LA MIA VITA CON JOHN F. DONOVAN. LE ANIME GENTILI DI DOLAN NELL’INFERNO DEL CINEMA

DI LUCA MARTINI

L’enfant prodige Xavier Dolan (Montreal, 1989) è un regista-sceneggiatore-interprete iperprolifico che di cinema vive e che cinema respira 24h/7, e meglio di chiunque può capire le vicende di un attore esposto alla prepotenza del successo. Ovvero a una prova di visibilità che richiede di mescolare il vero e la finzione, di affrontare il caos di un’esistenza mediatica (viene in mente più Heath Ledger che Mark Caltagirone). Guai quindi se il giovane in questione non ha trovato un’identità sicura a cui appoggiarsi e finisce intrappolato in uno scandalo in qualche modo legato alla sua sessualità.

La mia vita con John F. Donovan, settimo film di otto a firma Dolan, il primo in inglese, racconta di un’anima gentile, l’attore del titolo (Kit Harington de Il trono di spade), pronto a diventare un numero uno di Hollywood ma ancora analfabeta nel vivere, e del rapporto, l’unico sincero che forse gli riesce di costruire, con un’anima affine: il fan Rupert, undicenne americano, esule con la mamma a Londra, che sogna a sua volta di diventare attore. Con il ragazzino dotato di una precoce acutezza e per questo bullizzato dal mondo intero, John F. Donovan intreccia una corrispondenza di cinque anni, somigliante a uno scambio di messaggi in bottiglia.

Tutt’e due i protagonisti – tre se ci aggiungiamo Dolan, esploso al cinema con il sorprendente Mommy, suo quinto titolo, di cui riprende qui il leitmotiv – hanno padri assenti e un rapporto ambivalente ma fortissimo con le madri, rispettivamente una Susan Sarandon anticonformista e alcolizzata e una Natalie Portman schiava dell’infelicità borghese.

La storia dell’insolito carteggio, riletto a flashback nella cornice di un’intervista tra una giornalista nera in stile New Yorker e Rupert divenuto adulto, è dispiaciuto, finora, a pubblico e critica. Solo 3 miliardi raccolti in fronte dei 35 spesi, dopo lunghi dubbi di Dolan al montaggio e il taglio di un personaggio (quello di Jessica Chastain, non proprio l’ultima arrivata), basso gradimento su Rotten Tomatoes e pernacchie al Festival di Toronto, dov’è stato accusato di essere una specie di scivolosa soap. L’uscita italiana, posticipata da Lucky Red, invertirà il trend? Impossibile. Ma Xavier Dolan può aver sbagliato film – alcuni difetti li conosciamo benissimo dalle precedenti prove: prolissità narrativa e onnivoro gusto estetizzante –, ma ha fatto cinema al 100 per cento, inquadratura dopo inquadratura. Se è stato coinvolto in un generoso naufragio (questo lo deciderete voi), ne ha studiato assai bene i dettagli.