ISRAELE: L’ESERCITO CAMBIA RADICALMENTE L’APPROCCIO DI COMBATTIMENTO

DAL NOSTRO CORRISPONDENTE DA ISRAELE

 

Da quando Aviv Kochavi, il nuovo capo di stato maggiore dell’esercito israeliano, ha assunto la guida delle forze armate israeliane nel gennaio 2019 si sta registrando una nuovo approccio su come combattere i prossimi conflitti nello scacchiere medio orientale. E’ quanto rivela il diffuso e autorevole quotidiano Yedioth haHahronot nel suo supplemento settimanale pubblicato stamane. L’articolo, a firma di Alex Fishman, indica i punti deboli dell’esercito e le possibile soluzioni a disposizione.

Kochavi parte da un presupposto che ha sempre caraterrizzato la concezione bellica dello stato ebraico e che si è lentamente trasformata negli ultimi decenni, e più precisamente da quando invece di confrontarsi con eserciti regolari l’IDF si è trovato a combattere conflitti assimmetrici contro organizzazione terroristiche e paramilitari.

Israele deve concludere in maniera netta, immediata e lampante qualsiasi minaccia armata che si trasformi in uno scontro bellico. L’esempio più lampante di questa concezione è stata la guerra dei sei giorni del 1967. Negli ultimi anni, e questo è un fenomeno comune a tutte le nazioni occidentali, si è sempre cercato di ridurre al minimo le perdite di vite umane sia militari che civili. Per far ciò Israele ha investito e sta investendo enormi risorse finanziarie per rifornirsi di un sistema difensivo la cui punta di diamante è il sistema anti missilistico Iron Dome, ma che arriva ad una risoluzione tale che ogni appartamento israeliano deve essere fornito di una stanza a prova di bomba e attacco bio-chimico.

Kochavi spinge per abbandonare questa posizione statica che di fatto permette a organizzazioni come Hamas a Gaza e Hezbollah in Libano di decidere quando, come e dove attaccare. Dal suo punto di vista dallo scoppio delle ostilità un’operazione militare non deve prendere più che singole giornate per concludere il suo corso, e cosa non meno importante, la fine delle ostilità deve dimostrare una netta vittoria dell’esercito israeliano. Solo in questa maniera Israele riacquisterà quel deterrente militare che si è lentamente, ma inesorabilmente, deteriorato negli ultimi decenni.

Chiunque ha una qualsiasi dimestichezza con la realtà militare è assolutamente conscio che le guerre, tradizionali o assimetriche che siano, si concludono esclusivamente con l’ingresso in campo della fanteria. Bombardamenti a distanza e operazioni aeree, per quanto precise possano essere, non porteranno mai ad una netta conclusione militare. E dal punto di vista di Kochavi la svolta si trova in questa impasse a metà fra la necessità militare e l’indecisione politica. Secondo l’ottica del nuovo capo di stato maggiore, una volta ricevuto l’ordine di aprire il fuoco, tutta la dinamica dei combattimenti dovrebbe passare all’esercito senza troppe interferenze esterne.

Hamas e Hezbollah non solo hanno ricostruito e allargato i loro arsenali, ma acquisiscono di giorno in giorno sempre migliori competenze militari, e il divario si sta assotigliando pericolosamente. Per Kochavi non si tratta più di unità terroristiche ma di veri e propri “eserciti del terrore”. Dal Libano sono puntati contro le maggiori città israeliane circa 120mila missili, dalla striscia di Gaza altri 40mila.  Attraverso i suoi traffici di droga che fruttano miliardi, la milizia sciita libanese è diventata di fatto il padrone del paese dei cedri, tutto questo grazie anche all’appoggio iraniano.

Kochavi è un personaggio paradossale: ha una laurea in filosofia ed è il primo capo di stato maggiore vegetariano. D’altra parte è un militare di carriera, e il suo compito è quello di portare il suo esercito alla vittoria, per farlo, secondo la sua dottrina, bisogna infliggere all’avversario il maggior numero di vittime nel minor tempo possibile. Un obiettivo molto ambizioso se si tiene in conto che il conflitto, non importa su quale dei due fronti, si svolgerà principalmente nei centri abitati dove la popolazione civile svolge più o meno passivamente l’ingrato ruolo di scudo umano.