NELLA PARTITA ITALIA-UE C’È UN TERZO INCOMODO CON CUI NON SI PUÒ NEGOZIARE

DI ALBERTO NEGRI

Non voglio negoziare con l’Unione europea sullo “zero virgola” ripete Salvini infastidito, forse non sapendo neppure bene di che cosa parla. “Qui non si tratta soltanto di aprire una trattativa con Bruxelles: non è soltanto una partita a due tra Roma e la Ue”, spiega un alto consigliere della presidenza del Consiglio. “C’è una terza parte da convincere con cui non si può negoziare: i mercati”. In sintesi adesso i mercati sono in attesa di quanto accadrà il 9 luglio quando il consiglio dei ministri delle Finanze valuteranno se è il caso o meno di aprire una procedura d’infrazione in caso di debito eccessivo. Se il ministro dell’Economia Tria e il premier Conte non riescono a convincere in queste settimane l’Unione europea per l’Italia non si apre soltanto una proceduta d’infrazione ma anche il balletto sui mercati che metteranno sotto tensione lo spread e i titoli del nostro debito pubblico: in poche parole cominceremo a pagare subito per i nostri conti in deficit.

Italia senza sponde in Europa

Non aiutano le polemiche dei due vicepremier con Bruxelles e ancora meno aiuta il fatto che leghisti e Cinquestelle siano fuori dalla tradizionale maggioranza tra popolari e socialisti

Italia senza sponde in Europa

Non aiutano le polemiche dei due vicepremier con Bruxelles e ancora meno aiuta il fatto che leghisti e Cinquestelle siano fuori dalla tradizionale maggioranza tra popolari e socialisti che domina da anni nell’Unione: ce ne accorgeremo anche sulla questione delle nomine dei commissari e della Bce, la Banca centrale europea di Francoforte, dove, dopo l’uscita di Mario Draghi, c’è il rischio o la quasi certezza che non piazzeremo nel 2020 un nostro rappresentante nel comitato direttivo. Per questioni politiche e tecniche l’Italia rimane senza solide sponde in Europa.

Per la prima volta nella storia dell’Unione Europea, uno Stato membro, l’Italia, potrebbe dunque essere vittima di una procedura di infrazione per debito eccessivo. Una prospettiva che già era stata ventilata l’anno scorso ma che si è concretizzata quando il 29 maggio scorso la Commissione europea ha fatto il primo passo previsto dal provvedimento: inviare una lettera di ammonimento indirizzata al Governo. E chi ha scritto quella lettera, avverte il consigliere della presidenza del Consiglio, è un esponente tedesco della commissione che con noi ha il dente avvelenato.

Ma perché l’Europa ha deciso di mandarci un avvertimento?

La procedura di infrazione per eccesso di debito pubblico è regolata dall’articolo 126 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea. Si tratta di un provvedimento che l’Ue è chiamata a prendere in considerazione quando un Paese membro non rispetta due requisiti.

1) Il deficit di bilancio pubblico non deve superare il 3% (cioè le uscite di uno Stato non devono superare gli incassi di oltre 3 punti percentuali). E al contrario di quanto annunciato dal nostro governo – che aveva previsto una riduzione del deficit dello 0,3% rispetto al 2,4% – al momento l’Italia si aggira attorno al 2,5%. Secondo il ministro Tria l’Italia riuscirà a toccare quota 2,1% entro la fine del 2019. Ma non ne siamo troppo sicuri.

2) Il debito pubblico non deve superare il 60% del Pil. Per debito pubblico si intende quel debito che lo Stato contrae con altri soggetti che hanno deciso acquistare dei titoli di Stato. Al momento, l’Italia ha superato del 132% il suo Prodotto interno lordo (peggio di noi c’è la Grecia al 181%, subito dopo il Belgio e Cipro intorno al 102%).

Il rapporto tra Pil e debito è fondamentale per scongiurare il rischio del fallimento di uno Stato. Nel 2018 il debito è aumentato di 0,8 punti percentuali (passando dal 131,4% al 132,2%), e nel 2019 si attesterà attorno al 133,7%. Con buone probabilità, tutto si muove verso il traguardo del 135,2% del 2020. Gli “zero virgola” che danno così fastidio a Salvini decidono i parametri per la collocazione del nostro debito sui mercati.

Per abbassare il rapporto tra Pil e debito – posto che aumentare il Pil sarebbe una via di uscita per contenerlo ma purtroppo la crescita à assai bassa – si devono accantonare dei soldi, in poche parole toglierli da altri voci di bilancio, e questo significa abbandonare o ridurre i piani per i tagli delle tasse o il salario minimo. Insomma bisogna imboccare la via dell’austerità, parola che i capi dei due partiti di governo non vogliono neppure sentire.

Se l’Italia non correggerà la rotta in maniera soddisfacente e se non verranno rivisti i piani di investimento pubblico in modo da ridurre il disavanzo, il Paese diventerà un sorvegliato speciale. Tra l’altro se andasse avanti la procedura d’infrazione verranno imposte delle sanzioni e la nostra immagine presso gli investitori internazionali peggiorerà rendendo più complicato anche piazzare i titoli di stato se non aumentando gli interessi: insomma il debito pubblico ci costerà sempre di più.

La situazione è questa: o si attuano dei tagli di bilancio o rischiamo grosso con l’Unione e con i mercati. Ma i capi dei due partiti, sempre in campagna elettorale, vorranno attuare questa manovra o preferiranno defilarsi e lasciare cadere l’esecutivo? Tra qualche settimana avremo qualche indicazione concreta se il governo giallo-verde arriverà fino all’autunno.

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