TUTTI GLI ERRORI DEL SALONE DEL LIBRO. MENTRE A TORINO LE LIBRERIE CONTINUANO A CHIUDERE

DI ANGELO D’ORSI

La vicenda del Salone del Libro di Torino è fortunatamente ormai alle nostre spalle, e fuori dalle polemiche contingenti credo sia utile qualche considerazione a margine.
Sono anni che il Salone attraversa una crisi profonda, non certo causata dalla concorrenza milanese che, anzi, paradossalmente ha aiutato a ridurre, eccitando l’orgoglio dei ”bougianen” contro i “bauscia”. Non dimentichiamo che il gruppo dirigente della manifestazione torinese era stato travolto dal peso di debiti pazzeschi e di altrettanto ignobili scandali, un dato di cui gli intellettuali cittadini che stesero a tambur battente un appello per la salvezza del Salone di Torino sembrarono non voler tenere in nessun conto. E del resto nessuno è finito dietro le sbarre, e anzi perlopiù i nomi coinvolti nell’inchiesta continuano tranquillamente a circolare, a discettare, a dare consigli su come far sopravvivere e “rilanciare” il Salone, addirittura messo nel novero dei “Sì” necessari alla salvezza della città orfana di fatto della Fiat.
L’episodio della presenza della pseudo-editrice Altaforte che ha fatto il colpo dell’anno pubblicando, in una veste indecorosa e in forma pietosa il libro intervista della semisconosciuta Chiara Giannini a Matteo Salvini, paradossalmente, pur denunciando le incongruenze e le sciocchezze del gruppo dirigente, ha finito per aumentare ulteriormente la popolarità del superministro di polizia, e portare sotto i riflettori il personaggio titolare della casa che lo ha editato, e per incentivare folle di curiosi a comprare il libro, e in generale ad affollare gli spazi (invivibili da ogni punto di vista) del Lingotto.
Abbiamo assistito in quelle convulse giornate a una vaudeville più comica che drammatica. Che inizia con le dimissioni di Christian Raimo dal “Consiglio di indirizzo” del Salone, dimissioni motivate dalla presenza della casa editrice del libro salviniano, la ignotissima Altaforte, che significa CasaPound e Francesco Polacchi, un picchiatore dichiaratamente e orgogliosamente fascista. Ed ecco il primo assist al libro che si doveva boicottare, e che schizza immediatamente in testa alle classifiche, tanto da costringere l’editore a immediata ribattuta, ossia una ristampa. Non contento, Raimo, sempre motivato dal fuoco antifascista, compilava quella che è stata subito definita una lista di proscrizione di autori vitandi, suscitando aspre censure da parte di politici di destra, e sarcasmi irati di commentatori benpensanti. (Ma il fatto è, ahinoi, che avevano ragione tanto i primi quanto i secondi). Il CdA intanto tergiversava, ma sulla base della spinta di autori che dichiaravano di rinunciare a partecipare in nome della propria fede antifascista, e soprattutto per intervento congiunto del presidente della Regione Piemonte e della sindaca di Torino, finiva per rimangiarsi, all’ultimo momento, la concessione dello stand (uno spazio ridicolmente angusto) al sedicente editore, innalzandolo all’altare del perseguitato politico e dandogli un formidabile assist per chiedere un bel risarcimento monetario. Tutto ciò, mentre il direttore, il buon Nicola Lagioia, cercava di barcamenarsi, gettando acqua sul fuoco, come suol dirsi, (auto)elogiando il suo Salone come luogo di apertura di dialogo e di libertà: limitata, a quanto si è visto. Una censura in sostanza ridicola perché il libro intervista della Giannini si poteva comprare ovunque, e al Salone l’editoria della destra estrema, al limite della clandestinità, ha sempre trovato spazio. Senza che nessuno trovasse da ridire, si esponevano i “Protocolli dei Savi di Sion” e il “Mein Kampf”. Si dirà che il clima politico attuale implica la vigilanza antifascista: ma è questa la via per difendersi dal pericolo fascista? Non pare proprio, come dimostra l’effetto opposto raggiunto: notorietà per una sigla editoriale sconosciuta, successo di un libercolo  anche sul piano redazionale (come con sarcasmo amaro ha ricordato Michele Serra su “la Repubblica”); e nuove frecce all’arco di Matteo Salvini. Non c’è che dire: un eccellente risultato.
