RAPPORTO ISTAT. TUTTI NUMERI, MOLTI CONTRADDITORI, DI UN PAESE CHE RALLENTA

DI MARINA POMANTE

Dal rapporto annuale dell’Istat non arrivano buone notizie. Dalla stima preliminare sul Pil, il secondo trimestre sarà con grande probabilità ancora negativo. Come spiega l’Istat c’è un 65% di probabilità che il segno meno sia davanti al dato del Pil, e quindi l’intero primo semestre segni un rallentamento generale dell’economia italiana.

È molto lontano il +2% del Pil che il Movimento 5 stelle portava come uno stendardo e come un risultato possibile. Anzi la probabilità di contrazione del Pil nel secondo trimestre è “relativamente elevata”. Secondo l’Istituto di statistica, a fare da ago della bilancia è stato il contributo negativo della domanda estera netta e una significativa decelerazione dei consumi.
Una notizia per nulla gratificante se si pensa che i primi tre mesi dell’anno si erano invece chiusi con un +0,1% e che lo stesso istituto ha previsto un mese fa una crescita dello 0,3% nel 2019. Guardando al 2018 l’Istat evidenzia che anche se l’Italia ha “proseguito il percorso di riequilibrio dei conti pubblici”, comunque, “non è stato sufficiente per arrestare la dinamica del debito”, che va in salita.

Gli investimenti lordi hanno descritto una componente più dinamica della domanda, in un aumento del 3,4% e un contributo alla crescita pari a 0,6 punti percentuali. Nel 2018, la domanda estera netta ha fornito un contributo marginalmente negativo (per un decimo di punto) alla crescita del prodotto interno lordo, come sintesi di un rallentamento della dinamica delle esportazioni di beni e servizi in volume superiore a quello registrato dalle importazioni.
Il rapporto è un database di dati che mensilmente l’Istituto raccoglie e diffonde tracciando un quadro che fa riferimento all’anno passato. Guardando al Mercato del lavoro, nel 2018 il livello dell’occupazione è tornato a essere il più alto degli ultimi dieci anni, e ha superato di 125 mila unità quello preventivato (+0,5% rispetto al 2008), ma ci troviamo comunque di fronte ad un sistema trasformato che presenta una maggiore instabilità delle posizioni lavorative.

Il rapporto mette in evidenza come ad aumentare sia stato principalmente il lavoro dipendente (che in dieci anni è aumentato di 682 mila unità, +4%), la cui crescita nel corso del decennio è dovuta principalmente dal lavoro a tempo determinato. Rispetto al 2008 sono 876 mila occupati a tempo pieno in meno e quasi un milione e mezzo a lavoro part time involontario in più. I settori più esposti restano i giovani, le donne, gli stranieri e i divari territoriali.

Il presidente dell’Istat Gian Carlo Blangiardo, in occasione della presentazione del rapporto, ha dichiarato “L’Italia è una nazione fatta da una realtà composita, eterogenea, bellissima e contraddittoria. È una terra ricca di tesori, arte e bellezza. Ma è anche una Paese ricco di problemi irrisolti, talvolta a seguito di alcune eredità, una per tutti quella del tema ricorrente circa il ‘debito pubblico’, che certo avremmo preferito acquisire con ‘beneficio di inventario”.

L’Italia è in “recessione demografica”, la popolazione è sempre di più composta da persone anziane. L’assenza di un lavoro stabile evidenzia il calo delle nascite, in più, i giovani fanno fatica a lasciare la famiglia d’origine per comporne una loro.

Aumenta il numero dei decessi ma non quello delle vedove, che è comunque superato dalle donne anziane coniugate (in virtù dell’aumento di sopravvivenza degli uomini).
Il numero dei residenti nel nostro Paese dal 2015, registra una diminuzione: sono 60,4 milioni al primo gennaio di quest’anno, quindi oltre 400 mila di meno in confronto a 4 anni fa. La spiegazione dell’evidente crollo demografico è nella riduzione delle nascite: lo scorso anno sono stati iscritti all’anagrafe 439 mila bambini, 140 mila in meno rispetto al 2008. Tutto questo in un quadro di un aumento dei decessi (633 mila nel 2018, circa 50 mila in più di 11 anni fa).
Secondo i dati del 2016 il 45% delle donne in età compresa tra i 18 e i 49 anni non hanno ancora avuto figli.
Da notare che sono meno del 5% le donne che affermano che avere i figli non fa parte del loro progetto di vita.
Per l’effetto delle migrazioni, nel nostro Paese ci sono circa 5,2 milioni di cittadini stranieri (che invecchieranno anche loro), questi costituiscono l’8,7% della popolazione.
Il calo demografico è stato contenuto grazie agli effetti del “saldo migratorio con l’estero”, tanto che per quanto riguarda il 2018 la stima è di un saldo positivo superiore alle 190 mila unità.

Dal rapporto Istat emerge che il contributo dei cittadini stranieri alla natalità si va lentamente riducendo.
I nati da famiglie con almeno un genitore straniero dal 2012 al 2017 sono diminuiti nella misura di oltre 8 mila unità in meno, scendono quindi sotto i 100 mila.
Ecco perciò che la popolazione straniera residente sta invecchiando: le cittadine straniere in età feconda passano dal 42,7% del primo gennaio 2008 al 52,4% del primo gennaio 2018.

In aumento i permessi di soggiorno, nel 2017 ne sono stati rilasciati quasi 263 mila, in crescita rispetto al 2016, dopo che la tendenza è andata in diminuzione già evidenziata dai rapporti Istat negli anni precedenti: nel 2010 erano quasi 600 mila.
I giovani residenti in Italia tra i 20 e i 34 anni sono 9 milioni e 630 mila, cioè il 16% della popolazione, anche loro sono in calo per circa 1 milione e 230 mila unità rispetto a un decennio fa. Di questi più della metà, 5,5 milioni, vivono con almeno un genitore.