SPRINGSTEEN INVITA TUTTI A GUARDARE LE WESTERN STARS E A NON ARRENDERSI MAI

DI LUCA MARTINI
Springsteen è una questione di età, sua (70 a settembre) e di chi lo ascolta: chi lo ha intercettato ai tempi di Born to Run (1975), di Bruce Zirilli (dal cognome della nonna) che incendiò San Siro, e chi, dopo aver aspettato The River (1980) come il Vangelo, si è commosso quando in No Nukes, con la bella faccia da fratello di Al Pacino, gridò: “Ho 30 anni sono troppo vecchio per il rock’n’roll”… Be’, può darsi che un fan così consideri tutto quello che è venuto dopo – un quarantennio di canzoni stupende – come una lunga nota a margine di quella fiammata abbagliante.
Ci sta però oggi di recensire con la solita emozione Western Stars, con cui Springsteen regala un disco cantautorale, che ricorda Tunnel of Love o Devil and Dust, più pop che rock, e si appoggia sul suono della Sud California degli anni 60/70. Ipse dixit. Glen Campbell, Jimmy Webb, Burt Bacharach, Roy Orbison, chissà.
Western Stars narra storie di loner la cui vita ha deragliato, di abbracci dimenticati, di risvegli amari e di felicità impossibili, di chi è costretto sempre a guardare la vita dai posti meno cari, ma nonostante il diluvio di cliché e di letterarietà (il lato pop della letteratura) è uno splendido disco da seguire track per track, aspettando che nel luna park buio del Boss si riaccendano per un attimo le lucine della speranza. Quelle della musica sono accese quasi sempre.
Prendiamo Western Stars, la canzone: è un brano spettrale che ricorda i tracks scarni e le melodie di Nebraska (1982). I suoi protagonisti sono attori-cowboy di serie B che alla fine si rimettono gli stivali per ricominciare, riscattati dalla visione delle stelle del West nonché da un volo d’archi che addolcisce e fa volare il refrain.
Dateci pure mille pezzi del Boss così, non ci importa l’abuso di luoghi comuni cantautorali, anche John Steinbeck o Ring Lardner in fondo scrivevano sempre la stessa roba. Dateci pure mille storie come quella di Drive Fast (The Stuntman), dove ricompare lo stesso character di Western Stars, un cascatore cinematografico: ne seguiremo molto volentieri le orme e ci lasceremo passare addosso lo straziante refrain-mantra “Drive fast, fall hard, keep me in your heart/don’t worry about tomorrow, don’t mind the scars”.
Bruce Springsteen cerca la Promised Land da troppo tempo per non sapere a) che non c’è b) che l’unica è rimanere in viaggio (vedi la prima canzone che si chiama Hitch Hiking), restare in partita, coraggiosi e innamorati, nonostante le ferite, perché tanto c) sappiamo tutti che il film della vita finisce male ma può essere addolcito, proprio un attimo prima della sconfitta definitiva, da una pausa, per sognare e ricordare, allo Sleepy’s Joe Cafè, in cui suonano un po’ tex mex, o al Moolight Motel della canzone finale. Dove tutti noi, che abbiamo comperato in tempo reale Born to Run e conosciuto Bruce Zirilli ci fermiamo con lui, per il bicchiere della staffa. Alla tua salute, Boss, grazie e love on you always.