TRUMP IMPONE DAZI AL MESSICO, E I MERCATI FIBRILLANO ANCORA

DI VIRGINIA MURRU

 

Di strali in termini di dazi sembrava ce ne fosse abbastanza, ma per il presidente americano la tregua dura poco, nel mirino ora c’è il Messico, e per ragioni diverse anche il Regno Unito.

Si sapeva già prima del suo insediamento alla Casa Bianca che il presidente Donald Trump non era il solito politico che nel corso della campagna elettorale  cerca di convincere gli indecisi con promesse ad effetto. Non è un presidente che si limita ai proclami, dopo i tuoni solitamente arrivano anche i lampi, e ci tiene a rimarcare la coerenza con la sua linea politica esibendo la sua firma su un provvedimento di legge, davanti alla stampa, a conclusione di un risultato già  annunciato.

Intanto incertezza e instabilità governano i mercati, lo spread sale ancora fino a raggiungere in giornata un differenziale di 293 punti base, placando la corsa solo in chiusura e stabilizzandosi a 287 punti. Differenziale ai massimi da dicembre. In calo tutte le piazze europee, l’euro chiude a 1,12 dollari.

La Grecia non è lontana ormai quando si argomenta intorno allo spread, il rendimento dei Btp italiani a 5 anni è vicino all’omologo greco. Basterebbe confrontare lo spread con il bund tedesco a 5 anni: risulta più alto per l’Italia che per la Grecia. Il confronto tra i decennali dei due paesi fanalino di coda nell’Ue, è più o meno lo stesso. Come dire che la svolta per l’Italia non è a portata di mano.

Sul fronte dei dazi, che Trump stia aumentando gli ‘ordigni’ nel suo arsenale, lo ha rivelato anche il Financial Times, ora nel bersaglio c’è il  Messico, contro il quale aveva già pronto  un programma di tutto rispetto (si fa per dire..) prima che fosse eletto presidente, compreso il muro sulle frontiere, per tenere sotto controllo i flussi migratori provenienti proprio dai confini messicani.

Ora sembra che l’establishment di Donald Trump sia pronto a colpire il Paese, con dazi pari al 5% su tutte le merci importate negli States a partire dal 10 giugno, destinati ad aumentare progressivamente ad agosto del 15%, a settembre del 20%, e ad ottobre del 25%.

Una raffica di penalizzazioni volte a indurre il governo messicano a bloccare l’ingresso illegale di stranieri in territorio Usa. Una sorta di ricatto che i messicani, considerato il tenore del provvedimento, saranno costretti ad accettare, intervenendo con controlli più severi alle frontiere.

Si tratta tuttavia di un autoritarismo sul fronte internazionale che sta creando instabilità e tensioni nei mercati, a cominciare dal Messico, dove il peso cede sotto le pressioni del governo americano e perde il 2,3% del suo valore. Pochi commenti da parte del governo, solo sconcerto.

I ‘ricatti’ non si fermano qui, c’è anche Londra da ammonire, e così da Washington parte una ‘diffida’ nei confronti dell’esecutivo, già di per sé bersagliato dai tumulti interni causati dalle incertezze riguardanti la Brexit. Questa volta si esige da Londra ‘disciplina’: si chiede di non permettere a Huawei d’installare le reti 5G nel Paese. Qualora non si adeguasse alle richieste, gli Usa interverrebbero limitando la collaborazione nell’ambito dell’intelligence.

E c’è da giurare che la visita di Stato del presidente Trump, prevista a breve in Gran Bretagna, non sarà propriamente all’insegna della totale distensione. Tenere sotto scacco gli alleati, dispensando minacce di ogni sorta, comprese quelle dirette all’importazione di alcuni prodotti provenienti dall’Ue, non è il modo migliore per servire i princìpi di pace ai quali si ispirano Organizzazioni internazionali come l’Onu, e soprattutto gli accordi  raggiunti nei meeting G20, sempre all’insegna dei migliori proponimenti in termini di dialogo.

Intanto la tensione legata al conflitto commerciale ancora in atto tra Usa e Cina, non è in via di risoluzione.