L’UNIONE EUROPEA. UN GRANDE AVVENIRE DIETRO LE SPALLE

DI FABRIZIO NOLI

Dovendo fare un discorso non accademico sullo stato dell’Europa, oggi, mi viene da fare una riflessione immediata: un grande avvenire dietro le spalle. Troppe speranze deluse, troppe frustrazioni oggi si appalesano ogni qual volta si parla di Unione Europea. Eppure, le premesse erano state, non solo all’inizio, ma almeno fino all’inizio degli anni 2000, di tutt’altro genere. Si trattava di porre, una volta per tutte, nell’idea dei padri fondatori, le fondamenta per una costruzione solida, basata su tre motori principali, quello francese, tedesco e italiano. Un ideale mix per superare le scorie e gli odii della Seconda guerra mondiale. E per almeno mezzo secolo, noi italiani siamo stati molto romanticamente legati a quest’idea, anche se i paesi fondatori da sei erano diventati quasi 30, e anche se non poche volte tornavamo dai vertici europei con la sensazione che le cose non fossero andate proprio per il verso giusto, per il nostro paese. Certo è che, oggi più che mai, risultano evidenti i limiti di un progetto a cui manca una costituzione comune, una politica estera condivisa, un abbozzo, almeno, di idea di difesa comune, per non parlare di una politica fiscale condivisa.

L’Europa oggi funziona con sentenze della Corte di Giustizia e con direttive, non con leggi. Oggi, purtroppo, in Italia, ma non solo, parliamo di un’Europa a fortissima trazione tedesca, con la Francia a rimorchio e l’Italia e l’Europa mediterranea, in genere, a far da comprimari. Un’Europa nordica e distante per tanti versi, caratterizzata da parametri rigidi, a cominciare dal rapporto debito-Pil al 3%, che, sembra, sia stato ideato da un funzionario dell’Eliseo, non si sa in base a quale esatto criterio, e sempre più caratterizzata da un mix tra neoliberismo e ossequio al capitalismo finanziario, forse più adatto agli Stati Uniti, che non alla nostra storia e alla nostra mentalità.

Poi, non sono un monetarista, né un esperto di Italexit, ma è chiaro, oggi, che la vera anomalia sia stata quella di aver deciso di porre le basi per la costruzione di un’Europa unita, cominciando dal tetto. Perchè mi pare impossibile definire diversamente l’Euro. Una casa si costruisce dalle fondamenta, qua si è partiti dal tetto, inutile girarci intorno. Un tetto, peraltro, adottato da subito da alcune nazioni, ma rifiutato da altre, a cominciare dalla Gran Bretagna, quindi con delle infiltrazioni/imperfezioni ab origine…ora, bisognerebbe riavvolgere il nastro della storia e ricordarsi di quando si è deciso di varare la moneta unica. Fu un’idea di Mitterand, per disinnescare, in un certo senso, il pericolo di una eccessiva egemonia tedesca, dopo il processo di riunificazione, all’alba degli anni 90. Di fatto, mi pare si possa dire che abbiamo creato una valuta a immagine e somiglianza del marco, un supermarco, che ha ancora più reso inevitabile l’egemonia di Berlino e con una Banca Centrale Europea che non può, per statuto, fungere da prestatore ultimo. Per cui, oggi l’Europa appare sempre più con la testa a Berlino, il cuore a Bruxelles e il resto del corpo tra Parigi e i paesi del Nord Europa. Sempre più una creatura aliena, per la nostra realtà, con i suoi diktat, le sue raccomandazioni, le sue procedure d’infrazione. Ciò che più ha stupito però, negli ultimi anni, è stata anche la totale mancanza di solidarietà, nell’ambito dell’Unione, specie nei confronti di un paese a noi vicino, come la Grecia, dove, secondo gran parte della stampa, si è fatta macelleria sociale, in nome della lotta senza quartiere al nemico pubblico numero uno: il debito pubblico. Non che si debba esaltarlo, ma, insomma, rigidità e distanza sembrano essere le caratteristiche principali dell’Unione Europea 2019. Eppure, siamo pur sempre il continente che ha inventato il welfare, ma mi viene in mente anche la Dottrina sociale della chiesa, la Rerum Novarum… Purtroppo oggi c’è ben poco di sociale, nell’Unione Europea, ci sono però il fiscal compact e il bail in. Detto questo, però, non si può solo puntare il dito contro l’Europa, sarebbe ingiusto e fuorviante. In realtà, dobbiamo allargare lo sguardo e comprendere che stiamo vivendo un’epoca storica di enormi cambiamenti, chiamiamola anche di transizione.

La globalizzazione, anzitutto. È evidente che ci è sfuggita di mano, ma come contenere, mi chiedo, la voglia di centinaia di milioni di cinesi, o di indiani, di avvicinare gli standard di vita occidentali? Per non parlare dei migranti africani.

Qua l’Europa c’entra poco…è il principio dei vasi comunicanti ad essere chiamato in causa, per cui un flusso di ricchezza, alla lunga, non può non riversarsi dal nord al sud del mondo. È lapalissiano.

E ancora, altra conseguenza nefasta, di una globalizzazione che non fa prigionieri, la crisi finanziaria originatasi nel 2007 negli Stati Uniti, di cui ancora patiamo le conseguenze. D’altra parte, chi l’ha detto, non per tirare in ballo la decrescita felice, ma, ripeto, chi l’ha detto, che possiamo continuare a crescere in modo esponenziale sempre e comunque, perché così vuole il mercato e così presuppone un capitalismo sempre più finanziario e sempre meno legato all’economia reale?

