AIDS, SEMPRE PIÙ GIOVANI CONTRAGGONO IL VIRUS. POCA PREVENZIONE, AVVERTE IL MINISTERO DELLA SALUTE

DI MARINA POMANTE

Richiesto: Lucio Giordano Umberto Siniscalchi

L’HIV (Sindrome da immunodeficienza acquisita) è ancora un argomento che nasconde l’infida e spiacevole condizione che parlarne è ancora un tabù. La sua prima segnalazione al personale sanitario, arriva nel lontano 1981, e da allora continua a preoccupare le autorità sanitarie. Ma rispetto alla mortalità del 100 per cento dei primi anni, si è via via passati a una prognosi migliore, grazie a terapie sempre più efficaci (anche se il vaccino continua a rimanere un sogno). Oggi si può dire che un paziente, trattato in maniera opportuna ha più o meno le stesse possibilità di sopravvivenza di un individuo non portatore del virus. Ma a preoccupare sono i tanti ma, che circondano questa malattia e i tanti tabù che silenziano la possibilità di sapere se si è stati colpiti dal virus HIV. Sono ancora tantissime le persone che nel mondo, e anche in Italia, non sanno di essere infette, non sono consapevoli del rischio che ancora oggi corrono di contrarre il virus e non conoscono le possibilità di accedere ai test. Test che non soltanto sono fondamentali per scoprire una eventuale positività, ma anche per capire se le terapie funzionano (di conseguenza, se possono azzerare le possibilità di trasmettere l’infezione).

Ma è un dato dell’Istituto Superiore di Sanità che preoccupa ed è la crescita del numero dei giovani che contraggono l’HIV, le cause sono molteplici, l’assenza di campagne informative, il sesso ad un età precoce e la scarsa protezione. Inoltre per effettuare i controlli sanitari bisogna avere il consenso dei genitori: per questo, molti rinunciano. Sono circa 500 i ragazzi in Italia che hanno contratto il virus dell’HIV, un numero che risulta dagli ultimi dati in costante crescita. L’Istituto Superiore di Sanità segnala “un’incidenza maggiore” della sindrome nei giovani con un’età compresa tra i 25-29 anni, e non è escluso che il virus possa essere stato contratto quando erano ancora minorenni.

La legge attualmente vieta ai minori di fare l’esame senza il consenso di entrambi i genitori o l’autorizzazione del giudice tutelare, che devono essere a conoscenza e condividere il percorso fin dall’inizio. In casi particolari il personale sanitario potrebbe chiedere un’autorizzazione al giudice, se ritiene che il test sia necessario, ma l’adolescente può comunque scegliere di non mettere al corrente i genitori. Questa situazione finalmente potrebbe cambiare.

Il Ministero della Salute ha in progetto un disegno di legge per permettere ai minorenni il libero accesso al test.
L’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza ha già dato una prima risposta positiva ma ha anche posto tre condizioni: il test dovrà essere effettuato nell’ambito del S.S.N. in ambiente protetto e dedicato; Negli eventuali casi di positività, al fine di garantire il supporto affettivo, dovranno essere coinvolti i genitori (o il tutore); l’attivazione di un sistema e di una campagna di prevenzione e di promozione dell’affettività. I luoghi maggiormente deputati allo scopo sono naturalmente le scuole, come è suggerito dalla Consulta dei ragazzi dell’Autorità garante.

Questa riforma, pensata per gli adolescenti, garantirà il contenimento dei contagi da HIV nella fascia d’età successiva, quella tra i 25 e i 29 anni.

Secondo Andrea Gori, il direttore del reparto malattie infettive del Policlinico di Milano, probabilmente il problema principale della diffusione è una diagnosi tardiva, a causa della mancanza della cultura del test. E ci si deve impegnare per far capire l’importanza della prevenzione. SI deve creare una generazione di maggiorenni consapevoli e responsabili.

L’infettivologo e presidente Asa onlus (Associazione di solidarietà ai malati di Aids), Massimo Cernuschi, spiega che l’età del primo rapporto sessuale è scesa a 13-14 anni, e allora a chi dovrà essere concesso il libero accesso al test? Alludendo al fatto che aprire alle fasce d’età di 16-18 anni potrebbe non bastare.

Sono diversi i test per l’HIV, quello svolto in ospedale prevede un prelievo di sangue che servirà per la ricerca di anticorpi specifici contro il virus.
Inoltre c’è da considerare il cosiddetto “periodo finestra”, una sorta di incubazione dal momento del contagio alla prima presenza degli anticorpi anti HIV. In questo periodo della durata di circa 40 giorni, anche se il test risulta ancora negativo, è possibile trasmettere il contagio. Quindi è consigliabile ripetere il test dopo 40 giorni dal comportamento a rischio (Combotest) o dopo tre mesi (test Elisa).

Esistono anche i “test rapidi”, che si possono fare in ospedale o che sono offerti ad esempio, dalle Associazioni di pazienti. Sono sempre e comunque seguiti da un medico e vengono fatti da un campione di saliva o una goccia di sangue. Il risultato si ottiene in circa 20 minuti e se questo fosse positivo è opportuno ripetere un test di conferma con prelievo di sangue, perchè esiste la possibilità dei falsi positivi, ma c’è anche la possibilità di un risultato falso negativo, ecco perchè è bene ripetere il test a distanza di un po’ di tempo.

Esiste poi l’Autotest, un test rapido che si può acquistare in farmacia e si può effettuare a casa su sangue capillare. Questo tipo di test fornisce il risultato in 15 minuti e anche in questo caso il consiglio è di ripeterlo a 3 mesi dal comportamento a rischio.