E il fatto che si siano registrati “numeri da record”, come ogni giorno la stampa cittadina ripeteva e la tv si soffermava sulle “lunghe code” per accedere alla kermesse, diventava poi da una parte un conforto sulla giustezza della scelta di censura operata dal Salone stesso verso la casa Altaforte, e dall’altra la conferma della bontà e bellezza della manifestazione torinese contro “quelli che ce lo vogliono scippare”.
E cogliendo l’occasione, mentre si ribadiva l’incrollabile orientamento “democratico”, del Salone, esso nelle dichiarazioni dei suoi amministratori e dei politici di riferimento veniva una volta di più presentato come uno strumento per favorire il libro e la lettura. Una manifestazione baracconesca (la stessa diffusa dizione di “Librolandia” ne fa capire il tenore) che si tiene una volta all’anno, per quattro giorni, in cui accade di tutto (dalla pessima musica alle salamelle arrostite, dai giochi dei bambini a dibatti superflui in cui i relatori sono superiori ai malcapitati astanti, il tutto in un assordante frastuono, dove la cultura del libro sembra la sola vera assente), dovrebbe dunque essere glorificato per questo suo ruolo? Ma non vi sono altre vie per far avvicinare “la gente” alla lettura? E la quantità (le folle oceaniche che si assiepano negli stand di Mondadori e RCS, sostanzialmente) è automaticamente qualità?
Se gli enti pubblici volessero favorire il libro e la lettura, magari con un occhi anche alla qualità, non avrebbero consentito che l’ultima libreria indipendente di Torino, “Comunardi”, la più “antica” (anche se nata soltanto nel 1976) chiudesse per sfratto ricevuto per lasciare i suoi spazi nel cuore della città a un ennesimo supermercato. Prima di essa, avevano chiuso i battenti, in una mesta litania funararia, Druetto, Zanaboni, Fogola, Lattes, Cortina. All’amministrazione cittadina, e regionale, e della “Città metropolitana” evidentemente nulla importa che il processo di “gentrificazione” proceda come un rullo compressore che cambia la fisionomia del centro della prima capitale d’Italia, città famosa anche per le case editrici (tutte o quasi smobilitate e trasferite altrove) e per le librerie. Comunardi, creata e gestita con coraggio e intelligenza da Paolo Barsi, era una istituzione non istituzionale, per così dire. La sola libreria aperta ogni giorno fino alla mezzanotte, un vero luogo d’incontro dell’intellettualità subalpina, uno spazio immenso riempito da quasi cinquantamila volumi, con particolare predilezione per libri di nicchia, editori minori, ma schierati nella galassia pulviscolare della sinistra, dalla letteratura alla saggistica, al cinema. Dai Comunardi trovavi tutto, specialmente quei titoli che altrove non avevano cittadinanza; e se non c’era ordinavi e ti arrivava nel volgere di due tre giorni. E potevi sfogliare innumerevoli riviste, e comprare quotidiani, ricuperando il deficit delle edicole che ferramente chiudono le serrande alle 19,30.
Ora, dopo una tenace resistenza, sostenuta da migliaia di firme del mondo intellettuale e di semplici cittadini, Barsi abbandona la lotta, Comunardi annuncia per settembre la chiusura. Chiamparino e Appendino, tanto solerti nell’azione sulla kermesse del Salone, non hanno proprio nulla da dire? D’altronde, nella trasformazione prevista con impressionante precisione da Karl Marx, alla piccola distribuzione, succede il moloch del supermarket. Le librerie Feltrinelli o Giunti o Mondadori non sono in nulla diverse dai centri Crai, Pam, Esselunga, e via seguitando. Per le librerie intelligenti, per i librai che vogliono salvaguardare con il proprio lavoro, non soltanto il libro-oggetto, ma il libro-pensiero, non vi sarà più posto, nella fase dell’ultracapitalismo, dove il liberismo estremo si coniuga con l’estrema ignoranza.
A grandi passi avanza il futuro che non vorremmo vedere.