TRUMP E I CAUCASICI

DI MICHELE MARSONET

Mentre Donald Trump, tra un tweet e l’altro, rinfocola la tensione con la Cina sulla guerra dei dazi, escono ulteriori elementi a riprova del fatto che la confusione attualmente regna sovrana a Washington. Questa volta è il Dipartimento di Stato a essere coinvolto.

Kiron Skinner, da meno di un anno direttrice della pianificazione politica del suddetto Dipartimento – che più o meno corrisponde al nostro Ministero degli Esteri – nel corso di una conferenza ha fatto affermazioni che, da un lato hanno un certo peso e, dall’altro, sono quanto meno stravaganti.

Apprendiamo dunque che, secondo alti esponenti della diplomazia americana, il contenzioso Cina-Usa non è soltanto economico e commerciale. C’è ben di più, poiché si può prevedere con esattezza uno “scontro di civiltà” tra le due superpotenze globali, e alcuni indizi lasciano anzi supporre che tale scontro sia già in atto.

Ovvio il riferimento al celeberrimo – e controverso – volume di Samuel Huntington “Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale”, che tracciava un futuro geopolitico del nostro pianeta dominato da problemi ideologici e religiosi.

In sostanza, Skinner e colleghi sottolineano che in questi anni gli Stati Uniti e i Paesi occidentali loro alleati si trovano a dover competere con un avversario del tutto diverso rispetto a quelli precedenti. La Guerra Fredda con la ex Unione Sovietica, per esempio, era pur sempre un conflitto interno all’Occidente, giacché le teorie di Marx sono europee a tutti gli effetti.

Nulla di tutto ciò con la Cina, nazione estranea alla storia e alla filosofia occidentali. Anche Pechino si proclama ufficialmente marxista, ma il termine acquista sul suolo cinese un significato assai diverso.

Non si capisce bene se il Dipartimento di Stato Usa intenda, con questo, rimarcare il peso decisivo del confucianesimo, che Mao tentò di sradicare (senza riuscirci) e che, da Deng in avanti, ha riacquistato a grandi passi tutta l’influenza perduta.

In realtà, per i diplomatici americani, il ragionamento appare sin troppo sottile. E infatti apprendiamo che, a loro avviso, la totale estraneità dei cinesi si deve al fatto che non sono “caucasici”. I sovietici (leggasi i russi) invece lo erano, il che spiegherebbe perché la Guerra Fredda era in fondo “un affare di famiglia”.

E anche se la cosa appare incredibile, pare proprio che per “caucasici” Skinner e colleghi intendano i membri del genere umano con colorito pallido, vale a dire di razza bianca. Per l’appunto il significato più comune associato all’aggettivo di cui sopra.

Problema: gli Stati Uniti possono davvero essere definiti una nazione caucasica, visto il peso crescente acquisito da gruppi che di pelle chiara non sono? E come dimenticare che Barack Obama, il predecessore di Trump, è afroamericano o, se si preferisce, “molto abbronzato”, per usare la definizione di Silvio Berlusconi?

Ma non è ancora finita. Se si cercano in internet le foto di Kiron Skinner, appaiono le immagini di una bella signora pure lei “molto abbronzata”. Vale a dire con la pelle scura e di probabile ascendenza afroamericana. In ogni caso, certamente non “caucasica”.

Che dire, in conclusione? Donald Trump appare spesso confuso anche se qualche successo, soprattutto in economia, può vantarlo. Spesso, tuttavia, le persone che lo circondano danno l’impressione di essere ancora più confuse di lui, e ciò induce a essere pessimisti circa il futuro.

Trump e i “caucasici ”