VITALIZIO PADRE DEL VIZIO

DI MARINA NERI

Entro il 30 maggio secondo l’intesa raggiunta in conferenza Stato/ Regioni i parlamenti regionali avrebbero dovuto approvare una legge per la riduzione degli assegni dei vitalizi.

Formalmente tutte le regioni si sarebbero adeguate.

Solo per Sardegna, Piemonte, Basilicata e Abruzzo, impegnate nelle elezioni regionali, era stata prevista una proroga di un ulteriore mese.

Il trenta maggio, quindi, è giunto e a non essersi adeguate alle direttive risultano essere state la Sicilia e il Trentino Alto Adige.

Le due regioni a statuto speciale, non hanno rispettato la scadenza prevista.

Adesso, non intervenendo atti di ” accomodamento”, rischiano di vedere arrivare nei propri bilanci meno soldi provenienti dallo Stato centrale.

Infatti nell’intesa Stato/ Regioni era prevista, quale sanzione per il ritardo e l’ inadempimento una riduzione dei trasferimenti statali del 20% a discapito, ovviamente, dei cittadini.

I governi delle due regioni avrebbero addotto giustificazioni diverse per un identico “non adeguamento”.

La Sicilia avrebbe sostenuto che solo pochi giorni prima della scadenza del 30 maggio si sarebbe insediata la Commissione nominata dal governatore Musumeci per passare al vaglio la vicenda, non considerando che la stessa Commissione avrebbe provveduto solo a fare audizioni senza assumere, di fatto, alcun concreto provvedimento.

La Regione Trentino Alto Adige avrebbe addotto che il tergiversare sarebbe dipeso dall’attesa della decisione della Corte Costituzionale in merito ai ricorsi in cui era stata sollevata questione di legittimità sui provvedimenti riguardanti la rideterminazione dei vitalizi.

La Toscana era stata già nel 2015 la prima regione in cui per la prima volta era stata proposta una legge di revoca del vitalizio per chi versava in regime di cumulo.

Il cumulo sarebbe invece ancora possibile in Calabria, per i titolari di vitalizi regionali maturati prima della sua abrogazione.

La Corte Costituzionale è intervenuta con la decisione n. 108 del marzo 2019 depositata in data 15/5/2019.

La sentenza ha, infatti, chiuso un’annosa vicenda dichiarando “non fondata la questione di legittimità costituzionale inerente l’applicazione con effetto retroattivo del valore attuale medio del taglio del 20 per cento degli importi e del tetto di 9 mila euro massimo in caso di cumulo di vitalizi” dichiarando inammissibile il ricorso “per coloro che non avevano ancora maturato il diritto”.

Non vi è più motivo, quindi, per le regioni di rinviare l’applicazione della riduzione per come prevista.

Da sempre i cosiddetti vitalizi sono stati croce e delizia dei parlamentari italiani e da sempre oggetto di aspre critiche.

Soprattutto in questi ultimi tempi in cui lo Stato e gli enti locali scavano spesso nel barile di pensionati, lavoratori dipendenti, imprenditori e professionisti per raccattare euro con aggiunta di continui balzelli.

La critica più aspra nei confronti del vitalizio, odierna pensione, proviene da coloro che vedono nella corresponsione della stessa o dello stesso il perseguimento indefesso e senza etica alcuna di obiettivi di casta senza ritegno e senza vergogna.

L’ art. 69 della Costituzione recita: ” I membri del Parlamento ricevono un’ indennità stabilita dalla legge”.

Encomiabile intuizione dei padri costituenti nel momento in cui si doveva fare l’ Italia e gli italiani.

Il trattamento dei parlamentari veniva concepito come condizione per un esercizio indipendente e garanzia per l’ accesso a tutti senza riguardo a patrimonio o reddito.

A garanzia del “libero esercizio del Mandato”.

Se si guarda al termine ” Indennità” emerge che essa rappresenta il: Corrispettivo diverso dal risarcimento erogato ad un soggetto che ha subito un danno. Somma corrisposta al prestatore di lavoro a titolo di rimborso spese o in corrispondenza di disagi o oneri sopportati in occasione della prestazione di lavoro…”.

