COME ERAVAMO. GLI ANNI DEL FERVORE E DELL’IMPAZIENZA

DI ALBERTO BENZONI


Li hanno chiamati anni di piombo. Un metallo che evoca non solo la morte ma anche la solitudine e il silenzio.
Di morti ce n’erano tanti. Nostri ma anche degli altri. Personalmente pensavo che andassero pianti tutti. Per questo sono rimasto sempre sordo agli appelli dell’antifascismo militante. Per questo sono grato a Petroselli per tante cose; ma anche per avere espresso, nei locali del Secolo d’Italia, un dovuto sentimento di solidarietà ai feriti dopo l’attentato dinamitardo.
Ma non c’erano solo i morti da commemorare e le famiglie da visitare nell’ostilità, che si coglieva a pelle, dei loro compagni (ricordo uno di loro apostrofare Argan al grido di “meglio Curcio di Rumor”; roba da farlo soffocare per l’indignazione). Ma c’era anche una preoccupazione incessante che ti portava a dirti con sollievo, tornando a casa, “oggi non è successo niente”. O che, prima dell’ennesima “manifestazione spontanea”, ti induceva a parlare con il commissario di polizia di turno per capire “che aria tirava” per poi comunicare l’infallibile responso ai manifestanti, perché si comportassero di conseguenza.
Per altro verso, però non c’erano né solitudine né silenzio. Ma grida forti e magari anche confuse. Comunità di sogni e di speranze. E anche tanta tanta impazienza.
Un’impazienza simboleggiata dal famoso numero di “Cuore” con il suo “Basta con la Dc”. Per noi quella non era una battuta da teatro dell’assurdo. Ma un evento vicino e chiarificatore. Quel partito era diventato il simbolo di un mondo che si andava sgretolando a poco a poco; perché, allora, considerarlo come partner indispensabile di qualsiasi progetto politico?
E un’impazienza legata alla sensazione di assoluta libertà che pervadeva il mondo socialista. Libero dai vincoli di governo. Libero dalla doppia subalternità nei confronti di democristiani e comunisti. Felice della nuova possibilità di collocarsi, come aveva sempre sognato, a sinistra del Pci: nel disegnare la nuova società (autogestione, partecipazione); nelle proposte di riforma istituzionale (grande riforma); nelle battaglie di libertà (no alle leggi speciali, solidarietà con le battaglie radicali); nel dialogo con i movimenti; e, infine, nel moltiplicarsi delle nostre solidarietà internazionali (dissenso dell’est; ma anche palestinesi, iraniani, eritrei).
E’ in questo irripetibile universo anche noi di “Sinistra per l’alternativa” abbiamo vissuto per qualche anno. Nota a piè di cronaca nei congressi locali e nazionali: il 3% e rotti ottenuto al congresso di Torino (nei congressi del dopoguerra solo Pertini aveva fatto peggio di noi); gli zero voti ottenuti in Molise, in Umbria e altrove dopo lunghi viaggi e travolgenti concioni assieme al compagno Bartolomei (amicizie nate in questi frangenti sono, come il diamante, per sempre); la grande battaglia degli indiani metropolitani contro i “signori delle tessere”, “forse, forse, forse, son finiti i portaborse”, conclusasi con il trionfo di quest’ultimi. Il tutto sintetizzabile nello spot pubblicitario dell’immobiliarista Carlino: “non vendo sogni ma solide realtà”. Noi vendevamo sogni; ed eravamo perciò destinati alla sconfitta…
Se ci riferiamo però alle nostre esperienze collettive, politiche e umane, il quadro cambia radicalmente. Qui i miei ricordi sono popolati di immagini. Che non riguardano me ma i luoghi e le persone che mi stavano intorno.
Via Conca d’Oro ( la notte a tagliare i fili che difendevano i terreni di una società immobiliare destinati a edilizia intensiva, oggi parco pubblico), l’Icar Leo, l’Apollon, la fabbrica tessile a Pietralata, il Pineto, Primavalle, Monte Mario, l’Acqua Traversa, Magliana, Ostia, le Torri della periferia est (dove la presenza e la capacità di dialogo dei socialisti impedì a molti di superare il confine che separava l’Autonomia dalla lotta armata). E poi tanti luoghi della regione Lazio – dalle montagne della Tolfa a Sant’Elia Fiumerapido, dove si creavano rapporti intensi basati su null’altro che il comune sentire.
E poi tanti compagni. Di molti ricordo il nome, di altri (le arterie son quelle che sono) non più. Perciò, per non far torto a nessuno, ne ricordo solo uno: Mauro Merli. Se, come avveniva nell’ottocento, fossimo stati vicini a una rivolta popolare, lui sarebbe stato l’unico in grado di capeggiarla: voce, slogan e, soprattutto, un’infinita generosità.
La nostra esperienza era stata il frutto di una intensa ma irripetibile stagione politica. Finita quella avremmo chiuso i battenti; e senza sentire il bisogno di una cerimonia di scioglimento.
Dopo, saremmo stati, come tutti, individualmente e collettivamente travolti dal riflusso. In un partito non più di correnti ma di “componenti”. Tutte diversamente craxiane. Tutte intente a guardare al proprio ombelico. E a gonfiarsi di tutto: soldi, incarichi, tessere, voti, affidando le sue fortune al leader e chiudendosi, per il resto, completamente al mondo esterno.
Una malattia mortale, quest’ultima. E una malattia ereditata in toto da quelli che furono chiamati a ricostruire la casa, dopo la catastrofe dei primi anni novanta.
Ed è proprio per questo che rimango convinto, a quarant’anni da quella data e in una fase in cui tutte le conquiste e i sogni del socialismo italiano sono stati buttati nel macero, che la nostra piccola esperienza di allora non sia stata vana.
Avremmo fatto o molto o poco; questo non so dirlo. Ma di una cosa sono certo: che quel tanto che abbiamo fatto l’abbiamo fatto non per noi ma per gli altri; per la nostra gente. Fedeli, in questo, alla vocazione di “partito di servizio” ereditata da Turati, Prampolini, Buozzi e Matteotti e perseguita sino alla fine degli anni settanta.
Essere socialisti; ma per gli altri. Qualsiasi progetto di ricostruzione dovrà per forza partire da lì.