RIDUZIONE DEL NUMERO DEI PARLAMENTARI. PERCHE’ OGGI SI PUO’?

DI ANTONELLA SODDU

Quando in piena operazione stravolgimento del titolo V della Costituzione ci impegnammo tutti – chi più chi meno – nella battaglia per il No, la convinzione non era tanto quella di contrastare una possibile riduzione dei parlamentari (il numero dei Deputati e dei Senatori) quanto piuttosto di rispondere un secco No a un Senato che perdeva le sue funzioni. Fu una riforma dettata dalla fretta dentro la quale fini dentro di tutto; ricordiamo il CNEL, la riduzione del numero dei Parlamentari, la modifica delle funzioni del Senato che rischiava davvero di esser un serio pericolo alla rappresentanza. Fu una modifica anticipata da una riforma elettorale pensata per esser applicata alla vittoria del Sì al referendum del 4 dicembre 2016.
Andò male il Referendum e altrettanto male – come sappiamo – andò per la legge elettorale del 2015, denominata ufficialmente legge 6 maggio 2015, n. 52 e comunemente nota come Italicum, poi dichiarata in alcune sue parti costituzionalmente illegittima e parzialmente abrogata dalla sentenza della Corte costituzionale del 16 febbraio 2017. In poco tempo Renzi e il Pd, per una mancanza di comunicazione adeguata, per troppa fretta e ansia di portare a casa con un po’ di presunzione la riduzione del numero dei parlamentari. Una fretta costata cara in termini di numeri di consenso elettorale. Molti allora sostenevano che se le modifiche al Titolo V della parte II della Costituzione fossero state affrontate e proposte separatamente – ad esempio solo nella parte della riduzione del numero dei parlamentari – molto probabilmente il risultato sarebbe stata una netta vittoria del Sì. Ricordiamo, infatti, che ampio dibattito caratterizzò il quesito referendario per la sua poca chiarezza, per la parte che riguardava il nuovo impianto che s’intendeva dare al Senato. Una sorta di organo i cui rappresentanti dovevano essere nominati dalle Regioni (era previsto un numero di 100 senatori) privato di poteri costituzionali. Il movimento cinque stelle allora si schierò per il No, erigendosi a paladino di difesa della Costituzione. Allora – si chiedono molti oggi – per quale motivo tornano di nuovo a proporre una modifica del Titolo V ? (Modifiche agli articoli cinquantasei, cinquantasette e cinquantanove della Costituzione in materia di riduzione del numero dei parlamentari (Approvata, in un testo unificato, in prima deliberazione, dal Senato) (A.C. 1585); e abbinata proposta di legge costituzionale.)
Per rispondere a questa domanda è necessario avere un approccio laico tale da consentirci di fare nel merito una valutazione prettamente tecnica e di opportunità. In particolare sulla riduzione del numero dei Parlamentari. La Costituzione italiana è giovane, ha settanta anni. E’ libera, democratica e aperta. E’ stata concepita con una visione aperta al futuro e in questo senso, i costituenti ci hanno lasciato la vera chiave – l’articolo 138 – per aprire la porta al futuro. Quegli uomini che nella Costituente partorirono la Costituzione già allora pensarono che la stessa negli anni non dovesse rimanere una sorta di monumento pietrificato. Per questo la Costituzione italiana è “aperta”.
Fatta questa breve doverosa premessa, ritorniamo alla questione riduzione del numero dei Parlamentari. Il dibattito in tal senso è acceso. Il tema riscontra favore soprattutto nella parte che riguarda la riduzione dei costi, ma in realtà dobbiamo guardare alla necessità di apportare le modifiche per una serie di motivi che oggi sono necessari al miglioramento dell’architettura dello Stato e certamente non sono quelli dei costi. O almeno non è solo sui costi che ci si deve concentrare. Per meglio intenderci il tema dovrebbe esser letto nella necessità di avere: “Una riorganizzazione delle Camere, dei loro apparati deliberativi, per rafforzare la capacità di governo dell’esecutivo (la governabilità), una razionalizzazione dei poteri normativi primari del Governo, una razionalizzazione degli elenchi delle materie affidati alla competenza legislativa dello Stato o delle Regioni” (cit. da Il Punto sulle riforme costituzionali di Antonmichele de Tura al Focus di Argomenti 2000 presso Istituto Luigi Sturzo. Roma 2013 )
In tal senso il Movimento Cinque Stelle ieri ha agito con astuzia. Ha opposto resistenza a una riforma – quella Renzi/Boschi – che era un concentrato di riforme che ha creato il caos con il quesito referendario. Oggi agisce con altrettanta astuzia. Ha spezzettato la riforma. La fa partire con la riduzione del numero dei parlamentari senza andare a intaccare la solidità istituzionale e legislativa delle due camere. SI traduce in una riforma per certi aspetti, come abbiamo visto nella citazione del de Tura, sarebbe in linea con il concetto di ammodernamento dell’architettura dello Stato visto anche nella forma “aperta” della Costituzione.
Perderemmo rappresentanza? No se alla modifica del titolo V che a oggi sta seguendo tutti gli iter previsti, quindi il passaggio in prima lettura al Senato, alla Camera e, successivi secondi passaggi fino a definitiva approvazione che – fatte salve sorprese dopo il 26 maggio – vedranno la luce a larga maggioranza evitando il passaggio del Referendum. No se a modifica approvata seguirà una riforma elettorale degna di questo nome.
Se la riforma andrà in porto Camera e Senato scenderebbero di 600 seggi – 400 deputati e 200 senatori. Per capirci il Regno Unito ha 650 membri della House of Commons e 792 Lord, Francia, Germania e Spagna hanno questa situazione: a Parigi siedono 577 deputati all’Assemblea nazionale e 348 senatori, a Berlino il Bundestag è composto da 709 membri mentre il Reichstag da 69; in Spagna invece siedono nel Congresso in 350 e al Senado in 266. ( fonte Sole24ore )
Ci saranno risparmi? Sì, certo; la riduzione del numero di parlamentari comporterà anche una conseguente riduzione dei costi. Certo, ovviamente se s’intervenisse anche sull’adeguamento degli stipendi agli standard europei, non sarebbe male.