DOTTO, LA MERITATA PENSIONE DELL’ULTIMO DEI MOHICANI DI TUTTO IL CALCIO

DI- STEFANO ALGERINI

La notizia è di ieri e non sono attese smentite: Dotto è andato in pensione. “A questo punto cosa faranno Eolo e Gongolo, e che decisioni prenderà Pisolo che già non era particolarmente brillante?” potreste chiedervi. No amici, non parliamo di uno dei sette poveri tappetti condannati ad orari da schiavi in miniera e poi costretti a sorbirsi anche le paturnie di quella “scappata di casa” di Biancaneve. No stiamo parlando di Emanuele Dotto, una delle voci storiche, forse l’ultima, di “Tutto il calcio minuto per minuto”: la trasmissione radiofonica che per decenni ha fatto trepidare tifosi, o forzati della schedina, in attesa dell’interruzione con il classico “Scusa… ti interrompo da … è passato/a in vantaggio… “che poteva cambiarti la giornata, il campionato, o proprio tutta la vita se quel risultato voleva dire 13 in schedina.

In realtà Dotto non faceva parte della primissima schiera di inviati di quella trasmissione, ma non avrebbe potuto per motivi puramente anagrafici: lui è del ’52 e Tutto il calcio vide la luce nel ’60, quindi non c’era proprio verso. E comunque i pionieri della trasmissione che cambiò la fruizione del calcio alla radio (e dello sport in generale) furono sostanzialmente 2: Nicolò Carosio ed Enrico Ameri. A cui poi si aggiunsero come colonne fondanti Sandro Ciotti, Ezio Luzzi, Alfredo Provenzali, Claudio Ferretti, nonché Roberto Bortoluzzi che con il suo vocione, da studio, faceva il vigile urbano (severo ma giusto) gestendo ordine e lunghezza degli interventi, e bacchettando chi si prendeva troppe libertà. Che poi col campionato di calcio era una cosa complicata ma ancora possibile, ma la vera “palestra” della trasmissione furono le Olimpiadi di Roma del 1960: e lì, raccontano le cronache, gli inviati sparsi in giro per i campi di gara erano una trentina e allora, considerando che i mezzi tecnici non erano proprio quelli di oggi, dovevano essere veramente cavoli…

Eh sì, non c’erano i “monitor di servizio” allora , sarebbero arrivati molto dopo, e quindi “il bugigattolo” da cui Bortoluzzi comandava la barca era una specie di plancia di comando di un peschereccio perso nella bufera, tipo quello di George Clooney ne “La Tempesta Perfetta”, dove più che fare qualcosa materialmente si poteva più che altro sperare che tutto funzionasse a dovere. In caso contrario via di preghiere o imprecazioni, a seconda delle attitudini. Non che le radiocronache fossero iniziate con Tutto il Calcio, sia chiaro. Per la prima in assoluto, un Italia-Ungheria di calcio, bisogna risalire addirittura al 1928, però quella era la prima trasmissione che mescolava le partite, e le emozioni, di un’intera giornata di campionato, e infatti finì per monopolizzare i pomeriggi domenicali degli italiani.

“Video killed the radio star” fu un pezzo dal successo clamoroso dei “The Buggles” agli inizi degli anni ’80 (pur essendo una cover, anche se lo sanno in pochi, di un pezzo di Bruce Wooley che era perfettamente uguale ma mancava del coretto con il celebre “aua auaaa”. Questo per dire quanto sia ingiusta la vita e labile il confine tra prendere miliardi di diritti di autore e finire nel dimenticatoio) e preconizzava la brutta fine che avrebbero fatto “i radiofonici” con l’esplosione della televisione. Poi si è visto che non è stato proprio così, o almeno non del tutto. Certo per la radio “calcistica” l’arrivo della pay-tv fu una brutta botta, sembrava che non ci fosse quasi più ragione di esistere per la cronaca senza immagini. Tanto, anche se non si possedeva il canale satellitare, c’era comunque un amico o un luogo pubblico dove godersi la partita. Già, vero, ma c’erano, e ci sono, sempre dei però…

Il primo è che la partita che tu vedi sul satellite è in differita: di pochi secondi ma lo è. Se poi la prendi da internet non ne parliamo: viaggi come fa abitualmente la Ferrari nei Gran premi, in ritardo di decine di secondi. E questa è una cosa che se ti fermi un attimo a riflettere turba abbastanza: mentre urli “Tira cretino!” quello in realtà ha già ciabattato fuori o si è inventato un passaggio per un compagno solo immaginario, ed è stato quindi già mandato dove sapete da migliaia di persone presenti allo stadio. Anzi, nelle visioni collettive delle partite in luoghi affollati c’è sempre uno che ha la radiolina all’orecchio e che incautamente anticipa l’esito del rigore o del contropiede solitario. Certo l’improvvido spesso finisce la serata al policlinico, però questo ci fa capire quanto fascino conservi tutt’ora il poter sapere in diretta (reale) quello che succede. Poi la frammentazione omicida che è stata fatta delle giornate di campionato rende praticamente impossibile seguire tutto, anche le prodezze della squadra del cuore, e quindi è sempre valido l’ascolto in luoghi improbabili (cinema, spettacoli teatrali, convegni, vernissage etc etc) con l’auricolare tenuto a volumi “subliminali” pur di cogliere, con compostezza britannica ovviamente, il momento orgasmico della marcatura agognata.

Certo “Tutto il calcio minuto per minuto” ormai non è più quello, c’è poco da fare. La sfarinatura del campionato di cui si diceva rende rarissime le occasione in cui ci siano più di due-tre partite di un qualche interesse accoppiate, e allora le cronache si trasformano in lunghi monologhi del telecronista e della sua spalla tecnica che difficilmente toccano il cuore. E poi soprattutto manca (spesso, non sempre) l’interruzione: il boato che anticipa l’intervento del radiocronista, quel breve secondo dove ti sforzi di capire dal rumore d’ambiente quale sarà lo stadio che ha preso la linea e se abbia segnato la squadra ospite o quella di casa. Ma più che altro mancano i protagonisti di cui si diceva prima: le voci che erano conosciute da tutti appena si aveva l’età per capire quello che proveniva dall’apparecchio radio, e le loro litigate se uno teneva troppo la linea o la toglieva nel momento sbagliato (consigliatissima in tal senso la meravigliosa “Ameri” di Elio e le Storie Tese). Emanuele Dotto era uno di “seconda generazione” e non ci mancherà come i suoi predecessori ormai passati quasi tutti a miglior vita, ed oltretutto ha già trovato posto in “campo avverso”, cioè alla televisione. E quindi sicuramente avrà modo ancora di vivere belle pagine a livello personale. Pure Tutto il calcio continuerà, ma forse bisognerebbe cambiargli il nome “Parte del calcio” o “Quel che resta del calcio”, ma a questo punto ci vorrebbe James Ivory in regia e forse sarebbe troppo. Ad ogni modo buona pensione Dotto, e dimentichi in fretta quella rompiscatole col fiocco in testa.