E qui mi viene in mente la crisi del terzo secolo dopo Cristo, quella che ha, di fatto, minato alle fondamenta il mondo romano, il primo esempio vincente di globalizzazione, spalancando al Medio Evo. È nato, da allora, un nuovo mondo, da una crisi non solo politica e militare, ma anche economica, non avendo più avuto, l’Impero, la forza e la capacità di espandersi. Il Medio Evo, peraltro, senza dubbio è stata un’epoca di crisi, ma senza quella crisi non avremmo avuto la civiltà occidentale come è oggi, certo, con le sue storture, imperfezioni, orrori, pensiamo all’Olocausto.

Storicamente comunque, le crisi non avvengono per caso, e quella Europea va inserita in un contesto politico-economico più ampio. Che ha anche a che fare con la crisi dell’”Impero Americano”, dei suoi modelli, delle sue certezze. L’America, de facto, ha abbandonato al suo destino l’Europa proprio dalla crisi dei mutui subprime, un turning point, un punto di svolta che ha allargato e di molto la distanza tra le due sponde dell’Atlantico. Distanza che con la presidenza Trump appare sempre più netta, ma iniziata ad innescarsi più di dieci anni fa.

L’Europa oggi è sempre più periferia. Peraltro, un film canadese di oltre 30 anni fa, “Il declino dell’Impero Americano”, diretto da Denys Arcand, con il suo titolo profetico, l’aveva anticipata questa crisi. Strano che poi, per inciso, tre anni dopo, con la caduta del muro di Berlino, gli Stati Uniti sarebbero usciti apparenti vincitori della guerra fredda. Comunque, di quel film ricordo, nitidamente, una frase: “le crisi degli Imperi si manifestano prima in periferia, poi, solo dopo molto tempo, al centro…“.

L’Europa, cos’è oggi per gli Stati Uniti, specie adesso non più gendarmi del mondo, con Trump, se non una periferia? Ma lo è già de facto dagli anni successivi alla fine della guerra fredda, al di là dell’impegno militare americano nel 1995 in Bosnia e nel 1999 in Kosovo.

Anche l’Impero Romano, primo impero globale, conobbe i suoi momenti di crisi più acuta, nel fatidico terzo secolo, in aree periferiche dell’Impero: la disfatta di Abritto, in Mesia, 251, con l’uccisione, per la prima volta, di un imperatore in battaglia, Decio, e nel 260, in Mesopotamia, con la cattura di Valeriano da parte dei persiani. Immaginiamo il trauma per i contemporanei, ma, appunto, parliamo di aree periferiche rispetto a Roma, con tutto il rispetto. La città eterna, non fu mai, fino al 410, attaccata e saccheggiata. Però, anche allora, il risultato della crisi furono le spinte centrifughe, manifestatesi con la secessione dell’Impero delle Gallie, e poi, in Oriente, del regno di Palmira, altra secessione. Due fenomeni non casuali, che poi si rimanifesteranno, due secoli dopo, con l’avvento dei regni romano-barbarici e l’inizio dell’età di mezzo.

E cosa, mi chiedo, e vi chiedo, sono il ritorno dei nazionalismi, o comunque il desiderio di riappropriarsi di una certa dose di sovranismo, se non spinte centrifughe? Io credo che vadano messi in relazione diretta a questo momento di crisi, che ormai si protrae da dieci anni. E dunque, l’Europa, oggi, può apparire distante a molti come, 18 secoli fa, l’Impero Romano poteva risultare un’entità astratta e lontana per i popoli sul Reno o in Britannia. Certo, visto che si parla di Britannia, proprio la Brexit, o meglio il risultato di un referendum (che non si capisce, ancora, dopo quasi tre anni, a cosa abbia portato), ha comunque avuto una valenza storica fondamentale: il Re, l’Europa, era nuda. poi, mettiamoci anche il tradizionale isolazionismo britannico, il suo essere stato sempre un membro per tanti versi “esterno” o comunque riluttante della UE. Ma comunque, tornando ai giorni nostri, un dato accomuna, sul piano sociale e culturale la crisi che viviamo, come mondo occidentale, sia al di qua che al di là dell’Atlantico: il tracollo della classe media. In sintesi: l’impatto contemporaneo di globalizzazione, l’automazione dei processi produttivi, la crescita delle ineguaglianze ha azzoppato lo slancio dinamico degli strati sociali che, per la loro proiezione sul futuro, l’investimento – in chiave di autopromozione – su educazione e cultura, il desiderio di salire la scala sociale, la costante ricerca di opportunità sono stati storicamente le leve di accumulazione di capitale umano ed economico. Prendete i baby boomers, che stanno andando in pensione in questi anni: quando avevano vent’anni, fra il 1965 e il 1980, quasi il 70 per cento di loro si poteva definire classe media.

Oggi, nei paesi Ocse, solo il 60 per cento dei Millennials può fare altrettanto. Un tracollo che deve anche suonare come un campanello d’allarme, dato che è spesso stato, in passato, prodromico di rivolte più o meno significative, penso ovviamente alla rivoluzione francese. Oppure, purtroppo, a movimenti come il fascismo e il nazismo. Senza contare poi il dramma dei giovani, che sempre più appaiono senza un futuro, e alle prese con un presente quanto mai incerto. Credo che la vera sfida dei nazional-sovranisti, oggi sia come incanalare/veicolare questo tipo di sentimento di frustrazione, in un contesto meno drammatico o minaccioso. Solo il futuro però ci dirà se sarà stata una scommessa vincente o meno.

Relazione presentata al Seminario di studio #Europa – #Europae. L’Europa tra frazionamento neo-nazionalista e integrazione continentale, tenutosi il 9 maggio 2019, presso la Sala dell’Istituto di Santa Maria in Aquiro, Senato della Repubblica – Roma

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