BISOGNI ED ESIGENZE. UNA NUOVA PROPOSTA CULTURALE PER IL RECUPERO DELLA SINISTRA SMARRITA

DI COSTANZA OGNIBENI

È passato quasi un mese dal convegno sul Neoliberismo tenutosi a Roma a Palazzo Merulana e organizzato dall’Associazione culturale Amore e Psiche.

Si parlava della teoria neoliberista, e dell’impatto che ha avuto sulla nostra civiltà, non solo in termini economici, ma anche e soprattutto culturali (per chi fosse interessato, il filmato si trova su Youtube con il titolo “25 Maggio 2019. Il Neoliberismo. Palazzo Merulana. Prima parte”).

Tra i relatori, una donna aveva presentato un interessante discorso sul tema dell’uguaglianza di opportunità, una sorta di livellamento che dovrebbe consentire a tutti, attraverso lo strumento dell’istruzione, di competere ad armi pari sul mercato, determinando un medesimo punto di partenza. Un livellamento che la prospettiva neoliberista tratta in modo troppo riduttivo rispetto alla complessità del problema. Si parlava, infatti, di un’istruzione che dovrebbe garantire a tutti parità di strumenti ai fini di un buon lavoro, una buona posizione sociale e, possibilmente, un riconoscimento di quanto realizzato attraverso un buono stipendio. Tuttavia, come la realtà dimostra, non è mai così, poiché accanto all’istruzione permangono alcuni fattori, tra cui l’estrazione, il background, le esperienze familiari, che continuano a esercitare la loro influenza sull’individuo, e quindi sulla sua cosiddetta “competitività”, anche all’indomani del diploma. Sembrerebbe, insomma, che i più competitivi rimangano i figli delle famiglie più agiate.

E se questo malfunzionamento del meccanismo fosse dovuto, più che a una noncuranza di questi “fattori collaterali”, a un errore di natura concettuale? La visione che sta prendendo sempre più piede è quella di un’istruzione come mezzo di realizzazione di sé attraverso la cosiddetta scalata sociale, in grado quindi di consentire un buon lavoro ed elevare il proprio status.

E se affinché le cose cambino, occorresse cominciare a pensare a un ritorno alla conoscenza come mezzo di realizzazione di qualcos’altro?

Torna, prepotente, la questione dei bisogni e delle esigenze, poiché un buon lavoro e un buono stipendio consentono senz’altro di pagare affitto e bollette, quindi rientrano nella sfera dei bisogni, e su questo la sinistra, va detto, si è sempre battuta, ripetendo, quasi fino allo sfinimento, che tutti hanno diritto al lavoro, al salario e che nessuno deve avere più degli altri in quanto siamo tutti uguali. Ridotti all’osso sono i principi del comunismo, e ricordo ancora quella vecchia amica di origini albanesi che raccontava della sua infanzia vissuta nell’Europa dell’Est: erano gli anni 80 e quello che le era rimasto più impresso, rispetto all’opulento occidente dove in seguito è approdata, era questo carrello della spesa sempre sotto controllo, per cui il cosiddetto paniere veniva assegnato in base al numero di componenti della famiglia: a seconda del numero di bocche da sfamare avevi diritto a “tot” pane, “tot” latte, “tot” di tutto. E mentre quel racconto di “carrello blindato” arrivava alle mie orecchie, nella mia mente riaffioravano le immagini della mia, di infanzia, e di quel carrello zeppo di qualsiasi delizia ci venisse in mente, con come unico limite il plafond della carta di credito: chi aveva di più poteva comprare di più; la domanda di mercato cresceva e i prezzi lievitavano. Un rischio che nel paese della mia amica albanese, sotto la morsa della dittatura comunista, non esisteva. Dunque eravamo più liberi noi? Ma liberi di cosa? Di comprare più pomodori?

Possiamo anche arroccarci sulle nostre posizioni anti-capitaliste, ma com’è o come non è, è il comunismo ad essere fallito, mentre il capitalismo post moderno sta prendendo sempre più piede. Il modello occidentale è ormai esportato in tutto il mondo e PIL e consumi sono gli unici indici di benessere delle società. Ma basta porre una lente di ingrandimento su queste statistiche, abbandonarsi a fare qualche calcoletto incrociato in più per scoprire che, introducendo anche solo alcune piccole variabili, come il tasso di suicidi, il consumo di psicofarmaci, l’aumento della depressione o, ancora dell’uso delle famose “gocce per dormire” (che fa quasi strano dichiarare di non prenderle), che tutto il castello di carte crolla in un soffio, e viene fuori facilmente che le società con PIL e consumi altissimi non stanno bene neanche un po’.

