SE MACRON NON RIDE, TSIPRAS RISCHIA DI PIANGERE ALLE ELEZIONI GRECHE

DI ALBERTO TAROZZI

Da Tsipras a Macron. C’era una volta uno slogan che voleva indicare una molteplicità di posizioni tra di loro coniugabili in un’alleanza di centrosinistra. Un’alleanza capace di comprendere tanto le forze che si ispiravano a un liberismo moderato che a una salvaguardia significativa dei diritti sociali.

Oggi quello slogan risuona sempre più fioco, come se lo si tenesse in frigorifero per tempi migliori. Come se, per scaramanzia, si temesse che porti sfortuna. Effettivamente per chi, diversamente da noi, a certe cose ci crede, ci sarebbe qualche buona ragione per non reiterare quella parola d’ordine. D’accordo che in Europa i sovranisti non hanno sfondato e che la maggioranza del parlamento europeo si proclamerà moderatamente non si sa bene cosa. E’ però anche vero che si tratterà di una maggioranza particolarmente ibrida visto che non sarà più sufficiente la somma dei voti di socialisti e popolari e che tra i popolari ci dovrebbe stare pure un tale Orban che di sovranismo odora più che abbondantemente.

Ma il punto non è solo questo perché, tornando  al centro sinistra prossimo venturo preconizzato dalla formula Macron/Tsipras, le cose sono fin qui andate malino e promettono, alle prossime elezioni in Grecia, di andare malissimo.

Malino perché Macron alle elezioni europee è stato scavalcato dalla Le Pen come primo partito in Francia. Smacco però relativamente attenuato dal fatto che Macron (il sedicente liberista Macron per chi ci crede) al suo paese potrebbe comunque ancora contare su di una possibile maggioranza di governo.

Il “malissimo” si riferisce invece alle previsioni di voto per le prossime politiche nazionali in Grecia. Qui Tsipras si vede, stando ai sondaggi, scavalcato dal centro destra senza , sempre stando ai sondaggi, la minima possibilità di recupero. Quali le ragioni? Sarebbe semplicistico attribuire il tutto all’inefficacia di uno slogan non particolarmente azzeccato. Ragioni tutte interne alla realtà ellenica paiono in effetti ricoprire un peso determinante.

Non staremo qui a distinguere se e come Tsipras avrebbe potuto o dovuto comportarsi per mitigare l’attacco frontale della troika negli ultimi anni. Se abbia comunque conseguito una riduzione del danno oppure se gli vada attribuito un epiteto infamante per avere troppo ceduto. Quello che è certo è che nessuno, né tra i suoi sostenitori né tra i suoi detrattori, avrebbe gradito trovarsi al suo posto. Ed è altrettanto ovvio che, con alle spalle 13 tagli 13 alle pensioni,  mantenere un sufficiente grasdo di consenso sarebbe risultato cosa improba.

Resta il fatto che negli ultimi mesi Tsipras si è reso protagonista, sulla scena internazionale, di un evento nuovo, come il riconoscimento della Macedonia del Nord in accordo col governo di Skopje, che potrebbe essersi rivelato fatale, a livello di opinione pubblica, per infliggergli il colpo di grazia.

I fatti sono noti. Dopo anni di disaccordo il governo ellenico di Tsipras e quello macedone di Zaev hanno raggiunto un accordo per attribuire ufficialmente alla Macedonia una denominazione che non avrebbe dovuto urtare la sensibilità dei due governi e dei rispettivi popoli: Macedonia del Nord. Di questa trattativa, avallata con una maggioranza di un filo sopra l’asticella del richiesto, molti non hanno capito l’urgenza, che in realtà esulava dagli interessi contingenti delle due entità, soprattutto dei greci.

Sullo sfondo la Ue e soprattutto la Nato. La Macedonia del Nord (ex Fyrom) si colloca geograficamente in una posizione chiave per il possibile transito di gasdotti di grande interesse per la Russia e perciò poco graditi a occidente. Dal momento che il transito in territorio turco gode oggi della benevolenza di un Erdogan che strizza l’occhio a Mosca, pacificare il resto dell’area voleva dire due cose, relative più alle questioni di Skopje che ai problemi di Atene.

Voleva cioè dire sostenere un governo macedone recentemente schieratosi con l’occidente, nonché preparare l’adesione alla Nato della Macedonia del Nord. Il tutto mentre più a nord si acutizzano i conflitti tra una  Pristina (Kosovo), sempre più in mano agli ex dell’Uck nel cuore degli Usa, e una Belgrado (Serbia) molto frequentata in questi giorni da tecnici russi esperti in gasdotti.

La mediazione di Tsipras e il suo accordo con Zaev sono stati pertanto accolti come manna dal cielo dalla Nato prima ancora che dalla Ue.

Resta da chiedersi cosa sia rimasto in mano al premier di Atene: agli atti risulta la concessione, da parte di Bruxelles,  di un minimo di flessibilità per la spesa sociale che però poco ha inciso sul suo consenso. Per altro verso invece, la sensazione di aver ceduto ai vicini di Skopje sul versante di un conflitto plurisecolare (a chi appartiene Alessandro Magno?) che poco dice agli esterni ma molto può incidere quanto a perdita dei consensi.

E fu così che il povero Tsipras si trova ricompensato con pochi spiccioli sul piano internazionale e rischia il proprio futuro politico sul piano interno. Per questo possiamo dire che, se ci rifacciamo a quel “benedetto” slogan,  Macron non ride, ma Tsipras ha di che piangere.