IL VERO GRANDE FRATELLO: “IL CAPITALISMO DI SORVEGLIANZA”

DI ALBERTO NEGRI

Dopo una conferenza sulla Cina a Palazzo Madama una signora del pubblico mi avvicina e chiede: “Ma lei non teme che i cinesi con la loro nuova superpotenza tecnologica possano metterci tutti sotto controllo?”. “Credo che lo abbiano già fatto prima di loro gli Stati Uniti”, rispondo. In realtà eravamo tutti e due sulla strada sbagliata, o per lo meno guardavamo soltanto a una parte del problema.

Qualche giorno fa il Financial Times ha pubblicato un articolo di Shoshana Zuboff, insegnante all’Harvard Business School, prontamente tradotto dall’Internazionale e dedicato al “Capitalismo della Sorveglianza”. La questione è semplice ma bruciante: le aziende usano i nostri dati personali come merce per vendere e comprare. E le informazioni che accumulano gli danno un potere senza precedenti. Facebook, che per altro ospita anche questo articolo, raccoglieva dati ovunque per alimentare i suoi sistemi di intelligenza artificiale e i suoi algoritmi. Ha spiato tutti anche quelli che non vanno sui social network. Il braccio destro di Mark Zuckeberg, Roger MCNamee, ha spiegato che i dati di Facebook sono stati usati per manipolare le reazioni degli utenti e molti sono stati acquistati dall’azienda britannica Cambridge Analytica per sostenere la campagna elettorale di Donald Trump.

Ma questi metodi, ci avvisa la professoressa Zuboff, non cominciano né finiscono con i social network. Sarebbe un grave errore pensare che il fenomeno riguardi soltanto Facebook. Il capitalismo della sorveglianza sta germogliando nuovi metodi e sistemi. In realtà a scoprire come individuare i dati riservati e ricavarne informazioni personali è stata per prima Google. Google ha studiato come agire sottotraccia aggirando il consenso degli utenti e ha impiegato questo metodo nella più assoluta segretezza fino al 2004: soltanto allora il mondo ha scoperto, quando è stata quotata in Borsa, che grazie a questi sistemi i profitti dell’azienda erano aumentati del 3.500 per cento.

La formula magica del capitalismo di sorveglianza è trasformare i clienti in fonti di dati. La Ford, dove è stata inventata la catena di montaggio della produzione in serie, oggi si prepara con l’elettronica e l’interattività dei suoi clienti a guadagnare una fortuna con i dati: per farlo non servono né ingegneri né fabbriche. Così almeno dichiara l’amministratore delegato della Ford Jim Hackett.

Nell’estirpare dati dalla nostra vita, privata e non, non esistono limiti. Niente viene risparmiato, dalle bottiglie di vodka “intelligenti” ai termometri rettali che si possono collegare a Internet, ormai ogni prodotto e ogni servizio è pensato e studiato in funzione dei ricavi del capitalismo di sorveglianza. In poche parole questa nuova forma di capitalismo non solo vende merci e servizi ma con i dati a disposizione indirizza le nostre scelte fino a modificare i comportamenti degli individui e di intere popolazioni.

Stiamo perdendo la nostra già limitata libertà di scelta? Stiamo mettendo in pericolo una forse antiquata visione di democrazia? La risposta è sì. Al di là degli americani o dei cinesi. Questo avrei dovuto rispondere a quella gentile signora. Ora lo sappiamo.

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