IRANEIDE, QUALCHE IPOTESI

DI GUIDO OLIMPIO

Iraneide, qualche ipotesi (uscito su Corsera cartaceo)
I due nemici procedono su percorsi paralleli, camminano su un filo teso, vogliono evitare il peggio ma al tempo stesso hanno bisogno di gonfiare il petto. Per non perdere la faccia, per non dare segni di debolezza, per parlare alle proprie platee. In Medio Oriente tendere la mano non è sempre interpretato come un gesto di buona volontà.
Trump non si fida troppo dei suoi collaboratori, teme che l’apparato lo spinga verso un intervento diretto. Il Pentagono ha perso, a ripetizione, il suo capo. Jim Mattis, il monaco, faceva da calmiere, aggiustava le cose, mescolava saggezza e risolutezza, faceva da freno. Oggi gli analisti suggeriscono che nel vuoto politico sia il responsabile del Centcom, il comando centrale, generale Kenneth McKenzie a dettare parte delle mosse. L’alto ufficiale ha dichiarato, anche in pubblico, che ci sono Teheran e le milizie alleate al centro delle sue attenzioni. Da qui la richiesta di rafforzare lo schieramento militare nella regione, un dispositivo che nelle intenzioni dei falchi – raggruppati attorno a John Bolton – prima o poi dovrà assestare un colpo. I generali non amano altre avventure, l’Iraq basta e avanza, però non tollerano perdite.
La Casa Bianca, secondo le ricostruzioni di queste ore, aveva già autorizzato la rappresaglia, una luce verde spenta da un contro-ordine, all’ultimo minuto, di The Donald. Gioco tattico, diranno. Il presidente dimostra agli iraniani di essere buono e ragionevole, di voler evitare vittime. Anche perché le sanzioni contro il regime islamico «mordono». La conseguenza futura dovrebbe essere l’apertura di un negoziato.
I critici replicano: Trump, in realtà, non vuole sparare neppure un colpo e così logora il potere americano. Altri, invece, abituati alle sue piroette, suggeriscono di aspettare. In fondo il presidente ha ammonito che la pistola è carica. Washington dovrà trovare il modo di ristabilire un minimo di deterrenza dopo le ripetute esplosioni sulle petroliere, la distruzione del drone e le punture di spillo tra Yemen e Iraq, con le incursioni Houti e i tiri di mortaio.
Anche i pasdaran giocano con gesti e parole. Dopo aver distrutto il Global Hawk a est di Hormuz, hanno imitato Trump: potevamo tirare giù anche un aereo statunitense, però abbiamo deciso di non farlo. Un segnale verso gli Stati Uniti. Un modo per condividere il desiderio di evitare situazioni fuori controllo. C’è chi legge le provocazioni come una risposta alle pressioni continue degli Usa e una manovra per mettere fretta a UE/Giappone affinché convincano il partner americano che l’unica soluzione è trattare.
Esiste però una terza via, evocata da qualche osservatore. I sabotaggi ed eventuali attacchi non rivendicati dimostrano come sia possibile provocare danni in modo ambiguo, nebuloso, prendendo le distanze. Ecco allora il suggerimento a Trump di lanciare operazioni coperte, per imporre un prezzo all’avversario senza innescare un conflitto. Insomma di imitare un nemico agile ed esperto. Non proprio l’ultimo.