IL DECRETO DIGNITA’ E IL SANGUE DI SAN GENNARO

DI MARIO SEMINERIO

In Italia, quando si parla di lavoro, c’è sempre la tendenza a produrre una propaganda malata e distorta, ben più che in altri paesi occidentali. Prendiamo i dati di maggio, pubblicati ieri da Istat. Sono dati in complesso positivi ma che pongono anche domande, per alcune evidenti “anomalie”, come l’apparente disconnessione tra mercato del lavoro e congiuntura. Malgrado ciò, la macchina della propaganda becera, quella che ben si attaglia al paese primatista mondiale di analfabeti funzionali e di Neet, ha trovato l’abituale amplissimo spazio.

Certo, avere la disoccupazione al 9,9% è preferibile che averla sopra il 10, come avrebbe constatato anche Max Catalano. Assai meno comprensibile è parlare di “soglia psicologica” del 10% di disoccupazione. Non foss’altro perché poi bisognerebbe spiegare cosa implica la violazione di questa famosa soglia.

Forse avere la disoccupazione al 9,9% è notizia tale da innescare uno shock positivo nelle aspettative degli agenti economici? In altri termini, con la disoccupazione al 9,9% le aziende avvieranno nuovi piani di investimento? Le famiglie premeranno sull’acceleratore dei consumi? Lecito dubitarne. Se le cose stanno in questi termini, non esiste alcuna “soglia psicologica” ma solo un numero e l’abituale retorica di matrice giornalistica.

C’è poi da dire che, in altra era geologica, prima che il Popolo Sovrano™ si liberasse dalla tirannia, ogni dato Istat indicante un aumento di occupati veniva accolto da una salva di riprovazione,con argomenti del tipo “eh, ma le ore lavorate sono poche, poche, VERGOGNA!”, oppure “eh, ma qui si conta anche chi ha lavorato un’ora a settimana, VERGOGNA!”, o anche “eh, ma tra gli occupati ci sono anche i cassintegrati, è tutta una finta, VERGOGNA!”, o anche “eh, ma l’Istat trucca i dati per compiacere il Potere, VERGOGNA!”.

Ora questa ammirevole iperattività di falsificazione metodologica pare dismessa. Il conteggio delle teste ha sostituito quello delle ore lavorate, è un trionfo, siamo ai massimi del tasso di occupazione dal 1977, inizio della serie storica, mica pizza e fichi. Segue l’immancabile canzoncina. “Merito del Decreto Dignità-ta-ta-ta!”

Anche i numeri di ieri non hanno fatto eccezione. Abbiamo avuto un sontuoso “comunicato” del Ministero del Lavoro, riccamente ingemmato di non sequitur che tra poco analizzeremo (si fa per dire). Intanto, qualche considerazione spicciola ed alcune domande.

In un anno, l’occupazione totale cresce di 92 mila unità, vale a dire dello 0,4%. Considerando che il Pil italiano cresce nello stesso periodo di uno 0,1% reale, ne consegue che la produttività continua ad affondare. Vero che servirebbe usare il numero di ore lavorate ma in prima approssimazione facciamoci bastare il numero di teste.

Che si può dire di un paese che produce più occupazione che prodotto? Che qualcosa non quadra, fosse solo una aberrazione statistica destinata a rientrare. Se invece si tratta di parte di un trend, diremmo che prosegue la marcia italiana verso la povertà.

Consideriamo poi che l’occupazione cresce anche nel resto d’Europa, e che in alcuni paesi siamo alla piena occupazione o a tassi di creazione di occupazione da vero record storico. Cosa c’è dietro questa situazione va indagato, ma continuare a credere che l’Italia sia una sorta di monade non comunicante col resto del mondo è caratteristico di una classe politica e giornalistica che passa il proprio tempo a guardarsi l’ombelico. Alla base di tutto c’è sicuramente anche l’ignoranza di un metodo di osservazione dei fenomeni economici e della loro interdipendenza.

Veniamo poi alla creazione di occupazione. La parte del leone la fanno, ancora una volta, gli over 50. Un déjà vu che dura da anni. Stiamo assistendo alla riattivazione di una coorte anagrafica? Da cosa è spinto, questo fenomeno? Le aziende puntano su lavoratori anziani, considerati affidabili e produttivi rispetto a quelli più giovani? Siamo sicuri? Non è che si tratta di ingresso nella coorte 50+ di lavoratori quarantanovenni, oltre che della permanenza sul lavoro di altri, per opera della legge Fornero? Attenzione a generare leggende metropolitane mediante ossessiva ripetizione di una narrazione.

