TRUMP E KIM, UNA STRETTA DI MANO STORICA, FINO A PROVA CONTRARIA

DI ALBERTO TAROZZI

La festa appena cominciata pareva già finita, in quel di Osaka. Ma Trump non ha voluto perdere l’occasione per far parlare di sé.

E visto che i rapporti con la Corea del Nord erano pessimi, niente di meglio che girare alla stampa un’immagine da stupire le genti che di più non si sarebbe potuto. Una bella stretta di mano tra lui e il leader nordcoreano. Il fino a ieri nemico pubblico Kim Jong-un.

L’evento era stato preannunciato da una delle poche persone affidabili nel giro, il presidente pacifista sudcoreano Moon Jae-in: “I presidenti degli Stati Uniti e della Corea del Nord si stringeranno la mano per la pace a Panmunjom, il luogo simbolo della divisione”, aveva detto.

Detto fatto. Trump da Osaka, si è subito recato al confine tra le due Coree e lo ha attraversato in direzione nord, primo presidente nella storia degli Usa, insieme al collega Kim. Una passeggiatina a due e via, non senza aver prima dato un saluto alle truppe Usa presenti a Seul, tanto per ricordare che oltre alla pace esiste anche la guerra.

Se son rose fioriranno. Agli alti e bassi ci hanno abbondantemente abituati.

Se i due facessero dei passi avanti nella trattativa sul nucleare, vorrebbe dire che il summit di Osaka, almeno come pretesto, è servito a qualcosa.

Altrimenti poche cose ne rimarrebbero, tra le pagine chiare e le pagine scure. Un invito di Putin a Trump. Una chiacchierata, ovviamente storica, tra Trump e il leader cinese Xi. Nessun passo avanti nella difesa del clima. Qualche supposizione sul costituirsi di un asse a tre (Russia, Cina, India).

Soprattutto nessun passo avanti nella questione mediorientale, anzi, qualche passo indietro, visto che nella foto dei leader, al centro, in basso, troneggia Bin Salman d’Arabia.

Uno che tra Siria, Israele, Turchia e Iran potrebbe svolgere un ruolo centrale, magari di riconciliazione come quello di  Moon Jae-in. Peccato che finora si sia distinto per istigare Trump a minacciare Tehran. Oltre che per essere stato chiamato in causa per il “misterioso” assassinio del giornalista del dissenso Kashoggi.

Un particolare, quest’ultimo, che sembra peraltro non avere lasciato tracce nel suo curriculum di membro del club dei G20, tutto geopolitica e diritti umani.