I BARBARI SONO STATI SCONFITTI MA L’EUROPA STA PEGGIO DI PRIMA

DI ALBERTO BENZONI

Il 26 maggio, come l’anno mille, non è stato la fine del mondo. I barbari che attentavano all’esistenza e/o all’essenza stessa dell’Europa sono stati respinti. E le forze a nostra disposizione sono rimaste intatte. Possiamo, anzi dobbiamo, quindi, riprendere il nostro cammino.
Pure, a meno di un mese dalle reciproche congratulazioni cominciano a sorgere dubbi, riflessioni critiche e, nel fondo, una sensazione diffusa di precarietà se non di impotenza.
E’ vero che i barbari non hanno sfondato, anzi hanno dimostrato una assai limitata capacità propulsiva. Ma è anche vero che hanno conservato tutti i loro principali bastioni (Italia, Polonia, Ungheria) e, semmai, accresciuto la loro influenza politica e la loro capacità di blocco.
E’ vero che i partiti di fede europeista rappresentano, oggi come ieri, i due terzi dell’elettorato. Ma è anche vero che i due maggiori partiti – popolari e socialisti – sulla cui intesa si reggeva il “sistema Europa” hanno perso, insieme, consenso popolare e capacità di intendersi. Così come è avvenuto, parallelamente, nei due stati guida dell’Europa, Francia e Germania.
E’ vero, infine, che dobbiamo riprendere il cammino. Ma è anche vero che non siamo in grado di farlo. Se lo fossimo i sacerdoti dell’Idea non si sarebbero limitati a esortarci a difenderla. Ma ci avrebbero anche parlato della Europa reale; e del perché e del come cambiarla, se del caso. Cosa che si son ben guardati dal fare.
A spiegarci il perché di questo “assordante silenzio” sarà allora uno di loro; ma, a differenza di loro, di grande onestà intellettuale e morale. Parliamo di Michele Salvati che, dalle colonne del Corriere della Sera, sostiene che, nelle condizioni attuali, il progetto europeo non è proprio in grado di fare passi avanti. E per un insieme di elementi in cui le pressioni esterne si intrecciano, in modo perverso, con le contraddizioni interne.
Così, non è colpa di Salvini se Francia e Germania, a partire da Macron e dalla Merkel, divergono sempre più sia nella gestione del presente che nelle indicazioni future; votando così le proposte di riforma del primo al rifiuto di un vastissimo schieramento di partigiani dello status quo (o dell’Europa “à la carte”, da utilizzare quando conviene o da respingere nel caso opposto).
E non sarà nemmeno colpa di Orban se la questione italiana continuerà ad avvelenare l’ambiente, tra gesticolazioni a uso interno e sordità formalistiche, senza arrivare a soluzioni drastiche né a sistemazioni minimamente razionali.
Dovunque, si guardi, uno stallo mortifero. Salvati se ne rende conto. Ma non fino al punto di alzare bandiera bianca o di proporre nuove strade. Dando per scontato che “qui nessuno vuole uscire”, il suo consiglio finale all’Italia è quello di allearsi con la Francia a sostegno delle sue proposte di riforma. Bello (ma poi non così tanto) ma impossibile.
L’orizzonte del Nostro è e rimane quello di Spinelli e di Monnet. Del primo, la convinzione che l’Europa sovranazionale nasca dalla progressiva cessione di poteri da parte degli stati, sino alla loro sostanziale e consensuale sparizione. Del secondo, l’approccio funzionale: crei, tanto per dire, un responsabile comune per la politica estera e avrai una politica estera comune.
Ora, questa “Europa processuale” è arrivata al capolinea; e non potendo più andare avanti si srotola all’indietro.
Un discorso chiuso? Certo che no. Semmai l’apertura di un discorso diverso in vista di un’Europa diversa. E a imporlo non sarà certo questa o quella formazione politica (dei partiti, meglio scordarsi) ma l’urgenza dei problemi.
Stiamo vivendo una nuova era di torbidi e di guerre economiche in cui il modello di crescita europeo, basato sulle esportazioni, sta franando sotto i nostri occhi.
Stiamo assistendo all’autodistruzione dell’ordoliberismo e dell’austerità. Un “combinato disposto” in cui il ritiro dello stato e del pubblico dall’economia alimenta la stagnazione (e, quindi, il debito) e le disuguaglianze con la conseguente necessità di aumentare la spesa pubblica a sostegno dei più deboli. E’ quello che sta accadendo in Francia. E potrebbe verificarsi altrove. Sino a rendere il sistema indifendibile.
Stiamo assistendo all’ossessione della sicurezza in economia e in politica. Con la relativa, inevitabile, erosione degli spazi di democrazia e di libertà. E assistere impassibili a questo processo sta già avendo effetti funesti sulle nostre libertà democratiche.
E allora, forse, la visione della catastrofe incombente ci indurrà a reagire. Forse. Ma se non ora quando?