DRACULA ED IO. INTERVISTA TRA HORROR E COMICO CON GIANLUCA MOROZZI

DI LUCA MARTINI

Furia citazionista e combinatoria, senza sforzi, per Gianluca Morozzi, di Bologna, che lavora su registri diversi e pure su tempi diversi in Dracula ed io (TEA edizioni), e incastra tante storie che diventano una. Dal 1600 a oggi: non per niente il protagonista è Dracula, immortale ma non troppo. Attraverso i secoli e mille peripezie, guidato dalle mosse di una partita a scacchi con un avversario misterioso, il vampiro è arrivato a Bologna, ed è un inquilino “in sonno”, dolente e depresso, pure un po’ timoroso di usare i suoi poteri (per esempio farsi nebbia), all’ultimo piano di una casa maledetta in cui abita Lajos (sì, come Detari), scrittore in crisi. Lajos: l’io del titolo, cui Dracula chiederà inaspettatamente aiuto e con cui stipulerà un patto.

Antichi vampiri, nuovi serial killer, la banda di bolognesi irresistibili già nota a chi ama Morozzi (l’Orrido per tutti) si incrociano in questo noir-horror-romanzo tout court sveglio e brillantissimo, impreziosito dalle strizzate d’occhio a musica, serial, fumetti, di cui l’autore è un autentico specialista. Insomma, Morozzi at his best. Perché non farci due chiacchiere? Eccole qui.

Porti il venerabile Dracula nelle fumetterie ai tempi di Iron Man: vuoi svecchiarlo? O viceversa stai cercando nobili ascendenze a Rat-Man o al Doctor Who?
«Dracula non va svecchiato perché non è mai invecchiato ed è sempre attuale. Gli ho solo tolto qualche ridicola debolezza, tipo l’aglio e l’acqua santa. E ho fatto notare che Bram Stoker non nomina mai Vlad di Valacchia nel suo romanzo, e anzi, fa intuire che il Conte abbia molti, molti secoli di vita. Per quanto riguarda Doctor Who, ho riutilizzato per il mio Dracula l’idea del numero finito di resurrezioni… che per il Dottore erano dodici, ma ora, dopo Time of the Doctor e una certa cosa detta in Hell Bent, sono un numero imprecisato. Proprio come per il mio Dracula».

Perché hai scelto proprio Dracula?
«Perché è un personaggio che è sopravvissuto a centinaia, migliaia di reinterpretazioni, in film, fumetti, caricature, romanzi, improbabili team-up, da Sherlock Holmes a Fracchia, caricature, modernizzazioni, e nonostante questo ha ancora qualcosa da dire. Sembra un miracolo, no? E poi il primo romanzo italiano di vampiri è stato scritto a Bologna da Franco Mistrali, trent’anni prima del romanzo di Stoker. Era proprio il caso di riportare qualche vampiro a Bologna, no?».

Ci sono altri mostri che vedi bene ai nostri giorni?
«Mi piacerebbe riportare tra noi un mostro reale, quella bella e adorabile personcina di Erzsébet Báthory, la Contessa Sanguinaria».

Il tuo lavoro di scrittore ha due poli. Un coté più bolognese, con i Despero, Lajos, l’Orrido che mi pare gravitino letterariamente attorno a L’era del porco… E un ciclo di storie più tecnicamente horror o nere, per esempio Cicatrici o Radiomorte, che stanno dalle parti del tuo primo bestseller, Blackout. Ci sono due Morozzi?
«Quando inizi a fare lo scrittore devi porti degli obiettivi, dei punti di riferimento, possibilmente alti: e io mi ero posto Andrea Pazienza. Quanti Pazienza c’erano? Quello di Pertini era lo stesso di Pompeo? Quello di Pentothal era lo stesso di Zanardi? Ecco: Dracula ed io è il primo romanzo in cui faccio convivere le varie anime, quella sanguinaria e quella comica. E stanno bene insieme, devo dire».

Quali scrittori americani ti piacciono di più? Per questo Dracula mi viene alla mente l’Easton Ellis di Lunar Park, come Lethem per Colui che gli Dèi vogliono distruggere.
«Sono due paragoni molto calzanti. Potrei dirti anche Cristopher Moore, o Douglas Adams, o potrei andare ancora più indietro a John Fante, o citare i dieci romanzi di Stephen King che mi hanno cambiato la vita. Forse per Dracula ed io potrei citare il Lansdale più folle, quello di Ned la foca, quello della Notte del Drive-in, quello che fa combattere un anziano Elvis con una mummia egizia».

