UNICI, LE COSE BELLE DI MAMMA RAI

DI FEDERICO TANTILLO

Unici.
(ovvero della grandezza di Napoli, anima del mondo)

In realtà avrei bisogno di un volumetto, non di un post.
Ma ci provo a mettere in fila pochi pensieri.
Se vi scoccia leggere, lasciate perdere subito.
Lunedì sera, neanche due giorni fa, è andata in onda una nuova puntata di “Unici”, la trasmissione ideata, curata, da Giorgio Verdelli per la Rai.
Rai Due, per l’esattezza.

Beh già qui una piccola cosa vorrei dirla.
Rai, per chi come me è cresciuto nei ’60 e nei ’70, vuol dire cultura. Il teatro di Eduardo, i magnifici sceneggiati che portavano in tv, nelle famiglie, la grande letteratura, attori stratosferici come Alberto Lupo o Ugo Pagliai o Carla Gravina (sono tantissimi, sono solo i primi che mi vengono in mente), giornalisti come Biagi o Minà o Barbato, e il varietà, e Dario Fo, e Enzo Trapani, e Arbore.
Tanta, tantissima cultura. Popolare, dirà qualche intellettualino. Buona proprio per questo, ribatto.
E poi Rai Due (allora “secondo canale”), che di questo fenomeno fu protagonista assoluta. Due soli nomi dicono già tutto: “L’altra domenica”, e “Blitz”. Chi li vide, e li visse, capisce subito. Chi non li vide, perché troppo giovane, si faccia un giro su Google, vale la pena.

Insomma, sarà un caso, ma la magnifica trasmissione di Giorgio va su Rai Due. In perfetta continuità con “quella” storia di “quella” Rai, oggi certo meno visibile, più rarefatta, ma presente, ancora.
La puntata con cui io ho conosciuto la trasmissione, e Giorgio, la vidi durante le vacanze di Natale 2013, era dedicata a Mina. Fantastica, la registrai su MySky, la conservo, ogni tanto me la rivedo.
Ma il vero colpo di fulmine fu a marzo 2015. A meno di due mesi dalla morte di PIno Daniele, Giorgio realizzò la puntata dedicata a lui. La cui perdita, per me, è stata la perdita di un pezzo di cuore, di anima, forse proprio di corpo. Un dolore quasi fisico. Ne ho scritto altre volte, non voglio, ora, qui, scantonare. Soprattutto, non voglio piangere. Non è aria. Ora no.

Di quella puntata, che rividi credo cinque-sei volte di seguito, nei giorni immediatamente successivi alla prima messa in onda, mi colpì una caratteristica incredibile di Giorgio: la capacità di porre domande talmente intelligenti, talmente centrate, talmente “colte”, da consentire ai suoi interlocutori di dare davvero il meglio, nello scavare nelle emozioni, nell’analisi culturale, ma anche introspettiva.
Nella puntata su Pino ci sono diversi passaggi (Saviano che parla della “potenza della parola” non minore della statura del musicista, Toni Servillo che parla della musica che, a differenza delle altre arti “c’è sempre”, accompagna la nostra vita in ogni momento, la domanda di Giorgio, proprio a Servillo mi pare, sui “gradi di separazione” che certi personaggi dell’arte riescono a annullare, divenendo di fatto patrimonio collettivo di intere generazioni) in cui emerge chiaro che Giorgio non è solo solo un narratore di storie, non è solo un cronista, non è solo un intervistatore. E’ molto di più: è un moltiplicatore di emozioni attraverso la cultura, e di cultura attraverso le emozioni.

Lo cercai, dopo aver visto quella puntata (potenza dei social…), e da quell’incontro è nato un libro, fantastico: “A noi ci piaceva il blues”, che Giorgio ha realizzato con l’amico di sempre Antonio Tricomi, da anni anima della redazione napoletana di Repubblica, anche lui “malato di musica e emozioni”.
Non mi piace molto parlare dei libri che pubblico.
Di quel volume (lo linko nel primo commento) sono orgoglioso, come lo sono di tutti i libri che edito, sempre.
Ma questo è particolare… è proprio come Geppetto che osserva Pinocchio: hai la sensazione di aver dato vita a una cosa che dà senso al tuo stare su questa terra, e ti sopravviverà.

La puntata di lunedì (che linko invece qui, in fondo al post), è dedicata a un altro mio mito di sempre, Edoardo Bennato. E già il titolo dice tutto: “Tra Rossini e Rock ‘n roll”.
Già, perchè Edoardo è Rossini, è tradizione, che si fonde col rock, con la chitarra l’armonica il kazoo e il tamburello. E’ melodia, ma è anche ritmo, quello ancestrale, che arriva dritto dall’Africa e passando dall’America nera diventa blues, e dà corpo all’anima più profonda di ognuno di noi.
Alla fine della puntata Giorgio dice una cosa preziosa, intelligente come lui sa dire: “L’armonica racchiude il senso più autentico del blues, perchè l’armonica è l’organo dei poveri”. E Edoardo è quando suona l’armonica, che rivela davvero un talento unico, irripetibile, di musicista.

