DE ROSSI, UN CAMPIONE CHE AVREBBE MERITATO DI PIÙ

DI BORIS SOLLAZZO

Ci ho pensato a lungo. Sono un tifoso del Napoli, spesso anche bersagliato dai romanisti per una rivalità sportiva che nei miei confronti è diventata odio perché ho il peccato originale di essere nato a Roma e tifare un’altra squadra. Però Daniele De Rossi lo sento un po’ mio. Forse perché ha vestito la maglia della nazionale – e vinto una coppa del mondo – come vorrei facessero tutti quanti i giocatori italiani, forse perché nella sua ultima partita in azzurro ha insultato l’allenatore perché non faceva entrare Lorenzo Insigne invece di mettersi nel curriculum un ulteriore e prestigioso gettone con la maglia dell’Italia. Il gesto di chi mette la squadra prima di se stesso, una rarità nel calcio moderno, una cosa che lui ha sempre fatto. Persino oggi ha parlato più dei compagni che di sé, senza ricordare, per stile e pudore, che quegli infortuni per cui lo mandano via sono figli di recuperi folli per giocare le partite decisive, anche a danno della sua stessa salute. Forse perché nei suoi atteggiamenti mai ipocriti ha detto sempre ciò che è comodo e mai ciò che è conveniente, a partire dalla dichiarazione d’amicizia per Pirlo e l’ammirazione per la mentalità della Juventus, fino al difendere compagni nell’occhio del mirino. Forse perché lo ricordo dopo Roma-Samp, in lacrime, mentre dice “per me non ci sarà un’altra occasione”. Forse per l’incredibile dignità con cui oggi ha detto addio, di fronte ai compagni affranti, senza fare la vittima ma neanche sconti a una dirigenza ridicola e ossessionata dal togliere identità alla squadra che hanno preso in comodato d’uso.
Daniele De Rossi è stato un capitano senza fascia per anni, una bandiera fiera e fa male anche a me, napoletano, sapere che quei piccoli ometti in giacca e cravatta non hanno trovato il tempo neanche per chiamarlo, per dargli un segno di rispetto, vigliacchi che si celano dietro un allenatore (Spalletti) per Totti o dietro al silenzio. Troppo incompetenti e insensibili per notare che a Porto è stato eroico e se la Roma è arrivata ai supplementari lo deve anche al suo primo tempo e che se contro la Samp ha vinto e ha ancora una speranza Champions lo deve al suo ultimo gol giallorosso. Incapaci di capire che uno come lui serve come il pane, uno che al primo giorno a Trigoria di Zaniolo (in quel momento l’ultimo della rosa, un giovane con nessuna presenza in serie A) gli manda un sms con su scritto “benvenuto in famiglia”.
E’ ancora un giocatore vero e lo dimostrerà. Il mio Napoli – non ci ha fatto mai sconti DDR ma ricordo con che orgoglio si battè il cuore e la maglia di fronte a noi, nel nostro stadio, e come i fischi per lui divennero applausi – avrebbe bisogno di uno cazzuto come lui, del suo carattere e della sua grinta. Lui andrà all’estero e la Roma si sarà macchiata di una colpa più grave di Agnellino con Del Piero. Perché allora ad Alex fu detto a ottobre che sarebbe andato via. Non fu trattato come uno con un co.co.pro non rinnovabile. Senza De Rossi in Italia se ne va un altro pezzo di quel calcio romantico che amo. Posso dire di averlo sempre difeso e amato, da avversario e rivale, come ho fatto nel pezzo che posto qui sotto. E se hai voglia di trovare chi ti amerebbe con calore e magari maggior rispetto, a Napoli ti ci porto io Danielì. E spero che questa città ti tributi il giusto addio, capendoti finalmente e forse troppo tardi. Perché io uno giallorosso come te non l’ho mai visto. Onore a un campione che avrebbe meritato di più. Dentro e fuori dal campo.

Roma nun fa la stupida con Daniele De Rossi