GLI EVANGELICI SÌ CHE SI AIUTANO

DI CLAUDIA SABA

Capito per caso in una comunità evangelica.
Mi fermo e osservo.
La platea è formata da persone di nazionalità italiana, ma anche da donne e bambini che vengono dall’Africa.
Due persone arrivano dagli Stati Uniti.
Cantano.
Si tengono per mano.
Si muovono al suono della musica e sorridono.
In fondo alla sala c’è un uomo senegalese, insieme alla moglie e i loro tre bambini.
Tiene per mano la più grande, seduta in carrozzella.
Anche lui canta.
Sorride.
Aspetto che finisca e mi avvicino al Pastore mentre tutti si scambiano un abbraccio.
Mi spiega che la comunità ha “adottato” le donne, i bambini, e le famiglie immigrate che scappano dai loro paesi per la guerra o per fame.
Non prendono sovvenzioni da nessuno se non da loro stessi.
Sono circa una quarantina di persone e durante le riunioni offrono qualche piccola somma per aiutare queste persone che non hanno più nulla.
Le aiutano a trovare un lavoro, donano loro vestiti, cibo.
Le fanno sentire a casa loro, persone, indispensabili per la comunità.
Mai un peso.
Spesso nei giorni di festa, pranzano insieme, come oggi.
È quasi idilliaco credere che esista ancora umanità senza interesse.
Diversa dall’umanita’ che si proclama fuori di qui.
Diversa dal coro di voci che si alza all’esterno, sempre pronto a giudicare e a criticare.
Parliamo troppo spesso e a vanvera di umanità, di un mondo uguale per tutti.
Tutti sotto lo stesso cielo, tutti diversi ma unici nella
nostra diversità. Tante parole.
Bla, bla, bla.
E poi?
Poi ognuno torna nelle proprie case affidando il compito di essere “umani”, a vari “club” che, sotto laute mance si occuperanno di umanità al nostro posto.
Ragazzi ma davvero pensiamo sia questa l’umanità?
Questo vuol dire lavarsi la coscienza, non vuol dire essere umani.
Le visite di facciata sulle navi dove giace ammucchiata tanta povera gente, sono a nostro uso e consumo.
Anche essere cattolici, non vuol dire essere “umani”.
Lo slogan che sento ripetere ovunque “diventiamo umani”
è solo un modo di dire, ma non di “fare”.
Diventare umani vuol dire stare insieme, sorridere insieme, far parte davvero della comunità chiamata mondo.
Non lo si fa regalando soldi a chi sappiamo bene che poi li metterà nelle proprie tasche, fregandosene altamente dell’umanità.
Noi, sappiamo da sempre che dove c’è danaro c’è anche interesse.
Interesse che poi si trasformerà in profitti personali.
Si chiama ipocrisia.
Delegare altri, per sentirsi a posto con la coscienza sapendo che questa povera gente vedrà ben poco di ciò che è stato elargito per loro.
Oggi ho visto cosa vuol dire aiutare le persone ad integrarsi.
Vuol dire stare insieme, ridere, entrare nella loro vita e permettere a loro di entrare nella nostra.
Ma soprattutto vuol dire farli sentire parte di noi.
Allestire pranzi e cene nelle piazze, mettendo queste persone in mostra come appestati, non vuol dire affatto essere “umani”.
Vuol dire usarle per i nostri scopi.
Ma intanto, con un pranzetto in piazza, mostriamo quanto siamo “umani”.
Questa non è umanità.
L’umanità è un’altra cosa.
E non la trovi nelle
Piazze a gridare diventiamo umani.
La trovi negli angoli più nascosti.
Ad aiutare chiunque si trova in difficoltà. Non una sola volta, non con un pranzo o una cena.
Ma con il cuore, ogni giorno.
Si chiama amore.
E potere e danaro non hanno nulla a che vedere con l’amore.