TUTTO JURGEN KLOPP FINALE PER FINALE

DI BORIS SOLLAZZO

Dopo tre finali europee perse l’allenatore del Liverpool ha l’occasione di salire sul tetto del Vecchio Continente e togliersi quella fastidiosa etichetta di perdente di successo

Perdente di successo? Un’etichetta frequente nel mondo del calcio e solitamente data con leggerezza (da Eriksson a Ancelotti a quel Sarri che a Baku sembra essersi tolto l’etichetta). Una categoria dello spirito, più che una reale analisi dei fatti, soprattutto se si valuta il fatto che persino Jurgen Klopp si trova a dover combattere con quest’espressione che, come tutti gli ossimori, vuol dire tutto e niente e non di rado è un modo furbo per dire tutto e niente.

Non è uomo di finale, dicono in troppi. Non è uomo da ultimo scatto, raccontano quelli che la sanno lunga. Ancora abbagliati da quel disastroso Karius che l’ha messo fuori dai giochi l’anno scorso, tutti hanno dimenticato i due scudetti con il Borussia, ma ancora di più la sua prima Supercoppa di Germania, in cui schiaccia, a livello di gioco e risultato, un Bayern Monaco che allora è ancora corazzata ambiziosa. I detrattori ricordano che allora il trofeo non era ufficiale – ma la partita fu così vera e bella che convinse, poi, a novembre a reintrodurla nel programma della Lega -, perché la partita nacque da un’amichevole decisa dalle due squadre.

La verità è che però quell’etichetta, molto stupida e poco lungimirante (la sua eccezionalità non è nel perdere nell’atto finale ma nell’arrivarci con squadre che, sulla carta, dovrebbero fermarsi prima), se la guadagna il 25 maggio 2013. Nel pieno della sua ascesa, capace di dominare due Bundesliga, subisce la rivincita più amara. Finisce 2-1, come quattro anni prima, ma per i bavaresi. A Wembley, dirette da Rizzoli, le due squadre non si risparmiano e Klopp dà un saggio della sua bravura tattica e motivazionale.

I gialloneri dominano in modo a tratti imbarazzante per 70 minuti – Neuer si supera più volte -i, il Bayern soffre, è nervoso, sente i fantasmi dell’anno prima avvicinarsi, quando perse col Chelsea. Neanche il gol di Mario Mandzukic riesce a sanare la precarietà di una squadra che non è abituata a subire in quei termini e Gundogan fa pensare a tutti che è fatta. E’ il 68’, ma si spegne la luce. Jurgen in panca non si dà pace, forse l’entusiasmo ha fregato più i suoi ragazzi che lui e la storia vuole che sia proprio Arjen Robben, uno che l’etichetta di perdente di successo se l’è guadagnata con qualche motivazione in più, metta dentro all’89’ il gol dell’ingiusta vittoria della quinta coppa dalle grandi orecchie dei bavaresi. Lui che aveva sbagliato il rigore in finale l’anno prima, lui che aveva divorato un gol decisivo nella finale mondiale tra Olanda e Spagna.

A fine partita i ragazzi di Jurgen più che disperati sono increduli. E al danno si aggiunge una dolce beffa: due mesi dopo umilieranno i campioni d’Europa, di nuovo in Supercoppa di Germania: quel 4-2 rimane ancora una delle lezioni che i tifosi della squadra tedesca più titolata ricordano con più amarezza. Non tanto per il valore del trofeo, ma perché ci arrivano da campioni d’Europa, prendono una lezione di calcio e sulla panchina hanno Pep Guardiola, per cui Klopp diverrà una bestia nera. La partita dura poco più di 10 minuti, il punteggio è contenuto solo per un paio di intuizioni di Robben e soci, ma alla fine gli applausi del Westfalenstadion, scroscianti, sono tutti per quei ragazzi che in Germania e in Europa stanno insegnando calcio, nonostante i saccheggi di calciomercato.

Festeggia quel gruppo fantastico, convinto che arriverà anche una rivincita più importante. Non sarà così, arriverà un’altra vittoria l’anno dopo in Supercoppa di Germania, sempre contro Guardiola e gli atavici rivali, ma non sarà lo stesso. Anzi, quel 2-0 al Signal Iduna Park, così facile, diventa quasi irritante. L’allenatore heavy metal capisce che al Borussia è arrivato il suo tempo e la sconfitta nella finale di Coppa di Germania, contro il Wolfsburg (1-3, non c’è storia) è figlia di quel 15 aprile in cui ha annunciato l’addio, sanguinoso per il cuore suo e dei tifosi. E qui, forse, vediamo il suo unico neo: quando è superfavorito, inciampa.

 

A Liverpool arriva come a Dortmund: squadra in difficoltà, a metà classifica, identità tecnica, tattica e caratteriale da ricostruire. Il problema è che nella città dei Beatles arriva come un profeta e con un contratto da 7 milioni di sterline l’anno. Lo aspettano al varco e lui, outsider di natura, un po’ lo soffre. In campionato traballa, in Europa League va alla grande: finale. Sembra arrivato il momento del primo grande trofeo europeo, ma il Siviglia di Emery, specialista della competizione, non è d’accordo.

Ancora un 1-3, ancora una batosta nella parte del favorito e andando anche in vantaggio, ma pochi ricordano i due rigori clamorosi negati agli inglesi (eh sì perché Jurgen nelle finali europee deve sempre convivere con errori clamorosi, quelli degli altri: arbitri e difese, le sue). Quel risultato diventerà la sua ossessione, per la terza volta lo subirà contro il Real, un anno fa. Quattro finali perse, tre in Europa. Perdente di successo, che ha fatto 97 punti e ha perso la Premier. Ma l’arbitro Eriksson, il Robben decisivo per l’unica volta nella vita, la maledizione Karius sono tre avvenimenti che insieme non sarebbero capitati neanche alle porte dell’Apocalisse. Ha un appuntamento con il destino il guerriero sorridente Jurgen, uno che la tensione non sa cosa sia. E un solo nemico: un karma europeo da invertire. Ha perso molte finali? E’ vero. Le ha giocate tutte alla grande? Lo è ancora di più. Adesso è ora di dimostrarsi il migliore e alzare una coppa pesante. In bocca al lupo.

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