CHERNOBYL. TRA NARRAZIONI ED EVENTI, ALLA RICERCA DELLA VERITÀ

DI COSTANZA OGNIBENI

Una volta le controversie si portavano avanti a colpi di trasmissioni televisive o radiofoniche, quando non di penna. Oggi, si portano avanti a colpi di serie TV. È il caso di “Chernobyl”, l’acclamatissima fiction in onda proprio in questi giorni su Sky Atlantic e Now TV, che negli Stati Uniti ha inchiodato allo schermo più di sei milioni di spettatori e si è beccata il massimo di punti di rating nelle classifiche: 9.7, per la precisione, soffiando senza alcuna pietà il primato al “Trono di Spade”. E all’indomani della messa in onda della prima puntata, anche in Italia sembra che il livello si sia mantenuto alto: basta inserire le consuete paroline chiave nella “query” del proprio motore di ricerca, che ci si ritrova nel giro di pochi secondi la pagina tempestata di numeri e cifre da record: 550.000 spettatori, per la precisione, più del doppio dell’ultimo primato ottenuto a Gennaio da “Das Boot”. Ma poiché è parlando di controversie che si è aperto questo discorso, occorre precisare che i produttori USA non stanno esattamente dormendo sugli allori, poiché la Russia, che della serie si è rifiutata di acquisire i diritti, ha già pronta la sua risposta. Sembrerebbe che i sovietici non abbiano affatto apprezzato il punto di vista tutto americano con cui i fatti vengono raccontati, e allora probabilmente tra qualche tempo, non ci è dato ancora sapere né quando né dove, vedremo “Chernobyl” da un’altra angolazione, quella dei ruteni, che addossano la responsabilità dell’incidente a un agente della CIA che sembra essersi infiltrato nello stabilimento proprio il giorno dell’esplosione.

Ma andiamo con ordine. Aprile 1986. Chi è nato in quel periodo, o anche prima, dà per scontato che tutti conoscano gli accadimenti legati al disastro, e che al solo sentire nominare la data, il primo collegamento che balza alla mente sia proprio quello con l’esplosione. E invece, se ci si rivolge alla platea dei cosiddetti millennians, o al più dei nativi del decennio prima, che delle serie TV costituiscono la più grossa fetta di target, si scopre con gran sorpresa che di Chernobyl non sanno proprio un tubo. Ben vengano le serie TV, dunque, ma per chi volesse dare un’occhiata a quanto accadde prima che sia Johan Renck a raccontarglielo non ha che da proseguire nella lettura.

Dunque, 26 Aprile 1986, ore 1.23. Il reattore nucleare numero 4 della centrale collocata nel remoto paese dell’Ucraina esplode violentemente, dopo essere stato sottoposto ad alcuni test piuttosto azzardati: a causa di un limitato funzionamento, i tecnici volevano capire se in caso di blackout elettrico, le turbine della centrale sarebbero state in grado di far funzionare il sistema di raffreddamento fintanto che non fossero entrati in funzione i generatori di emergenza. Errore umano, di valutazione, di controllo: quello che causò l’esplosione le cui conseguenze dopo più di trent’anni sono ancora visibili, può essere imputato a un’imperdonabile negligenza, ma ciò che rimane, se possibile, ancora più grave, è stato il silenzio che fece seguito all’evento, mentre la centrale continuava a prendere fuoco – un incendio che durò per altri dieci giorni. Arrivarono il 28 Aprile i primi allarmi, e non dalla Russia, bensì dalla Svezia, la cui centrale nucleare aveva rilevato livelli di radioattività nell’atmosfera insolitamente elevati: radiazioni, tuttavia, che non venivano da lì, bensì dall’Unione Sovietica e, senza che gli accertamenti si concludessero, ecco arrivare, immediato, il comunicato dall’agenzia di stampa sovietica che informava gli svedesi, ma anche il resto del mondo, dell’incidente. Ma era già troppo tardi: l’esplosione aveva creato una nube carica di materiale radioattivo che aveva cominciato a muoversi. Gli abitanti del villaggio di Pripyat, il più prossimo alla centrale, si affrettarono a lasciare le case, e ce li possiamo immaginare in un misto di disperazione e paura, fuggire senza nemmeno avere il tempo di racimolare le proprie cianfrusaglie. Ma come già detto, era già troppo tardi: la nube carica di materiale radioattivo aveva inquinato anche le altre aree; eppure ci vollero altre due settimane perché anche gli abitanti della stessa Chernobyl evacuassero, per non parlare delle regioni nelle immediate vicinanze. Un’attesa e una sottovalutazione del danno che per molti si rivelarono fatali: sembra che la carica nucleare della nube, solo per farci un’idea, fosse cinquecento volte più intensa di quella prodotta dalle bombe di Hiroshima e Nagasaki. I venti avevano sparso le particelle radioattive e ben presto intere regioni dell’Ucraina, della Russia e della Bielorussia venivano contaminate: un evento di grado 7, il più alto nella scala INES, atta a classificare la gravità degli incidenti nucleari.

Quello che successe dopo è quotidianamente sotto i nostri occhi; tuttavia di opere per evitare che le conseguenze dell’esplosione continuassero a propagarsi nel tempo ne sono state fatte: è di recente costruzione la nuova struttura di protezione del reattore esploso, che è andata a sostituire il vecchio sarcofago creato nell’immediato per contenere le radiazioni, affiancata ovviamente ai processi di decontaminazione della zona.

Il resto saranno Craig Mazin e Johan Renck a raccontarcelo, e, chissà, magari presto anche gli stessi russi dal loro punto di vista: la ricerca della verità, a quel punto, sarà ancora più complessa.

Ma questa è un’altra storia e per ora non resta che continuare a godersi la versione raccontata dagli americani.