L’ULTIMA PELLICOLA SU NUREYEV: 127 MINUTI CHE NON APPASSIONANO

DI CHIARA GUZZONATO

Avete presente quando vi chiedono se un film vi è piaciuto ma non siete in grado di dare una risposta univoca? E vi perdete in una serie di “mah, sì, non male, cioè non lo rivedrei, però insomma…”. Ecco, noi siamo nella stessa situazione dopo aver visto “The White Crow”, il nuovo film di Ralph Fiennes sulla vita del più straordinario ballerino di tutti i tempi, Rudolph Nureyev. La pellicola non ha ancora una data di uscita in Italia (e chissà se ce l’avrà mai), ma in Spagna ha fatto il suo debutto la scorsa settimana, ed è proprio in un cinema spagnolo che l’abbiamo vista.
Sanza infamia e sanza lodo, direbbe qualcuno. Ma cerchiamo di andare un po’ più nei dettagli, provando a capire cos’è che, a nostro parere, non ha funzionato. Prima cosa: la chiarezza della trama. Se uno non è un appassionato divoratore di biografie di Nureyev, farà fatica a capirci qualcosa, intendere chi è chi e che ruolo ha ognuno nella vita di Rudy. Troppe analessi e prolessi, numerosi primi piani, inquadrature sugli occhi sognanti di Ivenko (straordinario ballerino russo che interpreta il protagonista), sulle labbra carnose di Clara Saint, intima amica di Nureyev e sua “salvatrice”… ma il tutto un po’ sconnesso. Le immagini sono sicuramente molto belle, ma mancano di pathos, di sensualità. E in un film su Rudy, la sensualità non può mancare.
Alcune scene sono addirittura rese in modo errato: la defezione di Nureyev all’aeroporto francese è un flop. Con tutta la tranquillità del mondo (che sicuramente non apparteneva a Rudy e nemmeno a un uomo che vede messa a rischio la propria libertà), il ballerino si dirige camminando verso la polizia francese e dice “Chiedo asilo politico!”.
Ben diverso il racconto dei testimoni (quelli veri), descritto anche nel più recente documentario sulla star russa, dal titolo “Nureyev”: Rudy si gettò tra le braccia dei poliziotti, urlando in inglese “Voglio stare qui! Voglio stare qui!”. Questo sentimento struggente, questo desiderio di libertà, manca decisamente in questa scena (clou) della pellicola.
Un’ultima cosa che, purtroppo, si è persa con il doppiaggio (perlomeno nella penisola iberica): le parti in russo. Fiennes (regista, oltre che attore nei panni dell’insegnante Puškin) aveva espressamente recitato parti del film in russo, ma nella versione doppiata è stato tradotto tutto: una grave perdita, oltre a una mancanza di rispetto per le decisioni del regista, che non avrà certo scelto di parlare in russo per puro sfizio personale, ma per un motivo ben preciso.
Non si tratta di una bocciatura su tutti i fronti, ma probabilmente Rudy avrebbe meritato di più: apprezziamo lo sforzo.