“MI CHIAMO MONIA E OGGI SONO MORTA PER LA SECONDA VOLTA.”

DI CLAUDIA SABA

Monia muore una seconda volta.
La prima, uccisa da Giovanni Iacone l’11 gennaio 2017 che le fracasso’ la testa con una pietra.
La seconda qualche giorno fa, quando la Corte d’Assise d’Appello dell’Aquila ha ridotto a 16 anni i 30 di reclusione stabiliti in primo grado dai giudici di Chieti.
Un anno in più per l’occultamento del cadavere.

Quasi uno scherzo del destino che l’aveva spazzata via con 16 sassate alla testa e al viso.
Monia fu massacrata così.
L’ultimo colpo, quello mortale, con una scheggia di vetro infilato nella gola.
Un delitto feroce che sconvolse Francavilla.
Ma per la Corte non esiste alcuna aggravante alla crudeltà, riconosciuta invece in primo grado.
E’ proprio la mancanza di aggravante che ha portato i giudici a questa valutazione.
Il ricorso al rito abbreviato ha permesso lo sconto di pena e la sentenza lascia l’amaro in bocca.
Una sentenza ingiusta per familiari e amici di Monia.
Una sentenza incomprensibile che i genitori di Monia non possono accettare.
La mamma Doretta ascolta e si dispera durante la lettura della sentenza in aula.
“Oggi è peggio del giorno che è morta Monia”, commenta.
E peggio del dolore per la perdita di una vita, non sappiamo cosa possa esserci.
La rabbia esplode sui social tra post e commenti dei suoi amici.
“Essere riconosciuta dalla mia mamma dalle gambe non può valere 17 anni di galera”, si legge in un post su Facebook.
È della mamma di Monia che chiede di condividere il suo appello:
” Mi chiamo Monia e oggi sono morta per la seconda volta. E con me sono morti mia madre e mio padre. Le mie meravigliose amiche. I miei adorati cugini, zia Diamantina…sapeste quanto mi mancate. Mi chiamo Monia e oggi sono morta per la seconda volta. Le 16 sassate che mi hanno sfondato il cranio valgono 17 anni di galera per chi mi ha sfigurata fino a spostarmi un occhio dietro l’orecchio. 16 sassate… 17 anni. Mi chiamo Monia e oggi sono morta per la seconda volta. Quando mi ha afferrato da dietro fino a spezzarmi la glottide per soffocarmi ho avuto paura. Forse ho capito tutto. Non respiravo più e non potevo urlare aiuto. Il mio terrore è valso 17 anni. 17 anni. Mi ha scaraventata sul tavolino di cristallo del salottino della nostra casa al mare. Ho rivisto i miei compiti in cucina, la sabbia sui piedi, l’odore del sugo della mamma, la chiave di papà che apriva la porta tornando dal lavoro. Mi ha scannato con un pezzo di vetro spingendo forte, forte, sapeste quanto forte. Il mio sangue che ha cominciato a schizzare ovunque è valso 17 anni. 17 anni. Si è allontanato qualche istante, è tornato con un lenzuolo. Mi ha avvolta. Grondavo sangue. Avevo freddo, ero fredda. 17 anni. Mi ha trascinato in quel sudario che puzzava del mio sangue fino a gettarmi in un sottoscala. Il mio cuore si è fermato dopo 33 minuti. Ho smesso di respirare dopo 33 minuti. Mi ha lasciato sola scappando via, finalmente via. Mi chiamo Monia e oggi sono morta per la seconda volta. Essere riconosciuta dalla mia mamma dalle gambe non può valere 17 anni di galera. Essere vestita dalle mie amiche non può valere 17 anni di galera. Essere accarezzata dal mio papà mentre mi si spostava la parrucca che le mie amiche mi hanno sistemato sulla testa sfondata, rasata, aperta non può valere 17 anni di galera. MI CHIAMO MONIA E OGGI SONO MORTA PER LA SECONDA VOLTA.”
Un post condiviso tra gli amici di Monia e poi da centinaia di persone.
Non si comprende quando potrà essere giusto applicare l’aggravante della crudeltà.
Una legge approvata di recente impedisce il ricorso al rito abbreviato per gli omicidi più efferati.
Ma non si applica a reati commessi precedentemente.
C’è ancora la Cassazione per confidare in un giudizio più equo.
È per questo che oggi, alle 17,30, un flash mob scenderà in piazza Salotto a chiedere risposte.
A chiedere giustizia per Monia.
A chiedere perché non sia stata applicata l’aggravante della crudeltà.
A chiedere che Monia non venga uccisa una seconda volta.