si coordina benissimo, sembra uno di quei fendenti che finiscono alti e sgarbati e svirgolati sopra la traversa o a lato. E invece no: una bomba, precisa, affilata, tesa. Imparabile. Gol. Una gioia totale che gli varrà le scuse di un intero paese e l’etichetta di O Herói Improvável. Talmente improbabile che provate a cercarlo nelle foto di rito con la coppa. Mentre CR7 la alza contro ogni protocollo – doveva esserci Nani al suo posto, capitano dopo la sua uscita – lui è in disparte. Sa che vorranno dimenticarlo, perché c’è un fenomeno da celebrare. E infatti voi non lo ricordate come l’Europeo di Eder, di quel gol epico si è voluto operare una rimozione collettiva.

Fabio Grosso esulta dopo aver segnato il rigore decisivo contro la Francia, nella finale del Mondiali del 2006. (Getty)

Chiedete a Mario Götze, se non ci credete. Il suo gol ai supplementari contro l’Argentina nella finale mondiale del 2014 sembrava l’inizio di un’ascesa senza limiti. È stata la prima tappa di un calvario infinito. Ma le favole di chi necessita di un solo gol, di un solo giorno per entrare nell’olimpo del calcio, non sono solo dedicate alle storie delle nazionali.

Pensate ad esempio a Gianni Comandini. Segnò solo due gol nella breve e sfortunata esperienza al Milan. Ma li ricordano tutti i rossoneri: la doppietta che aprì l’incredibile 6-0 del derby più umiliante di sempre, quello del 2001. E Gascoigne che visse l’unica vera gioia biancazzurra segnando alla Roma nella stracittadina? O Yanga Mbiwa, il re dei marcatori “assurdi” delle sfide tra giallorossi e laziali? E ora continuate voi: quali sono i vostri eroi improbabili preferiti?

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