L’ADDIO ALLA PANCHINA DI JULIO VELASCO, IL FILOSOFO PRESTATO ALLO SPORT

DI- STEFANO ALGERINI

Per uno con la sua capacità affabulatoria dare l’addio allo sport attivo con una lettera scritta è quasi un paradosso. Ma si vede che la probabilità di trovarsi, forse per la prima volta in vita sua, a balbettare frasi smozzicate per l’emozione ha funzionato come la kryptonite per Superman e dunque Julio Velasco ha deciso che era meglio andarsene (solo dal mondo dello sport, sia chiaro) in silenzio. Dopo 44 anni di onoratissima carriera il guru della pallavolo mondiale ha sentito che fosse arrivata l’ora di sedersi in un altro tipo di panchina rispetto a quelle, spesso bollenti, dei palazzetti di mezzo mondo. “Ho voluto smettere quando ancora mi sentivo forte” il senso della lettera inviata al mondo da Velasco. Una delle cose più difficili in natura, non solo nello sport, questa: basterebbe guardare al mondo della politica, o dello spettacolo. Quanti nomi ci vengono in mente di personaggi che avrebbero fatto meglio a non insistere, a farsi rimpiangere invece che scalpellare pesantemente quanto di buono fatto in precedenza eh? E poi in fondo il concetto si potrebbe allargare anche alla vita privata: quanti rapporti avrebbero meritato una chiusura ai primi scricchiolii piuttosto che finire lasciando un terreno bombardato…

Ma si rischia di divagare un po’ troppo, meglio tornare all’addio di Velasco: lo abbiamo definito guru, e non per essere ironici. Lui è andato decisamente oltre il personaggio dell’allenatore vincente: è stato più un filosofo prestato allo sport. O forse uno che ha cominciato come un allenatore normale, ma poi si è scoperto qualcos’altro. Uno partito, nella natia Argentina, dalla squadra dei lavoratori delle ferrovie, Il Ferro Carril Oeste dove così, tanto per cominciare, vinse tre campionati per poi passare l’oceano ed arrivare da noi in Italia. Italia dove sostanzialmente ha vinto tutto, ma proprio tutto, in squadre di club e poi in nazionale. Anzi, si può dire che la nazionale di pallavolo italiana prima di lui era un squadra “che ci provava”, dopo di lui una squadra “che ci riusciva”. Il tutto convincendo un gruppo di ottimi atleti che si poteva fare, che “giocare bene” non era sufficiente, che bisognava andare oltre. Mica una cosina facile però.

“Allora ragazzi: dobbiamo battere potente, ma senza sbagliare. Dobbiamo essere ottimi a muro, ma anche precisi in attacco. Se saremo perfetti vinceremo”; risposta dei giocatori: “Grazie coach, se non c’era lei che ce lo diceva non ci saremmo mai arrivati”, questo uno dei tanti racconti divertenti fatti da Velasco nei mille convegni, a cui veniva (e viene) invitato, su come allenare squadre di ogni sport. Ma non solo nell’ambito sportivo, anche manager e simili hanno avuto più volte voglia di sentire la parola di Velasco in fatto di motivazioni. Perché i suoi insegnamenti travalicano i confini della pallavolo. Ed in effetti se ci pensate il ritratto qui sopra Velasco lo dedicava ad alcuni suoi colleghi, ma forse ancora di più si attaglierebbe a molti opinionisti dell’universo calcio che, tronfi nelle poltrone degli studi televisivi, pontificano su schemi, metodologie di preparazione e altre modifiche che porterebbero facilmente alla vittoria, ma quel caprone che siede in panchina proprio non capisce.

Ma ancora una volta stiamo divagando: però in effetti il personaggio Velasco porta a farlo, perché come si diceva nel corso degli anni sono tante le perle di saggezza che ha regalato in migliaia di interviste ed interventi. Tipo: “Sento dire sempre che i bambini quando fanno sport si devono divertire. Certo, ma li avete visti i bambini quando fanno una costruzione col Lego a cui tengono? Sono serissimi. Perché si impegnano al massimo: e si divertiranno solo se ci riescono, altrimenti non si divertono per niente”. O ancora: “Io alleno un giocatore che arriva sempre in ritardo, non tanto pochi minuti, ma sempre. E tanti anni fa allenavo suo padre ed anche lui arrivava sempre in leggero ritardo. Una cosa di famiglia proprio. Ebbene io tutte le volte a questo giocatore dico: << hai fatto tardi, non devi arrivare tardi>> e non << sei in ritardo, sei sempre il solito>>, perché se gli dico così è definitivo. Io invece voglio che prima o poi cambi. Non succederà, ma così mi lascio una speranza che succeda!”. Ecco, questo il filosofo Velasco atterrato nel mondo dello sport per un caso della vita.

Certo un‘altra della sue immagini preferite è quella di colui che insegna senza sapere esattamente cosa stia insegnando, del professore universitario che senza le slide non sa più cosa dire. E di come l’allievo abbia sempre voglia di venire “a grattare” sulla tua pelle per vedere se è solo superficie o c’è sostanza sotto. Sarà per questo, forse, che la sua esperienza nel mondo del calcio, come dirigente, prima con la Lazio e con poi l’Inter si concluse molto velocemente. Difficile dire però se fosse stato il calcio a grattare lui accorgendosi che non era fatto per quel mondo, o se fosse stato il contrario (e trattandosi della Lazio di Cragnotti ci sentiremmo di propendere per quest’ultima ipotesi) ma sia come sia la fuga dal dorato mondo pallonaro lo portò ad altre esperienze significative nella pallavolo. Su tutte quella di allenare la nazionale iraniana, portandola a livelli mai toccati in precedenza. Perché va bene filosofo ma Julio Velasco è stato uno dei più grandi vincenti della storia, sarà bene ripeterlo. Uno che se ha avuto un nemico nella vita quello è stato “l’alibi”. L’ha combattuto con tutte le sue forze. E infatti la sigla finale deve essere questo suo ennesimo racconto: “Quando uno schiacciatore sbaglia dà la colpa all’alzatore che gli ha messo male la palla, allora l’alzatore si gira verso il ricevitore per digli che gliela ha data troppo bassa o troppo alta, il ricevitore a quel punto non può prendersela con nessuno ma se potesse lo farebbe. Beh, io voglio che ognuno di loro trovi la soluzione per gestire una palla brutta: che quando capita apra un file che gli dica cosa fare per fare diventare quella brutta palla una cosa buona. Senza dare la colpa a qualcun altro, cazzo!”. La parolaccia non la diceva, però sicuramente la pensava. Perché, ne siamo certi, anche i filosofi nel loro piccolo si inc…