SEA WATCH HA RAGIONE: LA LIBIA NON E’ MAI STATA E NON E’ UN PORTO SICURO

DI SIMONE BONZANO

I naufraghi della Sea Watch ed il conflitto fra Haftar e Serraj in Libia: Tripoli non è un porto sicuro, ma un luogo di guerra.

“Adesso la Libia è un porto insicuro, instabile, ed è un problema non solo sul fronte dell’immigrazione” Non sono parole di un portavoce di Sea Watch o altre ONG, non è il pensiero di un rappresentante dell’UNCHR o dell’OIM. Questa frase è stata proferita alla trasmissione La Tribù di SkyTG24 dal Ministro dell’Interno Matteo Salvini il 25 maggio.

I motivi di allora erano legati al conflitto scoppiato ad aprile fra il Governo di Tripoli guidato da el-Serraj – appoggiato dall’ONU – e la Libyan National Army (LNA) di Khalifa Haftar, il quale conta, fra i suoi finanziatori l’Egitto, l’Arabia Saudita e la Russia. Sono passate tre settimane e nulla è cambiato, tranne l’attenzione dei media, crollata, il che ha permesso al ministro dell’Interno – o, quantomeno, a parte dell’opinione pubblica italiana – del conflitto in Libia.

Il tutto per attaccare, ancora, la nave umanitaria SeaWatch, rea di aver salvato 52 persone al largo delle coste libiche.

LA VERSIONE DI SALVINI

L’attacco comincia immediatamente, appena la notizia del salvataggio diventa pubblica. Il vettore, come sempre sono i social, in particolare Twitter.

“Buongiorno amici, vi aggiorno” scrive il Ministro “Niente Malta, la nave ONG Sea Watch ha cambiato nuovamente rotte nel mediterraneo e gioca sulla pelle degli immigrati nonostante abbia chiesto e ottenuto un porto da Tripoli” arrivando, infine, ad affermare che si tratterebbe di “una sceneggiata” e di “sequestro di persona”.

Il riferimento del Ministro è alla concessione, da parte del Governo di Tripoli, dell’attracco e dello sbarco dei rifugiati nel porto di Tripoli. Una prima volta assoluta visto che, nei casi precedenti, alle richieste delle ONG seguiva o il silenzio o il diniego.

Sea Watch, che aveva fatto richiesta a Libia, Italia, Tunisia e Malta, riceve la comunicazione, ma si rifiuta di far sbarcare i naufraghi in Libia.

“SeaWatch non vuole portarli in Libia?” attacca Salvini “Allora spieghi perché ha chiesto a Tripoli un porto sicuro” aggiungendo, in un tweet successivo “Le autorità libiche hanno assegnato ufficialmente Tripoli come porto più vicino per lo sbarco. Se la nave illegale Ong disubbidirà, mettendo a rischio la vita degli immigrati, ne risponderà pienamente”.

LA VERSIONE DI SEA WATCH

La risposta di Sea Watch è perentoria: “Tripoli non è un porto sicuro”.

“Riportare coattivamente le persone soccorse in un Paese in guerra” continua l’ONG “ farle imprigionare e torturare, è un crimine ed è vergognoso che l’Italia promuova queste atrocità e che i governi UE ne siano complici”.

La ONG conclude aggiungendo che “le imbarcazioni con bandiera Ue sono obbligate a rispettare il diritto internazionale quando si tratta di ricerca e soccorso, cosa che comprende la necessità di portare le persone in un porto sicuro: queste condizioni non ci sono in Libia”.

Immediata la solidarietà di tutte le altre ONG. “La Libia non è, neanche lontanamente, un porto sicuro” ” comunica Medici Senza Frontiere “le condizioni dei migranti detenuti in Libia sono inaccettabili, alcuni vivono in un metro quadro di spazio”.

LA LIBIA NON È SICURA

Sea Watch ha salvato i 52 migranti nella SAR (zona di ricerca e soccorso) libica istituita nel giugno del 2018 su pressione dei governi europei, i quali, contestualmente hanno cominciato a dare mezzi e finanziamenti alla Guardia Costiera Libica.

L’istituzione della SAR Libica ha un vantaggio, forniva ai governi europei impegnati in Frontex e Sofia la foglia di fico giuridica necessaria per ignorare il problema e scaricarsi reciprocamente l’un l’altro la responsabilità di salvataggio e sbarco migranti.

Nei fatti è stato un atto burocratico reso possibile da una semplice autocertificazione e che nasce in assenza di uno dei requisiti fondamentali richiesti per la SAR: il porto sicuro. Tale assenza di giustificazione all’istituzione della SAR è ben nota alle ONG e questo è evidente dalla risposta della Sea Watch a Salvini. Lo è, però, anche allo Stato Italiano in quanto nel maggio 2019 il Tribunale del Riesame di Ragusa, avallando il dissequestro della nave ONG spagnola Proactiva Open Arms, ha sentenziato che “La Libia non è un approdo sicuro quale delineato dal diritto internazionale”.

Come abbiamo visto, il Ministro Salvini è ben conscio dell’esistenza di questa situazione.

LE CONTRADDIZIONI DELLA FARNESINA

D’altra parte come potrebbe non esserlo quando la stessa Farnesina, giorno 14 giugno 2019, “ribadisce l’invito a non recarsi in Libia” invitando agli italiani presenti “a lasciare temporaneamente il paese in ragione dell’assai precaria situazione di sicurezza”.

Il Ministero degli Esteri Italiano continua segnalando come “scontri tra gruppi armati interessano varie aree del Paese (incluso in Tripolitania, nell’area intorno a Sirte, a Sebha, Bengasi, Derna e Sabratha)”.

