GEORGIA E’ SCONTRO. CHI SONO I PIU’ ANTIRUSSI DEL PAESE?

DI ALBERTO TAROZZI

Una domanda pare serpeggiare tra coloro che cercano di capirci qualcosa, nelle complessa e drammatica situazione oggi in atto nella caucasica Georgia. Chi è il nemico principale del governo russo?

Non certo perché il conseguimento della medaglia d’oro in questa simbolica competizione geopolitica rappresenti un titolo di demerito. Al contrario, si direbbe che, classificarsi primi, indichi una sorta di primato di cui andare fieri. Tanto da giustificare una specie di guerra civile per dimostrarsi tali. Al punto da determinare un assalto al parlamento con feriti in quantità (240) e forze dell’ordine in difficoltà nella doverosa operazione di contenimento (80 feriti anche tra di loro).

Alle origini degli scontri la presenza di un deputato russo, Gavrilov, inviato da Putin nel parlamento georgiano. Per di più seduto sullo scranno presidenziale a pronunciare un discorso in russo. Da non dimenticare che la Russia, nel 2008, era entrata in Georgia coi carri armati, a difendere dalla repressione dei governativi gli abitanti di Abkhazia e Ossezia del sud che da allora hanno proclamato l’indipendenza col beneplacito di Mosca.

Dopo l’episodio Gavrilov si apre la competizione: le minoranze accusano il governo di avere ospitato un nemico russo con tutti gli onori. I governativi da parte loro,  nella persona della presidente, accusano Mosca di seminare zizzania nel paese e le minoranze di beccare come utili idioti o magari come quinte colonne. I russi, per stare sul sicuro, accusano il radicalismo georgiano di opposizione. Ma non è che in questo modo le cose si chiariscano fino in fondo.

Facciamo dunque un passo indietro. La Georgia, da quando l’Urss defunge, ha visto l’avvicendarsi di governi che, con la scusa di opporsi a Mosca più degli antagonisti, ne hanno combinate di tutti i colori.

Il primo fu il colore rosa. rivoluzione colorata di rosa fu infatti quella che depose Shevarnadze, uno che in passato aveva fatto parte della squadra di Gorbaciov, ma che poi era apparso essere una sorte di padre della patria della nuova nazione georgiana. Pure Shevarnadze appariva a molti troppo vicino ai russi tanto che, nel 2003, una bella rivoluzione colorata, con tanto di targa-Soros, gli sostituì a furor di piazza e di voti un nuovo padre delle patria di nome Saakashvili. Costui resta in sella fino al 2013, dopo di che cambia mestiere e va in Ucraina a fare il governatore di Odessa. Cosa pretendere di più, quanto fedeltà a Washington? Pure su di lui c’è più di qualcosa da ridire. Una specie di caso Matteotti, con un leader dell’opposizione manganellato sotto casa fino a sfigurarne il volto. Chi, il mandante?. Giustizia in fibrillazione e Saaka che, ad ogni buon conto, non rientra in patria.

C’è chi sostiene che sulla sua fedeltà a Washington ci sarebbe da giurare, come per il suo odio contro i russi. Ma che teneva pure buoni rapporti Di vicinato con l’Iran. Si sa, da quelle parti circolano e si progettano gasdotti e il petrolio sappiamo bene come sia fonte di estinzione degli odi e del sorgere di nuovi amori. SaaKa aveva approfittato della fase soft dell’amministrazione Obama nei confronti dell’Iran, ma forse si era spinto troppo in là e questo gli aveva portato sfortuma. Dopo di lui, a Tbilisi, una presidenza di cinque anni che non lascia traccia e che non si rinnova. Tale Margvelashvili, che neppure gode dell’appoggio del partito che inizialmente lo ha votato. Quello del “Sogno  georgiano”, una macchina da guerra che arriva a raggiungere, grazie al maggioritario, oltre i 3/4 degli eletti.

Però ben sappiamo come nessun sistema elettorale, di per sé, costituisca una garanzia di governabilità. Così il “Sogno georgiano” si ridimensiona. dapprima con la spaccatura tra chi vorrebbe riabilitarre Saaka e chi no. Poi con l’apparizione sulla scena di altre forze che si proclamano più antirusse di loro.

Arriviamo così ai giorni nostri. Basta che il presidente del parlamento Kobakhidze, complottardo o ingenuo non si sa, ma oggi dimissionario, inviti Gavrilov, e le opposizioni incendiano le piazze gridando al tradimento. Subito risponde la Presidente Zarubishvili, più antirussa che mai, accusando proprio le opposizioni di fare in realtà il gioco di Mosca spaccando il paese. Estremismp malattia infantile, avrebbe detto Lenin al suo posto. Ma il georgiano più noto, nella storia del paese, è Stalin.Subito si capisce che se le opposizioni, come minacciano, scenderanno ulteriormente in piazza con la “pacifica” intenzione di occupare il parlamento, le cose potrebbero trascendere.

Nel frattempo, nel non lontano Iran, gli Usa hanno definito una no fly zone, un passo in avanti in direzione guerra. Non sarà che, per caso, abbiano segnalato a Tbilisi che, dalle loro parti, vorrebbero un partner senza se e senza ma. Non solo in direzione Mosca, ma anche in direzione Tehran? Se così fosse, forse, si potrebbe capire come i concorrenti in lizza, in Georgia, stiano gareggiando a chi può risultare maggiormente affidabile oltre oceano.