VENEZIA VINCE LO SCUDETTO DEL BASKET “AL CALOR BIANCO”

DI- STEFANO ALGERINI

Il basket italiano parla ancora una volta veneto: lo scudetto infatti va alla Reyer Venezia che batte alla settima il banco di Sardegna Sassari. L’incipit fa molto Nba, ma le analogie con il basket ”marziano” di oltreoceano purtroppo si fermano qui, ma ne parleremo più avanti. Sette partite comunque sono distanza più che sufficiente per affermare che il titolo 2018-2019 è andato alla squadra che se lo è meritato: ormai i giocatori e gli staff tecnici si conoscevano così bene che probabilmente avrebbero potuto partecipare ad un qualche programma televisivo pomeridiano raccontando in pubblico i rispettivi difetti. E tutte e sette le partite hanno viaggiato sempre sul filo dell’equilibrio, forse la più deludente in questo senso è stata proprio l’ultima in cui Sassari è sempre stata a rincorrere: per poco più di metà partita ancora a distanza di riaggancio, ma poi “scoppiando” definitivamente a metà del terzo quarto.

Il “nodo gordiano” della serie però, a nostro parere, è stata gara 1: lì una Sassari che veniva da un incredibile filotto di 22 vittorie consecutive, a metà del terzo quarto aveva tredici punti di vantaggio e sembrava assolutamente intoccabile. Tutto funzionava sin troppo bene e i giocatori avevano una fiducia tale che avrebbero fatto le cose giuste anche bendati. Poi però, come in tutti i thriller che si rispettino, qualcosa improvvisamente ha cominciato ad andare storto. Peccato peraltro che in sottofondo non ci fosse una bella musica drammatica, come nei film di quel genere, ma invece lo straziante suono delle trombette (simili a vuvuzela) con cui i tifosi di Venezia hanno flagellato i genitali non solo dei giocatori avversari ma anche dei telespettatori a casa. Ad ogni modo Venezia alla fine si prendeva in volata quella partita ed andava 1-0. Pozzecco, il coach di Sassari, a fine partita provava a bluffare dicendo: “Bene, meglio così, con la fine della serie vincente ci siamo tolti un peso” ma sapeva benissimo che la realtà era diversa.

Eh sì, perché il “momento magico” si chiama così per un motivo: prima i giocatori di Sassari prendevano un tiro guardando il canestro e vedendo l’oceano, dopo il cerchio di ferro aveva ripreso le sue dimensioni reali. E se è vero che poi tre partite la squadra sarda le ha vinte comunque, è altrettanto certo che lo ha fatto faticando il doppio di quanto le succedesse prima, anche con la (presunta, solo presunta) corazzata milanese griffata Armani. Certo ci ha messo del suo la squadra veneziana e soprattutto il suo coach, Walter De Raffaele: uno che quando c’è da sabotare un attacco che gira e mille come una fuoriserie è un maestro. Ha sempre lo “zucchero” pronto (vecchio metodo con cui si facevano grippare i motori) per fermare la corsa del bolide di turno. La difesa di Venezia è stata continua lungo tutta la serie e probabilmente sta lì la chiave della vittoria, oltre a qualche fattore ambientale…

E qui si torna al discorso a cui si accennava all’inizio: la distanza cosmica tra il nostro basket e quello americano. Ma non solo, anche quello di molti campionati europei.  Insomma il Taliercio, l’impianto in cui gioca Venezia, a parte la capienza ridicola e totalmente fuori dal tempo, non è un Palasport è un “Calidarium”. Ottimo se uno deve buttare giù qualche chilo, ma non per giocare una finale del campionato di basket nel 2019. Dispiace dirlo per i tifosi veneziani (malgrado le trombette…), ma in un ambiente del genere non si dovrebbe dare il permesso di giocare, almeno a questo livello. Solo che la nostra Lega Basket è maestra nell’arte del rinvio: già due anni fa doveva essere tassativo che in serie A la capienza minima dovesse essere di 5000 posti, poi una deroga qui, un “al tempo” là… E si va avanti così, in una specie di terzo mondo sportivo, perché come si diceva anche in Europa con palazzi da 5000 posti sei abbondantemente l’ultima ruota del carro. Ma del resto questo a noi italiani capita anche in altre faccende, pure un filo più importanti, quindi non ci si può neanche stupire troppo.

Di questa serie finale comunque ci resteranno alcune istantanee da conservare; come il duello “old style” tra i centroni Vidmar e Cooley, due bisonti piazzati in mezzo all’area che si sono dati mazzate dal primo all’ultimo minuto. Pessimi nei liberi e pesci fuor d’acqua già a quattro metri dal canestro (altro che quei fighetti di pivot, tiratori da tre, che vanno di moda adesso) hanno riportato alla mente il basket “rustico” di una volta: un profumo di crostata fatta dalla nonna in mezzo ai dolci confezionati da discount insomma. O se no la classe davvero cristallina di Austin Daye, figlio del grande Darren (indimenticato campione della Pesaro stellare degli anni 90) e portatore sano di talento: il suo duello con il nostro Polonara, condito da un “trash-talking” continuo, è stato davvero stupendo, con colpi da Eurolega se non proprio da Nba. E poi anche il nuovo Pozzecco: barbuto, calmo, misurato, non sembrava nemmeno lui. Sì, poi nelle ultime partite un paio di tecnici presi in momenti sbagliati hanno fatto trasparire il fuoco che è sempre lì che cova sotto la cenere, però nel complesso l’impressione è che il basket italiano abbia davvero trovato un coach (ed un personaggio) che potrebbe dare grandi gioie negli anni a venire.

Basket italiano, che con i trenta gradi (abbondanti) fuori e i molti di più dentro (al Taliercio) trova finalmente la fine della sua stagione. Si riprenderà alla fine di agosto con gli attesissimi mondiali cinesi: ecco lì problemi di impianti proprio non ne hanno, si viaggia tra i 15000 ed i 22000 posti, e ad occhio non dovrebbe mancare nemmeno l’aria condizionata… La nostra nazionale, incrociando le dita pensando ai disastri capitati nelle ultime estati di preparazione, dovrebbe essere al completo e sarà un bel vedere. Certo, le possibilità di medaglia sono scarsissime vista la concorrenza, però Gallinari, Belinelli, Datome & company un posto tra le prime sette, che vale il pass per le olimpiadi di Tokio, potrebbero anche strapparlo. E sarebbe davvero un risultato dovuto per un gruppo di giocatori che, pur dovendo fare i conti con la cronica assenza di peso in mezzo all’area, è forse complessivamente il più forte mai avuto dalla nostra nazionale. Speriamo, ma ad ogni modo sarà sicuramente un mondiale molto molto divertente da seguire, dove anche i maestri americani dovranno sudare parecchio per portare a casa il solito oro, perché sono tante le nazionali che potrebbero fare il botto: un nome su tutti il Canada.