IL RE DI ROMA HA ABDICATO

DI BORIS SOLLAZZO

A giudicare dalla solennità, dall’atmosfera quasi commossa nel salone d’onore del Coni, possiamo dire senza ombra di dubbio che insieme all’abdicazione di Ratzinger, quella di Totti dalla Roma è l’evento che più ha sconvolto i romani in questo millennio. E ancor di più, ovviamente, i romanisti.

Non si è tenuto alcun sassolino nelle scarpe, Francesco Totti, che ha dimostrato anche una dote oratoria e una capacità di rispondere alle domande imprevedibile. Aveva un obiettivo, demolire quelli che anche lui, ora, chiama con tono dispregiativo “gli americani” e smentire tutte le voci girate quest’anno. “Ho chiamato solo Ranieri e Conte, nessun altro”, “mi hanno fatto promesse mai mantenute”, “ho chiesto che non si comportassero con Daniele De Rossi come si sono comportati con me”, “volevano i romani fuori dalla Roma e ce l’hanno fatta”, “c’è chi mi ha pugnalato a Trigoria”, “non mi hanno fatto decidere, fare niente”. Il nemico pubblico è Franco Baldini – “nessun rapporto con lui, uno dei due doveva uscire” – tanto che Pallotta passa quasi per l’utile idiota che si fa strumentalizzare, Baldissoni uno che “mi ha pure aiutato” e Fienga l’unico che “ci ha messo la faccia per me”. Daniele De Rossi, dopo l’articolo di Bonini e Mensurati, viene definito “un amico”, “una bandiera”, “il capitano della Roma”, lo porta nella sua barca tanto che in una battuta delle sue dice “il prossimo anno magari le partite della Roma ce le vediamo insieme in Curva Sud”.

Ma al di là di tutto quello che ci aspettavamo e che dà corpo, perché dette da un ex dirigente che si è dimesso poche ora fa, a tutto ciò che si è detto nei bar romani, nelle radio della Capitale, all’Olimpico, ci sono forse pezzi di questa conferenza stampa, piccole grandi stoccate che ci dicono molto di più. E che ci fanno chiedere perché Francesco Totti, il simbolo e l’eroe giallorosso, certe cose non le abbia dette prima. Magari proprio 8 anni fa, quando sono arrivati gli americani.

Ha ammesso che lo spogliatoio romanista è tutto fuorché professionale: accusando Pallotta di non esserci mai, di essere il gatto assente mentre i topi ballano, ha disegnato Trigoria come un luogo n cui “il calciatore, sappiamo com’è fatto, cerca alibi”. Poi, a domanda più diretta, del centro Fulvio Bernardini ha parlato come di un porto delle nebbie. “Dentro Trigoria ci sono persone che fanno il male della Roma. Pallotta tante cose non le sa, e lui si fida sempre di queste persone. Questo è il suo errore principale. Io conosco Trigoria come le mie tasche, conosco gli spostamenti di tutti. Sono cresciuto là dentro, so quali possono essere i problemi e quali possono essere le risorse. Ognuno fa il bene di se stesso. A Boston arriverà un decimo della verità […]. Per me non si rendono conto perché non vivono la quotidianità. Non sanno niente di Roma. Stando qui sul posto è totalmente diverso. A loro che stanno dall’altra parte del mondo arriva l’1% di quello che succede qui”.

 

James, ancora, rappresentato come un pupazzo nelle mani di alcune serpi, un presidente che non ha mai parlato con il dirigente che va a rappresentarlo all’Uefa durante i sorteggi: “ci ho parlato solo una volta dopo che ho smesso, a Londra”. E ancora, “non sono qui per andare contro Pallotta”. E quando parla così, il Capitano per eccellenza, lascia intendere che gli attori ora sono stranieri, ma le dinamiche sono sempre state le stesse. Lui, che conosce Trigoria come le sue tasche, lo sa. Quel “mi sono tenuto altre cose” e “ora non faccio nomi” lasciano enormi porte aperte a rivelazioni (e rivoluzioni?) future, magari in un nuovo libro scritto con quel maestro (anche oggi come cerimoniere) che è Paolo Condò.

Ecco, forse, cosa ci rimane di questa conferenza stampa, è la metafora di una città. Che nella cittadella dello sport come in quella della giustizia vive di intrighi, di rivalità, di leadership nebbiose e non di rado rancorose, di lunghe mani e di capri espiatori (Franco Baldini è davvero così potente? O è anche lui uno strumento?). Una città incapace di valorizzare i suoi figli prediletti, una città cannibale che non fa mai il salto di qualità. “Dopo la semifinale di Champions Eusebio Di Francesco, che lo ha portato Monchi anche se tutti pensano che lo abbia voluto io, ha chiesto 4-5 giocatori. Sapete quanti gliene hanno presi? Zero”. E stringe il cuore quel “sono stato un peso per questa società. Mi hanno detto che sono un personaggio troppo ingombrante, sia da calciatore che da dirigente. Mi hanno fatto male entrambe le cose, ma questa è quella più significativa perché quando ti stacchi dalla mamma è dura”. Totti soffre, in un calcio senza bandiere “che non passano, quelle no” ci tiene a dire all’inizio, e ammette, con un’ingenuità disarmante “che oggi potevo pure morire, mi avrebbe fatto meno male”.

Francesco Totti

Roma è la città del potere, eppure non riesce ad esercitarlo in modo sano. Non riesce a costruire uno stadio, non riesce a tenere un simbolo con sé. Le dinamiche che ci racconta oggi il Capitano sono quelle che abbiamo sempre sospettato, con tutte le dirigenze: come è possibile che solo nella Capitale possano esserci finti complotti massonici, dirigenti fantasma, un centro sportivo in cui albergano più nemici che nelle corti di un imperatore?

Oggi la Roma (e forse pure Roma) ha una grande opportunità. Una rivoluzione. A partire dai tifosi – soprattutto se il progetto di legge sull’azionariato popolare andrà avanti – deve ritrovare se stessa. O forse no, deve diventare altro, fare come il Napoli di De Laurentiis, diventare una realtà virtuosa sportivamente, economicamente, moralmente, scappare dallo storytelling della città, dalle sabbie mobili dell’accondiscendenza verso i propri difetti, e non seguire la corrente di un modo di esercitare il potere miope e opportunista. Totti ha detto molte verità in un mondo in cui pochi le dicono. E ci mostra qualcosa che i romani e non solo i romanisti conoscono bene.

Francesco Totti

A Roma, gattopardescamente, cambia sempre tutto per non cambiare niente, tanto che persino quel Malagò che ospita Francesco sembra voglioso di reiterare il solito modello, cercando il sogno di prendere la Roma magari proprio “usando” l’eroe dell’Olimpico, sembra rappresentare l’eterno gioco delle parti che si tiene da queste parti da secoli. E invece, magari con Totti direttore tecnico – “tornerò, con un’altra proprietà, se mi vorrà” sembra qualcosa di più di una speranza, quasi una promessa – si deve riuscire a dare un segnale contro questa decadenza che sembra ineluttabile. Si provi a invertire la rotta, proprio come con un dribbling, un assist, un tiro riusciva a fare spesso il numero 10 italiano più forte che abbiamo mai avuto. Ne ha bisogno la società, la squadra, il movimento calcistico e forse una città intera.

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