ZEFFIRELLI ODIAVA VENEZIA PER I FISCHI AL “GIOVANE TOSCANINI”. QUELLA LETTERA APERTA A CUI NON RISPOSE

DI MICHELE ANSELMI

Ritrovo ora, curiosando nel mio archivio, questa lettera aperta a Franco Zeffirelli che scrissi nell’agosto 2002, alla vigilia della Mostra di Venezia, probabilmente per “il Foglio”, quotidiano allora diretto da Ferrara. Naturalmente il regista non rispose alla contestazione o forse nemmeno lesse. La polemica nasceva da una serie di affermazioni che mi erano parse gratuite, anche poco informate. Ripropongo qui il mio scritto, magari un po’ troppo sarcastico nel tono, benché pure Zeffirelli non scherzasse quando se la prendeva con qualcuno. Nella foto qui sotto, il regista con C. Thomas Howell, cioè “il giovane Toscanini”, alla Mostra di Venezia del 1988.

Caro Zeffirelli,
che la Mostra di Venezia non le piaccia neanche un po’ mi pare assodato. Otto anni fa (gestione Gillo Pontecorvo) Lei annunciò al mondo di aver scoperto al Lido un complotto bolscevico in cui sarebbe stato coinvolto mezzo cinema nostrano, con losche propaggini dalle parti di Cannes. Allora, da poco eletto senatore di Forza Italia, ne approfittò per insultare Moretti, i Taviani e altri che con la Mostra non c’entravano affatto. Tanto che perfino un critico solitamente ben disposto nei suoi confronti come Tullio Kezich non poté esimersi dal commentare così la stramba uscita: «Siamo di fronte all’uomo più spiritoso d’Italia o ad un paranoico da ricovero?».
ConoscendoLa un po’, propenderei per la prima ipotesi. Ma ho letto sotto l’ombrellone, il giorno di Ferragosto, una serie di sue dichiarazioni polemiche riassumibili nella frase: «Non vado al Lido perché “Callas Forever” non è un film da festival di Venezia: lì vanno film iraniani, indiani…». A dire, insomma, che la Mostra del cinema, governi la sinistra o la destra, piloti Alberto Barbera o Moritz de Hadeln, è sempre la stessa: «Un luogo terrificante», dove Lei – ferito dall’accoglienza riservata nel 1988 al suo film “Il giovane Toscanini” – non metterà più piede.
Benché consulente del ministro Urbani sui temi dello spettacolo, Lei ha tutti i diritti, ci mancherebbe, di detestare il festival veneziano. Per le più varie ragioni: culturali, politiche, estetiche, pure umorali. Personalmente ritengo che “Il giovane Toscanini”, per il quale si ritenne addirittura «lapidato», non fosse «da festival di Venezia», proprio per le ragioni opposte alle sue. Altri suoi film, sì. Ma questo è un dettaglio.
Non è un dettaglio, invece, incardinare un ragionamento fortemente critico su un dato non vero: e cioè che anche la Mostra di de Hadeln sarebbe vistosamente sbilanciata sul piano geografico-culturale, essendo terzomondista, poveristica e asiatica, in definitiva poco “occidentale”.
Strano: proprio sull’ultimo numero dell’”Espresso”, Roberto Silvestri ha già stroncato il menù veneziano definendolo «eurocentrico, soporifero, simil-hollywoodiano». Ora, sul cinema iraniano, indiano, kazako, cinese, coreano o turco – faccia Lei – si può pensarla in modi diversi. Non generalizzerei, cercherei di distinguere, separando la qualità poetica dalla frenesia cinefila. E comunque un festival internazionale, la cui dizione recita ancora “Mostra d’arte cinematografica”, deve per statuto guardare con curiosità al bello, anche “insostenibile”, che si muove ovunque nel mondo. Il mix attiene, poi, alla sensibilità del direttore.
Ma Lei, caro Zeffirelli, rispolvera con indole fumantina la solfa dell’Iran e dell’India, pensando così di liquidare la faccenda. Andiamo allora a vedere quanti sono questi aborriti (in quanto noiosi, lontani, ostici) film iraniani e indiani. Ho dato una scorsa al programma e registro: non un film iraniano o indiano tra i 21 del concorso, idem per i 12 “Eventi speciali”, solo un iraniano (“Zendan-e Zendan” di Manijeh Hekmat) e un indiano ( “Nizhalkkuthu” di Adoor Gopalakrishnan) nella sezione “Controcorrente”, un lungometraggio e un corto iraniani in “Nuovi territori” (su 56 titoli!).
Quanto all’Italia, caro Zeffirelli, è proprio sicuro che de Hadeln abbia «rivelato un occhio poco “amante” del nostro cinema»? Con “Rosa Funzeca” di Aurelio Grimaldi, appena acquisito, salgono a 7 i film tricolori presenti nelle sezioni principali (in “Nuovi territori” ve ne sono addirittura 16).
Questo per la precisione. Poi, si capisce, ciascuno è libero di mandare il proprio film a Viareggio, arrampicarsi sugli specchi, farsi un po’ di pubblicità e preferire Toronto o Deauville a Venezia.
Cordialmente
Michele Anselmi