INCONTRI INASPETTATI A CANNES

DI GIOVANNI BOGANI

E’ mattina, l’ultima mattina del festival di Cannes. È una giornata strana, perché vive di nulla fino alle sette di sera, quando c’è la cerimonia dei premi e tutto diventa frenetico, tutto impazzisce, e devo scrivere in fretta il mio pezzo, e poi andare in quella specie di ambulatorio, di retrobottega con la parete verde che è lo studio della Rai al Gray d’Albion.

Che cosa faccio oggi? Non voglio ciondolare per questa Cannes, o meglio per queste stanze, la sala stampa, la sala stampa con la finestra sul mare che non percorro, o la sala stampa con la terrazza sulla gente che va al Grand Théatre e si regala una giornata di festa con gli abiti buoni. Voglio andare da qualche parte. Costa 16 euro andare all’isola di Saint Honorat. È tanto, probabilmente non me lo merito per quello che ho fatto fino ad ora. Non me lo merito perché in questa edizione del festival di Cannes non ho neppure lavorato troppo. Non ho fatto tanti articoli. È già tardi, è l’una passata, ho passato il tempo a fare la valigia perché domattina devo partire prestissimo.

È l’una passata, se prendo l’autobus probabilmente non faccio in tempo ad arrivare all’imbarcadero. E quindi rimarrò a Cannes, a fare niente. Fino alle sette, che esplode il mondo, ci sono i premi e gli articoli da fare, e non ci sarà neanche tempo per respirare.

Scendo in strada, in quell’angolo di Cannes dove ho la casa, che non sembra esista il festival, non sembra esista niente. L’autobus non si vede, ma c’è la gente che aspetta alla fermata. Non tarderà troppo, ma arriverà tardi per prendere l’ultimo battello utile. Mentre aspetto l’autobus, faccio senza crederci l’autostop. Passano auto di lusso, troppo di lusso. E una Deux Chevaux grigia tutta strana,allungata, come una Limousine hippie. Ma non mi fermano.

Tendo il pollice l’ultima volta. L’autobus, del resto, dall’altra parte della strada sta arrivando, farà il giro e poi salirò su. Tendo il pollice, e un’auto si ferma. Non mi sembra vero.

È un uomo sui trentacinque, capelli lunghi, biondi. Sembra un surfer. È allegro. Dice: non guardi alla confusione, questo è il mio studio. Studio di cosa? È una macchina piccolina, sembra una Ka. Forse è una Ka.

“E’ il mio studio, io lavoro qui, il mio ufficio, e io vivo qui”, mi dice. “Vedi? Ci sono succhi di frutta, chips, se vuoi puoi servirti”. E in effetti ci sono bottiglie arancioni e patatine chips. Gli chiedo, in francese, se si è separato. “Proprio questo. Mi sono separato. E adesso vivo qui”. E aggiunge: “Io sorrido, cerco di tenere il sorriso, ma dentro sono triste, molto triste”. È giovane, anche piuttosto piacente, in forma, potrebbe essere uno di quei piacioni che si trovano nelle discoteche. Invece lo sento che parla sul serio.

“Mi sono lasciato, poi ho creduto di trovare un’altra donna, ma anche questa non mi amava veramente”, dice. Mi chiedo se non sia un folle. Ma guida con attenzione, piuttosto piano, anche. Gli racconto del mio amico, Lucas del Camper. Che per due anni e mezzo ha vissuto nel suo van, con i libri di Bukowski messi ordinatamente su uno scaffalino minuscolo, e le poesie scritte con la matita la sera, nel suo parcheggio, in una stradina secondaria. Gli dico che si era separato dalla moglie, e che aveva una figlia che amava moltissimo.

“Per fortuna non abbiamo avuto figli”, dice lui. Meglio, molto meglio. E come va con il lavoro? “Attualmente non ce l’ho”, dice. È un disegnatore, ma fa anche il pittore, l’imbianchino. Ha lavorato qui a Cannes pitturando non so cosa, in uno stabilimento balneare. Poi ha cercato lavoro, ma non ne trova. Giovane, simpatico, senza lavoro, senza una vita. “E’ una donna che ti fa ricominciare, che ti dà la fiducia, che ti dà la speranza”, dice. Lui speranza non ne ha.

Adesso ha una bella macchina piccola, un po’ di succhi d’arancia, delle chips, un ospite a bordo con cui chiacchierare. C’è il sole, fuori, e c’è tutta la gente di Cannes, quelli che vanno in taxi, quelli che vanno negli hotel a cinque stelle, quelli che stasera andranno a una festa. Quelli che hanno fatto un contratto, quelli che hanno in distribuzione il film che vincerà la Palma d’oro, quelli che hanno fatto un corto e lo vogliono distribuire. Quelli che sono venuti dall’Italia con la Lamborghini. Quelli che hanno un amico che li ha invitati sulla barca, che poi non è una barca, ma una specie di villa tutta bianca con un nome strano, tipo “Nevertheless” o “White Shadow”, e in cui si entra togliendosi le scarpe. Tutti quelli che sono a Cannes. Quelli che domani non ci saranno più. Come me. Come tutti in questa vita. Che oggi ci siamo, e un giorno non ci saremo più.

Si chiama Régis. Come Régis Débray, un regista che conoscono in pochi. “Oui”. Mi chiede di dove sono. Non c’è mai stato, a Firenze. L’ha vista alla televisione, però. Chissà se ci andrai mai, Régis. Chissà se troverai una donna che ti amerà. Non ce ne sono tante, di donne che amano. E molto spesso amano le persone sbagliate.

Sembri un po’ John Lennon e un po’ un chitarrista che ho conosciuto a Lanzarote, e che si chiama Sly, Sly Giordano. Hai tutti questi riccioli, e di sicuro se tu fossi sereno, con una donna potresti stare bene, lei potrebbe stare bene. In fondo, è anche la mia storia. Senza più riccioli, però. E nessuna somiglianza con John Lennon. Ma a una donna potrei raccontare un mondo intero, potrei proiettarle dei film nella mente, un milione di film.

“Saper ascoltare significa possedere, oltre al proprio, il cervello degli altri”, diceva Leonardo da Vinci. Se ci fosse una donna che sapesse ascoltarmi, potrebbe possedere tutta la mia storia, tutta la mia vita, tutti i giorni piovosi e quelli di sole, tutti i film che sono entrati in questa scatola marcia che è la mia memoria.

Al momento di uscire dalla macchina, frugo nel portafogli, ho solo pochissimi soldi cash, ho messo tutto in una busta per l’affitto della casa qui a Cannes, e mi sono tenuto quindici euro per il non si sa mai. Trovo una moneta da due euro, gliela do. “Pour un café, cela me ferait plaisir”, gli dico. “Bon courage”, che è una cosa che si dicono, qui. Ma, mentre glielo dico, penso che tutti abbiamo bisogno proprio di questo: di coraggio. Per inoltrarci nei minuti, nei metri, nelle ore, nelle linee confuse e incerte che tracciamo tutti sulla pelle della Terra.