Proprio il 13 giugno, in contemporanea con il salvataggio di Sea Watch, le agenzie internazionali hanno riportato nuovi scontri fra le truppe di Haftar e le forze governative a Tripoli nei quartieri di al-Khula, Mashrou, Ain-Zara e nell’area dell’aeroporto. Una situazione esplosiva che vede impegnata la diplomazia francese (il quale appoggia formalmente Tripoli e ufficiosamente Haftar) e quella dei paesi vicini, soprattutto l’Egitto, sponsor di Haftar, che invoca il cessate il fuoco assieme a Tunisia e Algeria.

Il tutto in colpevole assenza di un impegno diretto del Ministero degli Esteri italiano, da tempo esautorato del suo ruolo nella crisi libica a favore del Viminale per il bene del Governo.

Lo dimostra la contraddizione logica espressa dal Ministro Moavero Milanesi per cui “dal punto di vista delle convenzioni internazionali la Libia non è un porto sicuro” ma “se delle persone sono salvate in mare nelle acque territoriali di un Paese dovrebbero essere riportate in questo Paese”.

LA CRISI CONTINUA

Imitazioni del Conte Mascetti da parte di Moavero Milanesi a parte, ogni fonte conferma che la Libia non sia un porto sicuro dove sbarcare naufraghi. La stessa National Oil Compagni libica (NOC) conferma che, ai lati del conflitto Serraj-Haftar, lo Stato Islamico si sta ricostituendo nel sud del paese anche grazie al commercio al mercato nero di greggio.

Quanto rimane del Califfato nel paese nord-africano è arroccato nel sud del paese dove sono presenti infrastrutture di estrazione capaci di produrre 370mila barili al giorno. Lo Stato Islamico non sarebbe l’unico attore a finanziarsi con i proventi del petrolio. Mustafa Sanella, presidente del NOC, conferma su Bloomberg che le milizie di Haftar sono in controllo di almeno uno dei terminal marittimi di esportazione del petrolio e starebbero facendo pressioni sia su navi che operatori del NOC per usare il petrolio per finanziare il proprio sforzo bellico.

Lo stato di incertezza si sta ripercuotendo sia su civili che rifugiati. Per UNCHR che OIM 69mila personesono state sfollate dalla periferia della città per riversarsi nel centro di Tripoli dove sussiste, con l’arrivo dell’estate e per via del sovraffollamento, il rischio di epidemie di colera, tifo, epatite e tubercolosi.

Rischio confermato, ancora una volta, dalla Farnesina: “le strutture sanitarie sono inadeguate, ogni qualvolta sia possibile, si consiglia pertanto il trasporto del paziente verso Italia, Tunisia o Malta e, malgrado la presenza di numerose farmacie, molti medicinali non sono reperibili”.

I CENTRI DETENZIONE A RISCHIO

Sempre l’UNCHR definisce a rischio la sorte di circa 250mila migranti rinchiusi nei 26 centri di detenzione del paese. Si tratta, per la maggior parte, di naufraghi “soccorsi” dalla Guardia Costiera libica e da loro riportati nel paese nord-africano. Il 27% sono minori fra cui molti di origine eritrea e, come tali, impossibilitati a tornare nel loro paese: riuscissero ad arrivare in Italia otterrebbero immediatamente l’asilo.

Al di là delle sparate pubblicitarie di Salvini, l’Italia è ben conscia della situazione: il 30 maggio, infatti, 149 rifugiati sono stati trasportati legalmente da Tripoli a Roma su richiesta dell’ONU. Per l’UNCHR, però, l’intero processo va troppo a rilento e servirebbe l’immediata evacuazione di tutti i centri del paese.

Questo non solo per evitare che i migranti finiscano vittime degli scontri, come già avvenuto ad aprile, ma anche per evitare che siano preda dei trafficanti come ha documentato Anelise Borges di Euronews in un reportage dal centro di Nasr Martyrs vicino a Sabratha, uno dei maggiori hub di trafficanti in Libia e da dove sembra essere partita la barca dei naufraghi soccorsi dalla Sea Watch.

Agire è importante sia via trasferimenti coordinati dei migranti fra UNCHR e governi europei, sia, come ammonisce Carlotta Sami, rappresentante dell’UNCHR in Italia, sul fronte dei salvataggi in mare. “Stiamo assistendo ad un rapido aumento delle partenze” ha dichiarato la Sami, per cui se non si agisce subito si rischia che il Mediterraneo diventi “un mare di sangue”. Perché in una situazione politica instabile, l’UNCHR ha poco spazio di azione e “i migranti non hanno diritto di scelta su quando partono e quando arrivano, sono i trafficanti che prendono la decisione e non gli interessa se arrivano vivi o morti”.

Data la situazione in Libia, l’intervento di Salvini contro Sea Watch si basa su dati e osservazioni erronee e il fatto che lo stesso Governo italiano, via Farnesina, attesti le pessime condizioni di sicurezza del paese nordafricano, fa pensare che il Ministro sia in malafede.

Salvini ha sempre usato i migranti e le ONG per ottenere un facile – quanto disinformato – consenso, imitato da MoVimento 5 Stelle e Fratelli d’Italia, o per dettare l’agenda dei media. Sarà un caso che l’attacco a Sea Watch e i suoi 52 migranti sia avvenuto il giorno dopo l’arresto di Paolo Arata e il riesplodere del caso Siri?

Sea Watch ha ragione: la Libia non è mai stata e non è “porto sicuro”