Il ritmo del blues è una amplificazione emotiva del ritmo del cuore, tutto in levare. E avoglia se c’è ritmo, nella musica e nelle parole di Edoardo.
Edoardo è ironia, ma anche malinconia.
E’ rabbia, ma è anche un “no” a ogni retorica.
E’ senso totale della libertà.
Fino a fregarsene di ogni schematizzazione. Vallo a spiegare a chi lo ha preso di mira perchè ha cantato con Grillo, con Berlusconi, ha fatto il selfie con Salvini, e ha suonato pure ai Primo Maggio sindacali, e alle Feste dell’Unità, non capendo che a uno come lui, totalemente “matto” e totalmente libero, di queste robe qui, di posizionamenti e accostamenti, non gliene frega nulla, ma proprio nulla.

[Come a me non frega nulla di ricevere sberleffi se pubblico il libro di Storace, o quello del mio amico Irriducibile e di destra, o quello su Malagrotta, per poi lottare, oggi, contro la demonizzazione di Cerroni. Perchè il problema non è stare con qualcuno, o contro qualcuno.
Il problema vero è stare dalla propria parte, parlare con chiunque, dare voce a chiunque senza pregiudizio, restando sempre sé stessi, senza vendere l’anima né al diavolo né al santo di turno, evitando ogni retorica, ogni divisione rigida tra buoni e cattivi, ogni demonizzazione semplificatoria e spesso autoassolutoria. Tutti, tutti, siamo a volte buoni, a volte cattivi: non ci sono recinti in cui rinchiudere gli altri, e nemmeno noi stessi].

Guardatevela, se potete questa puntata di “Unici”. C’è veramente qualcosa di magico, nella narrazione della avventura musicale, esistenziale, di questo uomo piccolo di statura, eppure gigantesco nella capacità di volare, usando l’arma più potente che esista: la fantasia.

Da “Ma chi è” a “Cantautore”, da “Ma che bella città” a “Non farti cadere le braccia”, da “Venderò” a “Le ragazze fanno grandi sogni”, da “Il gatto e la volpe” a “Pronti a salpare”, da “Io che non sono l’imperatore” a “La calunnia è un venticello”. E tanti, tantissimi altri brani.
E Lucio Battisti, e il concerto a San Siro dell’80, e Bo Diddley, e B.B. King, e Pavarotti, e Jannacci, e De André. Gli amici del cortile, l’Italsider, Toni Esposito, il fratello Eugenio, Roberto De Simone, la Nuova Compagnia di Canto Popolare.
Una cavalcata incredibile, un fiume di musica e parole la cui forza non ci è ancora chiara. Si dice spesso che per celebrare i grandi aspettiamo sempre che se ne vadano. Ecco, in questo caso Giorgio invece ha veramente messo un punto fermo, imprescindibile, per rendere omaggio alla bravura, all’arte, di uno che c’è. E meno male che c’è, uno così, che oltre a cantare e suonare dipinge, e dipinge vucumprà. “Perché i vucumprà, col loro essere sempre in cammino, sono il simbolo migliore del cammino dell’umanità”.

Ultima riflessione. Dicevo prima che forse, in fondo, non è un caso che uno bravo come Giorgio vada sul “secondo canale”. Beh, c’è un’altra cosa, che secondo me non è casuale per niente.
Giorgio, come Pino, come Edoardo, viene da Napoli. Ed è qui, in questo dettaglio decisivo, ne sono certo, il segreto della magia. Lo dice Edoardo, a un certo punto: “Napoli è un concentrato di tensioni sociali, di paradossi, sintetizza tutte le contraddizioni dell’Italia, dell’Europa, del mondo”.
Napoli è rabbia, e assuefazione. È lotta, e indifferenza. È amore, e violenza. È passato, e futuro.
Pensate solo un attimo al teatro di Eduardo, o alle maschere di Totò, o a canzoni come “Reginella” o “Anema e core” (quella di D’Esposito), e provate a negare che siano espressione dell’anima del mondo. Solo bluffando, o mentendo, ci potete riuscire, a negarlo.
Del resto, di tantissime canzoni napoletane basta accennare una nota, una sola, per far cantare, e commuovere, un russo, o un cinese, o uno yankee, o un australiano, in men che non si dica.

Ma Napoli, soprattutto, è bellezza che toglie il fiato. Una buona parte della puntata, dedicata ai dialoghi tra Giorgio e Edoardo, si svolge su una terrazza di un palazzo di Napoli, che mi ricorda (ma non è, non mi pare lo sia) quella su cui nel 2008 fu girato il videoclip di “Anema e core”, uno dei brani inediti della raccolta di Pino Daniele “Ricomincio da 30”.
E lo dicono loro due, che sembra una cartolina, un quadro, ma è un panorama, un paesaggio vero. Che mozza il fiato. Ti fa ammutolire.

Il Vesuvio, un cielo azzurro che più azzurro non si può, il mare. Eccolo, il segreto della magia di Napoli, visibile a occhio nudo. La bellezza di un paesaggio che sembra finto per quanto è bello, e lo stagliarsi, apparentemente bonario, di un gigante di terra ripieno di tanta lava da poter distruggere l’intera città in poche ore.

Guardatela, se potete questa puntata di “Unici”. Non è (solo) questione di musica. Fa proprio bene al cuore.
E c’è bisogno, ora, di ❤️, più che mai.

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