Dunque la libertà di riempire tre carrelli non funziona.

La sinistra, poi, aggiunge le sue, di variabili, a questi calcoli statistici, e allora inserisce anche gli indici di diseguaglianza, il gap, sempre più ampio, tra chi si arricchisce sempre di più e chi si impoverisce sempre di più, la mancanza di strutture sanitarie per chi l’assicurazione privata non può permettersela…

Benessere un corno!

Dunque torniamo al “tutti uguali”, così la ricchezza torna a essere ripartita e stiamo tutti meglio? Ma abbiamo visto che ha già fallito! E allora, se anche la risposta a questo fallimento non funziona perché come abbiamo visto le società nonostante PIL e consumi, non stanno bene manco un po’, dov’è che ha fallito? Ha fallito perché non ha mai pensato che l’essere umano oltre alla sfera dei bisogni, ovvero tutti quei beni materiali finalizzati a un “utile”, ha anche quella delle esigenze, e sembrerebbe (si rimanda al suddetto incontro sul Neoliberismo e all’ampia letteratura a disposizione in merito), che sia proprio nella soddisfazione di questa sfera la realizzazione di questo auspicato “benessere”. Non solo, quindi un tetto, che pur arricchito con tutti gli ammennicoli del caso, sempre un riparo per dormire rimane; non solo un’auto, che anche con tutti gli accessori, sempre di mezzo di spostamento si tratta, ma anche un qualcosa che vada oltre questi mezzi di sussistenza, senza tuttavia arrivare mai a escluderli – onde evitare di cadere in quell’altra trappola che è la negazione della realtà materiale, che porta a quell’astrazione priva di rapporto con la realtà in cui tanti sono precipitati – ma anzi accompagnandoli armoniosamente, in un continuo scambio che si configura come l’unica via percorribile per raggiungere questo auspicato equilibrio.

E allora viene da chiedersi cosa sia questo “qualcosa”, cosa siano queste benedette esigenze. Continuando sempre sull’ampia saggistica a disposizione (si faccia ad esempio riferimento al libro di Andrea Ventura “Il flagello del Neoliberismo” o ancora “Diversamente ricchi” di Carlo Patrignani, ma soprattutto “Bambino, donna e Trasformazione dell’uomo” di Massimo Fagioli), scopriamo che le esigenze si traducono in “ciò che non è direttamente utile alla soddisfazione di un bisogno materiale, ma di cui si sente ugualmente la necessità”. Un po’ troppo sintetico: impossibile affrontare la questione in poche parole, anche perché se cominciamo a farci stilare l’elenco delle cose non utili di cui dispone ad esempio Donald Trump, scopriamo che dovrebbe essere uno degli uomini più realizzati del mondo.

La questione sembra senza uscita e come niente dal livello politico siamo scivolati su quello psico-antropologico.

Ho bisogno di uno psichiatra!

Contatto Andrea Piazzi, psichiatra e psicoterapeuta di lunga esperienza e provo a farmi raccontare qualcosa in più.

Le esigenze negli esseri umani vengono fuori alla nascita, esattamente come i bisogni.

Bene. La parola dello psichiatra va tradotta.

Si dà il caso che l’essere umano nel suo primo anno di vita abbia rapporto con la madre; un rapporto basato, oltre che sulla necessità di soddisfare un bisogno, nel caso specifico il nutrimento, anche sulla ricerca della soddisfazione di qualcos’altro: calore, affetti, stimoli cognitivi. La madre, in questo senso, ha un compito assai duro da affrontare, in quanto è l’unica, in quel famoso primo anno di vita, chiamata a rispondere sia all’una che all’altra domanda. Una volta soddisfatta in toto questa richiesta – e non è questa la sede per parlare di quanto raramente succeda – avviene lo svezzamento e lì, nella separazione dal seno della madre, il bambino acquisisce la libertà di cercare autonomamente la realizzazione delle proprie esigenze per lo sviluppo della propria identità, un’identità emersa alla nascita e che trascorrerà il resto della vita a dover ricreare per consentirne lo sviluppo. (ndr. per approfondimenti si faccia riferimento a “Istinto di morte e conoscenza” di Massimo Fagioli). Un’identità che è assolutamente personale, unica, e quindi poi dopo qualche anno viene fuori l’architetto, l’ingegnere, il poeta, l’artista…o il contadino! A ognuno la sua.

