CASO NOA: FABI, LA DEPRESSIONE SI CURA E LASCIARSI MORIRE NON E’ LIBERTA’ DI SCELTA

DI CARLO PATRIGNANI

Una drammatica storia quella di Noa Pothoven, la 17enne olandese che ha deciso di porre fine alla sua vita perché non sopportava più il dolore causatole dalla depressione. Una depressione gravissima che affliggeva la sua vita da anni. 17 anni è l’età dell’adolescenza in cui, a prevalere, dovrebbe essere, scandisce la psicoterapeuta Marzia Fabi, la gioia di vivere, la spensieratezza, la ribellione adolescenziale, la scoperta dell’amore.

Invece Noa si è ritrovata a vivere il male oscuro, la depressione che le ha tolto quella gioia di vivere e l’ha spinta, pian piano – agguinge la Fabia lasciarsi morire, nel silenzio della sua casa, di fame e di sete.

Prendiamo a prestito le belle parole di Fabrizio De André di una delle tante splendide canzoni, Una storia sbagliata: é questa di Noa finita in un mare di bla bla, di parole, di parole lette tantissime volte che non dicono mai di una cura e di una guarigione possibile. A 17 anni non inizia la vita, come sostiene il maître à penser Massimo Recalcati su La Repubblica, semmai la vita umana inizia alla nascita quando il feto viene alla luce, nè lo scandalo è lo scacco non solo delle terapie ma del sistema educativo.

E allora, dottoressa Fabi, cos’è questa brutta storia di una depressione così acuta tanto da portare una 17enne a scegliere di lasciarsi morire di fame e di sete? Cosa è accaduto nella sua vita e perché la sua non era più vita vera come afferma nel suo libro autobiografico Vivere o imparare pubblicato un anno fa?

E’ una storia agghiacciante e profondamente ingiusta. La depressione è una malattia mentale e, in quanto tale, può essere affrontata e curata attraverso la psicoterapia. E’ inconcepibile che un’adolescente di 17 anni venga lasciata sola a vivere profondissime angosce e un dolore così lacerante senza intervenire. Non si può insomma restare inerti e passivi. Non si può voltare la testa dall’altra parte e far finta che sia tutto normale.

Così la psicoterapeuta formatasi sulla Teoria della Nascita dello psichiatra e professor Massimo Fagioli e nei seminari di Analisi collettiva, interviene nel dibattito su questa tragica storia che ha avuto un’eco vastissima sui media.

Non si può pensare che la condizione della ragazza fosse uguale a quella di una persona affetta da una malattia degenerativa incurabile come è accaduto per altri casi in cui è stata concessa l’eutanasia o il suicidio assistito – mette subito in chiaro la Fabi – Ad esempio Welby e Fabo, che presentavano condizioni organiche permanenti impossibili da affrontare e curare a livello medico. Detto ciò, Noa era invece una ragazza depressa che aveva subito violenze ripetute, che era stata ferita più volte e lacerata nella sua realtà umana e che doveva essere aiutata e curata attraverso un lavoro profondo di psicoterapia che l’avrebbe potuta portare alla guarigione. E la certezza, non solo della cura, ma anche della guarigione, mai postulata nè dalla psicoanalisi nè dalla psichiatria organicista, esiste dal 1972, anno della pubblicazione del primo fondamentale libro di Fagioli Istinto di morte e Conoscenza, appena ripubblicato in inglese. Seguendo quindi la mia formazione basata sulla impostazione teorica della Teoria della Nascita elaborata da Fagioli, posso affermare con assoluta certezza che dalle malattie mentali si può guarire perché non è stato mai dimostrato che abbiano una causa organica né tantomeno genetica – precisa la brillante psicoterapeuta – Non è stato infatti mai trovato il gene della depressione né di tutte le altre patologie mentali. Sappiamo invece che la malattia si origina in seguito a rapporti interumani deludenti e traumi non affrontati né superati, ai quali la persona reagisce ammalandosi e impoverendosi nella sua realtà interiore cominciando a sviluppare una serie di sintomi e segni più o meno manifesti.

Quindi la cura c’è dal 1972. Come allora si realizza?

La cura si può fare solo affrontando la realtà non cosciente della persona e il suo mondo interiore che, nel caso della depressione, è intriso di disperazione, vuoto, anaffettività, pensieri di incurabilità e di fallimento. Ecco perché le terapie che si basano solo sulla modificazione del comportamento o, men che meno, la terribile pratica dell’elettroshock, o i farmaci non possono curare. Al contrario, distruggono la speranza del paziente di essere compreso e salvato dal baratro. Nel percorso terapeutico che non è prendersi cura, e quindi assistere cristianamente il paziente – sottolinea la psicoterapeuta – bisogna andare oltre le manifestazioni comportamentali e indagare quella realtà interna fragile e carente per far recuperare al paziente, pian piano, la speranza di venirne fuori. Altrimenti – avverte – si conferma alla persona il suo pensiero e il suo terrore di essere incurabile, di non avere altra scelta se non quella del suicidio.

Chissà che Noa non abbia compreso proprio questo? Ossia che, con l’attuale nebuloso status della psichiatria, privo di qualsiasi ricerca sulla realtà umana, per lei non c’era che farla finita in un modo sconvolgente e inquietante, dopo aver però ripetutamente cercato un aiuto puntualmente deluso… Non ci vengano però a dire – chiosa la Fabi che questa è una libertà di scelta.

E subito riparte spedita e sicura, senza tentennamenti nè titubanze.

Sappiamo che la ragazza aveva già fatto un tentativo di suicidio, era stata ricoverata per via dell’anoressia e alimentata forzatamente ma non era servito a molto. Si era sottoposta ad elettroshock per tentare di superare quella angoscia e quel vuoto che sentiva dentro ma, evidentemente, tutto questo non era bastato a tenerla in vita. Poi si era rivolta un anno fa, all’età di sedici anni, ad una clinica dell’Aja per ottenere l’eutanasia. I medici incaricati di analizzare il suo caso, avevano respinto la sua richiesta di eutanasia e l’avevano indirizzata verso trattamenti psicoterapici rinviando, eventualmente la decisione di porre fine alla sua vita, all’età di 21 anni. Ma Noa non ce l’ha fatta ad aspettare, il suo dolore era troppo grande, insopportabile.

C’è anche un’ultima importantissima annotazione, sottolineatura…

C’è da chiedersi: si può considerare libertà di scelta quella del suicidio o dell’eutanasia per depressione? E’ questo il punto su cui dobbiamo necessariamente soffermarci: la depressione può essere considerata una patologia incurabile e quindi senza via di scampo? No, non è così – conclude la risoluta giovane psicoterapeuta – la depressione sappiamo che si può curare e guarire restituendo al paziente, specie se adolescente come Noa, la sanità lavorando sulla sua realtà non cosciente. Eliminando pian piano la malattia e facendo riemergere una sensibilità, una affettività e una capacità di amare e di fare rapporto con la realtà. Ossia quel mondo detto non cosciente fatto di immagini silenziose e di affetti.