TIMEO DANAOS ET DONA FERENTES. IL ‘SI’ TAV’ FATALE PER CHIAMPARINO IN PIEMONTE

DI ANGELO D’ORSI

La sconfitta di Sergio Chiamparino nella competizione per la presidenza della Regione Piemonte merita almeno una riflessione a margine delle considerazioni più ampie di carattere generale, che analizzano i flussi di voto, l’incapacità del PD di intercettare il voto dei Cinquestelle, il travaso di questi verso la Lega, che raccoglie i voti in libera uscita di Forza Italia, in parte finiti pure alla destra estrema dei Fratelli d’Italia. Bisognerebbe naturalmente ricordare il disgusto per il Partito Democratico, a torto o perlopiù a ragione, diffuso in larghissimi settori della popolazione, per l’appiattimento della politica di quel partito sulle decisioni, le scelte e gli orientamenti della Commissione della UE, e in generale rispetto ai desiderati di cricche di potere finanziario, di lobby incuranti degli interessi dei ceti deprivilegiati, e così via: al punto da far scomparire, nel discorso del Partito, qualsiasi elemento non solo di critica, ma persino di dubbio ragionevole. 

Insomma, gioco facile a chi denunciava queste cricche, da cui peraltro era foraggiato, e da cui era sostenuto, tra rulli di tamburi e squilli di trombe, con migliaia di messaggi sulle reti sociali, conditi da una dose abbondante di false notizie. Senza contare l’eterna fascinazione del popolo italiano per l’uomo forte, per il capo anche se capo non è, per chi appare muscolare, nel linguaggio, nella politica, nel fisico; e la predilezione per chi sembra “uno di noi”, come la casalinga di Voghera o il bidello di Abbiategrasso, come il pensionato di Reggio Calabria o come il bancario di Reggio Emilia, il tassista di Roma e il finanziere di Vipiteno: la vittoria dell’uomo qualunque, dell’uomo della strada, del “cittadino comune”, incarnato da chi ha imparato a truccare le carte con notevole abilità e nel suo mobile mimetismo sa interpretare tutti i ruoli sempre però su quella falsa riga.
Questo, e molto altro, in termini generali, appunto. Specificamente, guardando al Piemonte, una regione in grossa difficoltà con il venir meno progressivo del volano Fiat (e le ultime notizie sulla fusione FLC-Renault non sono affatto rassicuranti in proposito), regione tuttavia, nell’insieme, non malgovernata negli ultimi anni, a parte le due parentesi di un bellimbusto di Forza Italia, Ghigo, e del grottesco governatore delle mutande verdi, Cota, costretto a dimettersi dalle inchieste giudiziarie. Sergio Chiamparino, già discreto primo cittadino di Torino per due mandati, incappato nella vicenda Olimpiadi 2006, che hanno fatto di Torino una delle città più indebitate d’Italia, con aumento certo dell’agognata “visibilità” ma con scarse ricadute benefiche sulla popolazione, a parte commercianti, albergatori e ristoratori del centro città. Chiamparino che appartiene al partito interno ai post comunisti, detto “degli amministratori” (un nuovo PdA, quam mutatus ab illo!), dopo una breve parentesi alla presidenza della Compagnia di San Paolo, secondo il principio denunciato dal compianto Luciano Gallino delle “porte girevoli”, è ritornato in campo vincendo facilmente cinque anni fa, insediandosi così alla guida della Giunta regionale.
Ma come per le Olimpiadi quando era sindaco, così da presidente di Regione, Chiamparino si è fatto divorare dal demone del “Moderno”, per lui incarnato dal dissennato progetto Tav. L’opera è ferma, dopo qualche sondaggio, ferma per la diffusa opposizione sociale e culturale, ferma per il rifiuto risoluto della stragrande maggioranza della popolazione locale, ferma per le sue stesse debolezze teoriche, che hanno costretto ingegneri ad hoc ingaggiati, a rivedere di continuo il progetto, ogni volta però presentato come il migliore possibile, e nell’arco di qualche mese ripreso e modificato.
Nell’ultimo anno, però, Chiamparino ha avuto l’inatteso sostegno del partito d’opinione delle “madamine”, le signore di buona famiglia scese in piazza con qualche migliaio di supporters, evocando la famigerata “marcia dei 40.000” (che non erano quarantamila), con il sostegno di Confindustria e forze politiche legate ai poteri forti (ne abbiamo parlato su MicroMega). Ma quel sostegno forse non richiesto di cui Chiamparino ha creduto di farsi usbergo prima contro le incertezze dei Cinquestelle al governo della città e quelli al governo del Paese, è diventato nel corso dei mesi, sempre nella avventata analisi dell’ex sindaco e ormai ex governatore, un’arma di attacco. Non si è curato, Chiamparino, di distinguersi dalle destre che inneggiavano, come lui e le sue madamine, al Tav, panacea dei mali di una regione deindustrializzata e di una città senza spinta propulsiva. Non si è curato, Chiamparino, commettendo un “fatal error”, di imbastire una campagna positiva sulle cose fatte nella Regione sotto la sua guida; è caduto nella trappola del rilancio, grazie alle Grandi Opere, che come gli studiosi seri e i politici accorti, attenti al bene pubblico, sanno, sono macchine divora-ambiente e divora-quattrini. Di cose buone, insieme alle tante non buone, l’amministrazione di Chiamparino ne ha fatte parecchie, e dunque era su quello che la sua campagna elettorale avrebbe dovuto puntare, invece che giocare tutte le carte, in un crescendo forsennato che ha indotto qualcuno, me compreso, a chiedersi cosa ci fosse dietro tanto accanimento a favore del Tav.
Ora la domanda è decaduta. Ora che al suo posto sta per insediarsi un evanescente personaggio, un classico signor nessuno, che sarà eterodiretto da altri, ben più forti e legati a quegli ambienti che sono del resto gli stessi che insistono per le Grandi Opere, lo Sblocca Cantieri, e, ciliegia amarissima sulla torta anelata dalle mafie di ogni rango e genere, il Tav.
Ora Chiamparino annuncia il ritiro dalla politica, ma se così non fosse farebbe bene a rimeditare sulle proprie cattive amicizie politiche. Il coccolato “popolo Sì Tav”, madamine e signorinelle, in cerca di visibilità, compiti giovanotti convinti che il Tav porterà decine di migliaia di posti di lavoro, pensionati “bougianen” ai quali si è fatto credere che così Torino uscirà dal cono d’ombra e ritornerà (in qualche modo), “capitale”: tutta questa patetica schiera, a ben vedere, ha avuto relativamente a Sergio Chiamparino, un ruolo di Cavallo di Troia, e invece di contribuire al suo successo, ne ha favorito la sconfitta. Meritata, perché sempre la sinistra (o il cosiddetto “centrosinistra”) che imita la destra non solo ne prepara la vittoria, ma perde, pezzo dopo pezzo, il proprio bagaglio ideologico e la propria stessa ragion d’essere politica.