Torniamo sul piano professionale, dunque?

Assolutamente no. Quello che è importante è il riconoscimento personale. Poi se uno vuole, può anche cercarlo da parte della società, ma non è fondamentale. Tanti artisti sono stati riconosciuti solo dopo la morte, ma non per questo erano meno artisti di chi ha potuto vivere e godere della propria gloria. Con il discorso sul lavoro e sul riconoscimento sociale torniamo alla sfera dei bisogni, importanti anche quelli, per carità, ma ciò che rimane fondamentale è questa distinzione per capire cosa è davvero necessario per lo sviluppo della propria identità.

Dunque lavoro, reddito, sanità per i bisogni. Tutto il resto per le esigenze.

Esatto, le esigenze non hanno mai un fine utilitaristico. Uno lo fa e basta. Perché gli viene di farlo, perché è nelle sue corde. E lì può intraprendere un’altra incessante ricerca. Credo sia importante cominciare a ragionare in questi termini.

Tornando quindi alle cose “concrete”, in che modo la sinistra può cominciare a occuparsi delle esigenze? Come questo bel discorso potrebbe tradursi in una proposta politica?

Riprendendosi il tempo. E combattendo contro questo tremendo tranello per cui le aziende moderne ti dotano dei cosiddetti “benefit”, dal pc portatile al cellulare, ma che in realtà sono una gran fregatura perché rimane un modo per renderti sempre e comunque reperibile, andando in questo modo a invadere quella sfera privata che dovrebbe rimanere intoccabile. Riprendersi il tempo può essere una prima, importante battaglia. Certo, poi bisogna capire come questo tempo che si libera viene sfruttato perché spesso accade che questa sottomissione al modello culturale neoliberista venga trasferita anche ai momenti di non lavoro, e scatta l’angoscia di riempirli tutti con cose materiali, quindi anche qualche proposta su come “perdere tempo senza smarrirsi nel proprio tempo” sarebbe interessante. Alla fine degli anni 70 Giulio Carlo Argan, allora sindaco della capitale, aveva dato avvio a quella interessante iniziativa che era l’Estate Romana. Quella era stata una bella proposta di “come perdere tempo”.

Beh, ma allora anche i politici di oggi stanno facendo qualche proposta in ambito culturale. Peccato che qualche volta è sfuggito l’attributo “Made in Italy” parlando delle nostre opere d’arte…

Quella era una trappola tremenda perché proponeva di fare soldi con la cultura. Che per certi versi possono pure servire, ma è il pensiero che c’è dietro che va aggiustato: i prodotti della nostra cultura non sono oggetti da pubblicizzare alla stregua di un dentifricio, altrimenti si rischia di svuotare completamente di senso l’opera agli occhi del fruitore, e da mezzo di conoscenza, di riflessione e di ricerca diviene anch’essa feticcio. Perché poi, volendo ridurre il discorso all’osso, è sempre lì, quando si parla di esigenze, che si va a parare: la conoscenza. Una conoscenza non solo finalizzata a una buona prospettiva professionale, ma anche e soprattutto una conoscenza di sé, uno sviluppo di un’identità che consenta una nuova libertà, diversa da quell’idea di libertà di “fare come ci pare” che era stato il sessantotto, altro grande fallimento della storia.

Dunque, più che battaglie perché il lavoro straordinario venga pagato, occorrono battaglie contro il lavoro straordinario. Accanto a una nuova proposta culturale non finalizzata al business.

Occorre tornare innanzitutto in possesso del proprio tempo perduto.

Servirà un’infinità di tempo perché un nuovo modello, alternativo al comunismo, al capitalismo, ma anche ai nuovi anti-capitalismi di destra, per dirla con le parole del professor Giorgio Galli (cit. “La sinistra eretica. Da Lombardi a Varoufakis per il futuro dell’Europa”), si sedimenti nella società. Ma se non iniziamo a parlarne, a scriverne, a raccontarlo, non potremo mai dare il via a questo lungo processo.