Se c’ e’ una cosa che i Padri Costituenti hanno insegnato è che le parole, quando si legifera, debbono essere usate nel loro significato palese e immediato!

Con legge 1261 del 1965 era stata fissata la misura di questa Indennità.

Più volte negli anni ci sono stati ritocchi.

Questa indennità nel tempo divenne formata da tante sottospecie: Diaria , Rimborso spese per esercizio mandato ( consulenze, incarichi….)spese trasporto e viaggio,spese telefoniche, assistenza sanitaria, assegno di fine mandato, Vitalizio e, infine, Pensione.

Si è passati dalla previsione Costituzionale di Indennità si ribadisce , reperita iuvant, prevista a garanzia del Libero svolgimento del Mandato e nei limiti qualitativi e quantitativo temporali del medesimo, ad un Vitalizio.

Il Vitalizio, e già il nome si discosta molto dalla previsione lessicale voluta dalla Costituzione, e’ una ” rendita” concessa al termine del mandato parlamentare e che si protrae ” vita natural durante” al conseguimento di alcuni requisiti di anzianità di permanenza nelle funzioni elettive”

Il vitalizio non era propriamente una pensione perché l’ attività parlamentare non poteva essere assimilata all’ attività lavorativa e quindi non rientrante nell’ alveo del diritto del lavoro.

Diritto del parlamentare che, nella sua peculiarità, scatterebbe solo al raggiungimento dei 4 anni, sei mesi ed un giorno.

In realtà i vitalizi furono aboliti alla fine del 2011.

Ma fu un’ abolizione tutta all’ italiana.

I vitalizi furono sostituiti da una “Pensione” calcolata con il metodo contributivo-anche se per ottenerla il requisito di base è rimasto invariato: il raggiungimento di 5 anni effettivi’al compimento dei 65 anni di età.

Uno studio a riguardo ha stigmatizzato che:” per ogni anno in cui resta in carica oltre i primi 5, il parlamentare può godere della pensione con un anno di anticipo, anche se in nessun caso può iniziare a percepirla prima del 60 esimo anno di età. In caso di fine anticipata della legislatura le frazioni di anno contano come un anno intero se sono trascorsi più di 6 mesi”.

Questo significa che per conteggiare i 5 anni necessari a vedersi assegnata la pensione, la legislatura dovrà durare almeno 4 anni, 6 mesi e un giorno.

Ogni mese i parlamentari versano un contributo ad un Fondo parlamentare all’ uopo costituito. Ma se l’ onorevole non dovesse arrivare a 4 anni, 6 mesi e un giorno non avrebbe diritto a prendere un euro.

La disciplina, in virtù del potere della cosiddetta Autodichia delle Camere ( autonomia delle stesse che ha come obiettivo principale quello di salvaguardare l’organo da qualsiasi ingerenza esterna e si estrinseca nella potestà di autoregolamentazione loro attribuito) venne modificata.

A partire dal 2012 in poi si venne a determinare la seguente situazione:
per i vitalizi già erogati si era introdotto il metodo di calcolo contributivo. Deputati e Senatori in carica già a gennaio 2012, avrebbero fruito di un sistema pro rata: la loro pensione sarebbe stata formata dalla somma della quota di assegno vitalizio maturato fino al dicembre 2011 e della quota di pensione dal 2012 in poi.

Secondo la regolamentazione gli ex parlamentari dal 2012 in poi hanno diritto a ricevere la pensione a condizione di avere svolto il mandato parlamentare per almeno 5 anni e di aver compiuto 65 anni di età.

Per ogni anno di mandato oltre il quinto, il requisito anagrafico è diminuito di un anno sino al minimo inderogabile di 60 anni.

Coloro, invece che sono stati eletti per la prima volta nel 2013, vanno in pensione dopo 4 anni e 6 mesi al raggiungimento dei 65 anni .

