LINEA MORBIDA DI PECHINO CONTRO HONG KONG. MA GLI USA STIANO ALLA LARGA

DI ALBERTO TAROZZI

Non passa la richiesta di Pechino per introdurre una nuova legge ad Hong Kong. Sarebbe stato un piccolo passo di una lunghissima marcia che dovrebbe vedere l’assorbimento completo della ex colonia britannica  nella repubblica cinese solamente nel 2047.

Un milione di manifestanti in piazza hanno detto di no. La chief executive locale, filo cinese, ha rinviato tutto a tempi migliori, ad evitare spargimento di sangue e conflitti su più larga scala. Ha così ricevuto la benedizione del governo di Pechino che inneggia alla comprensione.

Nonostante questo la piazza non si accontenta. Oggi un numero ancora più alto di manifestanti ha chiesto che non ci si limiti alla sospensione del provvedimento, ma che esso venga definitivamente cancellato.

L’oggetto del contendere è sui media da tempo. Una legge che contemplava l’estradizione in terra cinese di personaggi dell’ex colonia sospetti, agli occhi della giustizia. In realtà il caso che ha provocato la scintilla non conteneva elementi oggetto di scandalo perché avrebbe riguardato persona sospettata di gravi delitti comuni. Ma il dubbio che il provvedimento potesse poi essere utilizzato per colpire soggetti colpevoli di reati di opinione ha messo in moto centinaia di migliaia di persone. Per loro la conservazione di elevati livelli di autonomia rimane questione di importanza vitale.

Linea morbida a tutto campo e sostanziale vittoria dei manifestanti cui non resta che vigilare perché la proposta non venga ripresentata quanto prima.

O meglio, stando agli slogan odierni, perché si decida di non parlarne più fino alla fine del tempo.

Quali le ragioni, proprio a 30 anni da quella Tienanmen in rivolta che secondo alcuni aveva visto altre forme di risposta di ordine repressivo?

Al solito, se per capire il globale occorre guardare il locale è altrettanto vero che per capire quanto avviene nel più piccolo angolo del mondo è oggi indispensabile allargare la prospettiva.

Linea morbida e una certa arrendevolezza (non si sa ancora fino a che punto) servono dunque nel momento in cui l’autoritarismo è l’accusa più ricorrente da parte di chi vuole estromettere Pechino dai contesti planetari più altolocati nel nome dei diritti umani. Tanto più vero se tale accusa riuscisse indirettamente a legittimare i pesanti provvedimenti che gli Usa stanno proponendo a valanga in materia di export.

Ma il risvolto più rilevante va probabilmente individuato ai margini di quanto scritto nei comunicati concilianti del governo cinese. Vale a dire nel consigliare a Washington di stare alla larga dalle questioni della Cina coi suoi vicini. Se tenere alla larga Washington è la missione dei cinesi oggi, ne consegue che una certa indulgenza verso il dissenso è un prezzo che si può pagare senza rimpianti.

Per una volta i diritti umani e le aspirazioni all’autonomia si coniugherebbero con gli imperativi della realpolitik. Speriamo che duri. Anche se le ultimissime e ben poco concilianti dichiarazioni di Mike Pompeo, segretario di stato degli Usa, lasciano intendere che per gli statunitensi la partita è ancora agli inizi.