LO SCUDO ANTI-INVESTIMENTI ED I SOVRANISTI IN CERCA DI SUDDITI

DI MARIO SEMINERIO

Ieri abbiamo appreso che nel cosiddetto decreto crescita è inserita una norma per compiere trasfusioni al buco nero Alitalia a spese degli utenti dei servizi di pubblica utilità (luce e gas), cioè dei cittadini. Si tratta di pura fantasia malata di un paese pre terminale ed ormai bancarottiere per vocazione, quindi ci limitiamo a segnalarvela. Ma oggi leggiamo anche di un’altra iniziativa legislativa, che in astratto è ricollegabile con la sciagurata vicenda Alitalia. Perché a pensare male si fa peccato, ma in un paese alla disperazione come l’Italia ci si azzecca quasi sempre.

Di che si tratta? Nel decreto sblocca-cantieri, tra gli emendamenti dei relatori è spuntata una norma che prevede di spostare in capo all’Avvocato Generale dello Stato il nulla osta preventivo agli appalti, poiché siamo nella disperata modalità “fate presto” ad investire, diciamo. Ipotesi precedenti pensavano di assegnare questo compito alla Corte dei conti, e già quella non sembrava idea particolarmente brillante.

Ebbene, un emendamento in origine di maggioranza, presentato da un pentastellato e da un leghista, fornirebbe uno “scudo protettivo“, previo parere dell’Avvocato Generale dello Stato, per responsabilità di funzionari pubblici che potrebbero derivare da “decreti che determinano la cessazione anticipata, per qualsiasi ragione, di rapporti di concessione autostradale».

Si parte dallo sblocca cantieri e si arriva alle concessioni autostradali? Interessante. Come sapete, i nostri eroi sono o dovrebbero essere impegnati nell’iter per la famosa “caducazione” della concessione ad Autostrade per l’Italia, a seguito della tragedia di Genova. Dovrebbero perché c’è nebbia fitta e mi sono perso sullo stato di avanzamento dei lavori legali.

Ora, con questo emendamento, spunta l’ideuzza di “scudare” da procedimenti per danno erariale i dirigenti del Ministero delle Infrastrutture che dovessero firmare la revoca delle concessioni autostradali, cioè prima che siano intervenuti gli esiti di altri formali e codificati procedimenti di contestazione. Non serve una laurea in cospirazionismo per capire che questa sarebbe una pistola ben carica posata sul tavolo di eventuali “interlocuzioni” con qualche azienda (che so, Atlantia), finalizzate ad un ingresso spintaneo della medesima in altra decotta (che so, Alitalia).

Che ve ne pare? Non male, no? Se è vero quello di cui si sussurra da settimane, e cioè che Atlantia potrebbe (ri)entrare in Alitalia, diciamo per proteggere la sua controllata Aeroporti di Roma a Fiumicino (una delicatissima foglia di fico), avendo in cambio un occhio benevolo su concessioni, revisioni tariffarie ed accelerazione di grandi opere, questo emendamento servirebbe a limare le unghie alla società dei Benetton.

Una cosa del tipo “ehi, pensi di avere la mano forte di carte? Sbagli”. So che, leggendo queste considerazioni ed ipotesi, sarete affascinati dall’ésprit florentin degli italiani, sempre pronti ad azzeccare un garbuglio per uscirsene vincitori, almeno per qualche istante prima della immancabile catastrofe successiva. Ci sono però alcuni problemi. Gravi.

In primo luogo, l’accrocchio scavalcherebbe la Corte dei conti, negandole l’esame di atti a rischio di danno erariale. In pratica, il governo va all’Ikea e si compra una Corte dei conti in scatola di montaggio, a proprio uso e piacereSe questo vi pare un abominio giuridico, siamo con voi. La magistratura contabile, che ieri ha immediatamente segnalato la follia in gestazione, potrebbe comunque finire a portare a giudizio l’Avvocato generale dello Stato, oltre al dirigente firmatario della revoca delle concessioni. Bingo.

Ma c’è anche altro. Sono minuzie per noi liberali da salotto, mentre quelle sopra erano minuzie per fissati da stato di diritto. Quale investitore estero verrebbe in Italia, sapendo che si tratta di un paese dove le norme possono essere devastate in funzione delle convenienze del governo pro tempore, in caso gli imprenditori non accettino di esserne sudditi? Uno scudo, certamente. Ma anti investimenti.

Poi, certo, agevoliamo gli investimenti, suoniamo il liberi tutti, eliminiamo i controlli fingendo di farli divenire preventivi, facciamo tutto in house perché tutto è “bene comune”, o meglio “cosa nostra”. E vissero tutti felici e contenti. Ma si tratta delle ennesime, pleonastiche conferme che viviamo in un failed state. Ve lo scrivo in inglese, perché in quella lingua questa espressione ha significato molto più pregnante che in italiano. E forse al Tesoro statunitense hanno iniziato a realizzare questa evidenza.

 

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