STATI UNITI IRAN, LUNGO PROLOGO DI UNA TRAGEDIA PROBABILE

DI ALBERTO TAROZZI

Si allungano i preamboli di una guerra da tempo evocata, tra Usa ed Iran.

Ad ogni scena si avvicendano le speranze di un passo indietro, che allontani una guerra nel segno della catastrofe. Seguite dalle delusioni che vengono a confermare una strategia di fondo. Quella promossa da Israele ed Arabia Saudita che gli Usa paiono volere assecondare: la cancellazione dell’Iran come stato islamico, per lo meno nella versione fornite dall’attuale governo di Tehran.

Doccia scozzese negli ultimi giorni. Un incidente nel golfo di Oman. Quando sono state colpite navi commerciali che lavoravano per un Giappone impegnato in missione di pace in Iran.  Che l’azione giovasse al progetto di chi voleva iniziare la guerra contro l’Iran non parve difficile da ipotizzare. La controipotesi (attacco della componente più estrema dei pasdaran iraniani) possibile ma improbabile. Visto che l’azione non aveva causato morti che ai pasdaran avrebbero fatto gioco.

Ma quello che più aveva sorpreso era stata la costituzione di un fronte mediatico compatto ad avallare la lettura della Cia (attacco degli iraniani). Basti leggere gli articoli di un giornale poco propenso a condividere le argomentazioni di Trump come la nostra Repubblica oppure il New York Times se vogliamo mirare in alto. Quell’azione è classificata come attacco iraniano. Punto e basta. Così è se pare ad Israele.

A una sorpresa di stampo pessimista ne segue una nel segno dell’ottimismo. L’abbattimento di un clone spia degli Usa (dentro o fuori i confini iraniani è oggetto di contenzioso) avrebbe dovuto dare vita a un bombardamento Usa su obiettivi militari di Tehran. Ma Trump annuncia di avere fatto marcia indietro dieci minuti prima dell’ora X. Troppi, per i suoi gusti, i 150 morti prevedibili.

Non fai in tempo a sentire le mandolinate sotto il balcone di Donald, burbero di cuore buono, che gli Usa ripartono all’attacco cibernetico contro l’Iran accompagnato da dichiarazioni volte ad attenuare le accuse di buonismo seguite alla retromarcia del giorno prima. Azioni di guerra solamente sospese, ma non revocate.

Mentre la nostra stampa è tutta impegnata a sfogliare la margherita al fine di capire se il cuoricino di Trump sia più o meno tenero, vediamo di fare un piccolo ragionamento politico su quanto sta avvenendo.

Mission di abbattere il governo iraniano quasi scontata. Tempi della mission ancora da decidere. Forse stanno valutando se i cadaveri che contano per gli statunitensi (quelli degli yankee) possano superare il numero fatidico oltre il quale le piazze d’oltreoceano si riempirebbero nel nome della pace.

O forse minacciare a colpi di sonda lo sfacelo prossimo venturo potrebbe servire per capire come si comporterebbero gli avversari e così anticiparne le mosse al momento di scendere in campo.

Sia come sia, non ci pare convenga emettere previsioni avendo come chiave interpretativa i sentimenti etico umanitari di Trump e di chi, accanto a lui, conta per davvero (da Bolton a Pence). La guerra verrà decisa in base ad elementi di realpolitik, dove magari anche il numero dei morti avrà il suo peso. ma senza esagerare, tra i capitoli di spesa, accanto ai costi militari della missione, ai voti del prossimo turno elettorale e magari anche ai vantaggi che si potrebbero ricavare nel controllo dei pozzi di petrolio e con la crescita del suo prezzo, più che probabile in tempi di guerra in cui la domanda si innalza a picco.

In fondo, coi tempi che corrono, l’analisi costi benefici è decisiva per stabilire l’inizio di una guerra che ha da essere una guerra bella per davvero.