Gli scrittori italiani che ti hanno insegnato qualcosa? A un certo punto, per esempio, Lajos cita Luigi Malerba, oggi abbastanza dimenticato.
«A parte quel genio assoluto di Malerba, che andrebbe celebrato anche solo per Il serpente, a parte tutto il resto, Dino Buzzati, assolutamente. Scerbanenco. Berto. E la liberazione che è stata scoprire Paolo Nori e gli scrittori che venivano da quel giro intorno alla rivista Il semplice, il gusto di uscire da certi schemi stilistici e contenutistici derivati da tante letture di scrittori americani».

Cosa ne pensi dell’invasione giallo-noir di questi ultimi anni? C’è qualche nome o ciclo che ti piace? Penso ai titoli Sellerio…
«Beh, Maurizio De Giovanni sta per lasciarci orfani del ciclo di Ricciardi, come posso non pensare a lui?».

Hai un autore cinematografico che senti più vicino? Che cosa hai visto di recente al cinema o quale titolo aspetti?
«Quello che aspetto è il nuovo di Tarantino… a parte il prossimo Spider-Man. Di recente ho visto, supereroi a parte: Rocketman, Il traditore di Bellocchio, La favorita, Dumbo di Tim Burton, Bohemian Rapsody, l’ultimo di Almodóvar… L’autore che più amo da sempre è Nanni Moretti».

X-Men o Avengers?
«Se stiamo parlando di cinema, non c’è paragone: gli Avengers sono entrati nell’immaginario contemporaneo in un modo che forse noi nerd che già leggevamo Thor e I Vendicatori in epoca Corno neppure possiamo capire. Infinity War / Endgame sono come la prima trilogia di Star Wars, ma molto più bella e senza l’orrido Ritorno dello Jedi (infatti sono due). Li ho visti entrambi sia all’anteprima con un pubblico, come dire, selezionato, e poi li ho rivisti in una sala con tre generazioni di spettatori generici, e c’erano momenti in cui la gente, quasi letteralmente, rimbalzava per l’eccitazione sulle poltroncine (tipo il momento, diciamo “Avengers assemble”). Se parliamo di fumetti, io gli X-Men di Claremont li sognavo di notte, sul serio. Poi, dopo i cicli di Grant Morrison e di Whedon, c’è stato quasi il nulla. Gli ultimi anni di X-Men, be’, diciamo che sono esistiti per onor di firma. Ma adesso sta arrivando il grandissimo Jonathan Hickman, che proprio su Avengers e New Avengers mi ha entusiasmato come pochi, e vedremo risorgere i mutanti. Come (ehm) una Fenice dalle ceneri».

Un regista per un tuo libro: Eli Roth o Jaume Balagueró? Chi fa l’horror più contemporaneo?
«Jordan Peele. Eli Roth mi piace pochissimo, e detesto cordialmente Hostel e i suoi seguiti».

Apple Music o Spotify? Compact disc o 33 giri? Il prossimo disco che comprerai.
«Tutti tranne, ahimè, i 33 giri perché al momento mi manca il supporto. Ma rimedierò. Il prossimo disco che comprerò è ovviamente Western Stars del caro Springsteen! E lo ascolterò di ritorno dal concerto milanese di Little Steven».

Concludiamo per rimanere in tema con la playlist con cui Morozzi ha scritto Dracula ed io.

Johnny Cash – The man comes around
Neil Young – Vampire blues
Bahuaus – Bela Lugosi’s dead
Joy Division – Isolation
Killing Joke – Love like blood
Cocteau twins – Blue belle knock
Sister of mercy – Marianne
Psyche – The influence
Clan of Xymox – Medusa

Depeche Mode – Celebration
The Cure – A forest
The Chamaleons – A script of bridge
Bauhaus – Mask
Smashing Pumpkins – Ava adore
Rem – Low
Echo and the Bunnymen – Killing moon
Diaframma – Altrove
Litfiba – Cafè Mexcal e Rosita
Arcade Fire – Intervention
Rolling Stones – Child of the moon
Who – Boris the Spider
Beatles – Rain
Velvet Underground – Venus in furs
Goblin – Profondo rosso
Warren Zevon – Werewolf of London
Ramones – Pet Sematary
Ac/Dc – Razor’s edge
Blue Oyster Cult – Don’t fear the reaper
Suicide – Dream baby dream
Lou Reed – Waves of fear