IL MIO VIAGGIO IN MOTO LUNGO LA STEPPA VERSO IL KIRGHIZISTAN

DI EMILIO RADICE

Siamo al termine di un lungo volo sulla steppa kazaka, venendo da Athirau. La direzione è quella di Oral-Actobe, per poi planare verso Aralsk e da lì in Kirghizistan. Il viaggio è duro quanto mi aspettassi, con qualche sorpresa in peggio. Eugenia invece lo aveva sottovalutato e un po’ frena. Forse fa bene. Sono di quelli che si portano fino alla estrema consunzione, ma non mollano mai. Almeno quando si tratta di viaggiare in moto. Se devo arrivare in un luogo, cascasse il.mondo ma ci arrivo. E non sempre è una cosa bella e saggia, anche se mi piace. Questo vuol dire, per me, che il viaggio risulterà più lungo e meno…”disperato”.
La steppa è uno spettacolo, è un infinito di terra ed erbe secche, ora di giugno. Ma in primavera deve essere un commovente omaggio di fiori e di profumi. Le strade, poche, la percorrono tuffandosi liquide dietro l’orizzonte. La monotonia dell’andare stordisce il viaggiatore, come se appartenesse ormai a un destino, come quelle bestie che vinte non reagiscono più al loro aggressore. La moto va, va, va, va, senza fermarsi mai, senza voltare, senza destra, senza sinistra, senza salite e senza discese. Bisogna stare attenti a non finirne uccisi, perché poi, all’improvviso, la steppa può colpirti, con una buca, con un colpo violento di vento caldo, con un cavallo in mezzo alla strada, o un cammello, o un branco di capre. Ora siamo fermi a un hotel di strada, 9,2 euro in due per una notte (4000 monete della valuta locale il cui bel nome ora scordo), nel nulla. Ovvero in una sorta di station dell’outback australiano, dove c’è una doccia a pagamento, un meccanico, un piatto caldo, una pompa di benzina e il duro letto di tavole da cui sto scrivendo. Niente Internet. Questo vi arriverà quando vi arriverà, non so quando. Bice la Vice, la mia fedele moto, riposa fra un grosso camion con i parafanghi muscolosi come i bicipiti di un lottatore, con un semiasse smontato e terroso. Grande motocicletta. Grandissima enduro. Preziosa, non smetterò mai di ripeterlo, anche l’applicazione Osmand che mi guida, anche se la vocina sintetica femminile che mi avvisa di questo e di quello a volte mi irrita per imperturbabilità e timbro poco sbarazzino. In mezzo a tutto poi ci sono gli incontri, le foto, i kazaki curiosi che chiedono di noi e della moto. Ma non è questa ora per me la parte più importante.

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