LO STRANO CASO DI LIVORNO, LA RIBELLE CHE DA UNA SPERANZA

DI ALESSANDRO GILIOLI

C’è uno strano caso, nel panorama dei ballottaggi di domenica 9 giugno, in buona parte trionfali per la destra leghista: quello di Livorno. «Tornata a sinistra», scrivono i giornali, anche se la vicenda è un po’ più complessa di così, come vedremo. Comunque oggi il Tirreno, il quotidiano locale, parla di una «città laboratorio per la politica nazionale», lo stesso dice il nuovo sindaco eletto ieri. E forse è questo l’aspetto più interessante della vicenda.

Iniziamo da 5 anni fa: quando Filippo Nogarin, allora semisconosciuto attivista dei 5 Stelle, prese il 19 per cento al primo turno; il candidato del Pd – un uomo di partito, già consigliere provinciale e regionale – aveva quasi il doppio, ma al ballottaggio ci fu il ribaltone. Livorno, città da sempre “ribelle” nell’anima, si era stufata dell’establishment partitico della burocrazia piddina, intrecciata con gli affari locali.

Sicchè al ballottaggio Nogarin prese una valanga di voti (anche) di sinistra, compresi quelli dell’ala più radicale che ha una lista locale molto forte (Buongiorno Livorno).

In questi cinque anni – politicamente parlando – Nogarin si è molto barcamenato, con un colpo al cerchio e uno alla botte.

Ha evitato di fare la fine di Pizzarotti, cioè di farsi buttar fuori dai vertici nazionali, ma con questi stessi vertici era in palese dissenso su tante cose, specie l’ultima: l’alleanza a Roma con la Lega di Salvini, cioè l’estrema destra. Tuttavia obbediva. Negli stessi marosi era la vice di Nogarin, Stella Sorgente, un’ex insegnante vagamente di sinistra, ambientalista e movimentista.

A un certo punto Nogarin aveva perfino scritto di voler aprire il porto di Livorno a una nave di SeaWatch carica di migranti. Sea Watch non ha fatto in tempo a ringraziarlo che già il post era sparito. Una telefonata dalla Casaleggio o da Di Maio stesso, chissà. Questo per dire come si doveva barcamenare, il povero Nogarin.

Esausto, da mesi aveva fatto capire di non volersi ricandidare come sindaco. Anzi, per la verità già un anno fa a Livorno si sapeva che avrebbe puntato alle europee, un modo per pensionarsi tranquillo senza troppe beghe con i vertici. Così ha fatto, appunto, o almeno ha tentato di fare: primo dei non eletti per Bruxelles, per ora è rimasto a casa, niente Europarlamento. Del resto non era tra quelli che la Casaleggio aveva raccomandato nelle parlamentarie M5S.

A reggere l’eredità a Livorno è rimasta la vice, la Sorgente, che si è candidata sindaca. Per capirci, è una che ha celebrato l’ultimo anniversario della Liberazione, in città, attaccando le «preoccupanti spinte razziste e xenofobe che alzano muri» e rivendicando «l’antifascismo come principio di chi considera un valore le diversità», insomma non proprio in linea con il governo gialloverde.

Intanto la destra labronica sognava il colpaccio, come a Pisa un anno fa. A corto di leghisti, ha candidato uno della Meloni, tale Andrea Romiti, un ex poliziotto tutto ordine-decoro-famiglia tradizionale, il cui cavallo di battaglia era “prima i livornesi nei parcheggi sul lungomare”.

Il Pd ha capito che con un altro esponente di partito non sarebbe andato lontano e ha cercato un “candidato d’area” più profilato a sinistra prima ancora che al Nazareno arrivasse Zingaretti.

Alla fine l’ha trovato in un giornalista di una tivù locale, dove faceva un po’ di tutto, dalla politica alla nera. Si chiama Luca Salvetti. Quando lo hanno chiamato per candidarlo lui stava a Sanremo a intervistare Mahmoud e Baglioni.

Questo Salvetti non era mai stato iscritto al Pd. Da ragazzo giocava a pallone in strada con Max Allegri, che poi è diventato ricco e si è fatto il villone vista mare all’Ardenza.

Appena candidato, Salvetti ha iniziato a parlare di cose che i maggiorenti del Pd all’altro giro si erano dimenticati, cioè le questioni sociali. Piuttosto robuste in una città gravemente deindustrializzata, impoverita e assai poco turistica, con l’eccezione dei crocieristi che però al massimo restano una notte.

Fino a un paio di mesi fa, i sondaggi davano i tre candidati alla pari: il telegiornalista Salvetti, la vicesindaca grillina Sorgente, il meloniano Romiti.

Poi però la ribelle Livorno si è ribellata anche ai Cinque Stelle istituzionalizzati e leghizzati. A farne le spese è stata l’incolpevole Sorgente, esclusa dal ballottaggio.

Sono rimasti in pista il candidato proposto dal Pd che occhieggiava a sinistra e il poliziotto di Fratelli d’Italia, appoggiato da Salvini.

Al secondo turno gli elettori grillini o sono andati al mare o hanno votato Salvetti. Sul candidato giornalista sono piovuti anche i voti di Buongiorno Livorno, la lista della sinistra radicale che al primo turno aveva preso il 14 per cento e al secondo ha dato indicazione per Salvetti, senza farsi troppi patemi.

E Salvetti ieri ha stravinto: 63 a 37.

Livorno è «tornata a sinistra»? Non proprio, perché il binomio Nogarin-Sorgente non era di destra, né politicamente né amministrativamente. Forse, per paradosso, lo era di più il vecchio Pd burocratico e autocentrato di cinque anni fa. Per fortuna cambiare si può.

Livorno «laboratorio nazionale»? Magari, speriamo.

Per arrivarci però ci vorrebbe anche a livello nazionale una base pentastellata culturalmente diversa da quella che si identifica in Di Maio e nel suo patto gaglioffo con Salvini; ci vorrebbe un Pd che sa capire i suoi errori e non ripeterli; ci vorrebbe una sinistra radicale credibile, pragmatica e capace di parlare oltre il proprio steccato quindi di fare risultati a due cifre, come Buongiorno Livorno.

Tutto questo a livello nazionale per adesso non c’è. Livorno al momento resta un’eccezione.

Un’eccezione da amare, com’è ed è sempre stata da amare questa città ribelle, fumantina, libertina, ironica, popolare e incazzosa – da Shanghai a Scopaia, da Coteto a Calafuria.

http://m.espresso.repubblica.it/attualita/2019/06/10/news/lo-strano-caso-di-livorno-la-ribelle-che-da-una-speranza-1.335834?ref=HEF_RULLO