Dal 2012 quindi, la pensione del parlamentare viene calcolata sulla base dei soli contributi effettivamente versati, una parte a carico del deputato e una parte a carico dell’Assemblea elettiva .

È stata abrogata la norma che prevedeva la possibilità per gli eredi dei parlamentari di riscattare i contributi versati qualora il de cuius parlamentare non avesse potuto raggiungere il diritto a pensione ed era stato abolito il versamento di una contribuzione aggiuntiva del 25 per cento per garantire il trattamento di reversibilità ai superstiti.

Con il sistema contributivo, secondo calcoli oggettivi, le spese si ridurrebbero notevolmente.

Tanto i vitalizi ante 2012 quanto la pensione post 2012 vennero assoggettati al contributo di solidarietà.

Il 12 luglio 2018 con la delibera 14/2018 la Camera ha disposto la “Rideterminazione della misura degli assegni vitalizi”.

Un testo entrato in vigore il 1º gennaio 2019 che ha previsto la rideterminazione secondo il metodo di calcolo contributivo, della misura degli assegni vitalizi, delle quote di assegno vitalizio dei trattamenti previdenziali pro rata e dei trattamenti di reversibilità maturati sulla base della normativa vigente alla data del 31 dicembre 2011.

Anche il Senato dopo qualche tentennamento ha varato un provvedimento analogo.

Da qui i ricorsi per incostituzionalità della previsione da parte di ex parlamentari.

Il presidente della Camera Fico avrebbe annunciato la predisposizione di una delibera contenente la previsione di abolizione totale dei vitalizi.

L’appuntamento per discuterne sarebbe il prossimo 27 giugno presso l’ufficio di presidenza di Montecitorio.

Questi i dati da cui partire per fare una riflessione.

Nell’ epoca in cui un lavoratore ottiene una misera pensione dopo 40 di contribuzione, in cui un lavoratore dipendente deve almeno avere 20 anni di contribuzione per usufruire di una pensione minima, questi ” diritti” parlamentari appaiono come privilegi, sperperi inutili di denaro dei contribuenti vessati.

Occorrerebbe, forse, ripartire dalla morigeratezza e dall’ etica.

Occorrebbe ritornare alla “indennità”nel senso Costituzionale del termine, non nel senso lato che ad essa e’ stato attribuito dagli stessi suoi fruitori.

Un gettone di presenza equo e un rimborso spese( vitto, alloggio, diaria, rappresentanza…) opportunamente documentate e che, comunque, non superino un tetto massimo stabilito con legge, a pena di esclusiva sopportazione per chi le ha sostenute.

Una Indennità limitata all’ espletamento del mandato e per la sola durata dello stesso.

La Politica non è un lavoro. E’ una Missione e le missioni si svolgono per passione non perché c’e’ un obolo sostanzioso ad allettare.

Occorrebbe il varo di una legge che eliminasse pensioni e/ vitalizi in politica anche per coloro che li hanno maturati stabilendo una norma che preveda da ora per il futuro la corresponsione di un assegno una tantum a ristoro definitivo per i diritti quesiti che i parlamentari o i consiglieri regionali andrebbero a perdere.

Niente di diverso in questo modus operandi da quanto aveva fatto il governo Renzi con le pensioni dopo la sentenza della Corte Costituzionale n. 70 del 2015 che dichiarò l’illegittimità costituzionale del blocco delle rivalutazioni pensionistiche.

La sentenza della Corte delle leggi aveva stabilito l’incostituzionalità del blocco delle rivalutazioni.
Il Governo per fronteggiare una emorragia finanziaria che i ricorsi dei pensionati per ottenere la rivalutazione avrebbero determinato, varò un decreto legislativo con cui erogo’ una tantum un assegno ai pensionati a tacitazione definitiva di ogni pretesa.

Chi di spada ferisce di spada perisce…Se può farlo il Governo per i semplici pensionati perché non lo si può fare per i privilegi dei parlamentari?

Privilegi si’. Reversibili anche agli eredi e cumulabili fino a poco tempo fa con altre pensioni senza alcun tetto.