E veniamo al Decreto Dignità-ta-ta-ta. Come procede la lotta senza quartiere al precariato? Quello che sinora sappiamo è che le aziende tendono a stabilizzare i lavoratori per esse più preziosi in termini di competenze. Il che vuol dire che per gli altri c’è un forte aumento di turnover precario. Quando va bene.

Di certo, il decreto dignità non produce nuova occupazione. Perché lo dico con questa certezza? Provate a riflettere: se un tempo determinato diventa indeterminato, c’è creazione di nuova occupazione? Ovviamente no. Cambia solo la natura del rapporto di lavoro. Eh.

Non solo: il decreto dignità ha forse ridotto il costo del lavoro?Ovviamente no, né quello a termine né quello a tempo indeterminato, di cui anzi è stata aumentata l’onerosità in uscita. E quindi, c’entra qualcosa il Decreto Dignità con questa anomalia di una creazione di occupazione senza prodotto? Ovviamente no.

E veniamo al trionfale comunicato di ieri del MinLavoro. In particolare a questo passaggio:

“[…] notevole effetto sui lavoratori più giovani, nella fascia di età tra 15 e 24 anni, con il tasso di disoccupazione che è sceso al 30,5%” (Radiocor, 1 luglio 2019)

Questa coorte anagrafica è piccola e anomala, eppure in molti la considerano una sorta di canarino nella miniera del mercato italiano del lavoro. A parte ciò, anche rallegrarsi di un tasso di disoccupazione di solo il 30,5% non pare da soggetti sani di mente ma qualcuno potrebbe ribattere che è sempre un miglioramento.

Io invece, che amo le imprese disperate, voglio sottoporvi un piccolo calcolo. Dunque, abbiamo la disoccupazione della coorte 15-24 anni in calo di un eclatante punto percentuale in un mese! “Di questo passo, in due anni e mezzo di governo del Cambiamento, l’avremo azzerata!”, diranno quelli tra voi più versati nelle previsioni.

E però, guardate i numeri: nella coorte 15-24 anni abbiamo 1,077 milioni di occupati, in crescita di zero nel mese. Avete letto bene: il numero di occupati di questa coorte è rimasto invariatonel mese. Poi abbiamo i disoccupati, calati in un mese di 14 mila unità. Ora, con un complesso algoritmo, visto che il tasso di disoccupazione è il quoziente tra disoccupati al numeratore e somma di occupati e disoccupati al denominatore, abbiamo 471/(1.077+471), che dà 30,4%.

E allora?”, diranno i miei lettori a formazione e vocazione umanistica. Allora, osservate che accade alla categoria “inattivi”: un aumento di 11 mila unità. Quindi, gli occupati non aumentano, i disoccupati scendono ma quasi della stessa misura aumentano gli inattivi. Il risultato finale è un calo del tasso di disoccupazione. Ma il numero di occupati non è aumentato.

Malgrado questa sconvolgente scoperta, abbiamo un ministero che riesce a parlare di “notevole effetto”. Di che? Delle macchie solari? Dell’effetto serra? Delle sostanze psicotrope disciolte negli acquedotti? Mistero. Il tutto al netto del fatto che parliamo comunque di campionamento statistico, non di una legge fisica. Ma non divaghiamo.

Che dire, quindi? Alcune cose:

  • La creazione di occupazione italiana eccede il tasso di crescita del prodotto reale. No buono;
  • La creazione di occupazione è un fenomeno comune a tutti i paesi europei, pur in presenza di un vistoso rallentamento congiunturale. Possiamo ipotizzare che le aziende considerino tale rallentamento come temporaneo, e quindi non ritengano -per ora- di dover ridurre gli organici;
  • In Italia, continua la crescita degli occupati over 50, tendenza che dura da molto tempo, all’incirca dalla legge Fornero. Queste persone si trattengono più a lungo tra le file degli occupati, gonfiandone la coorte;
  • Stendiamo anche un velo pietoso sul boom di cassa integrazione straordinaria, che spesso è solo disoccupazione mascherata, con buona pace del Mise, che ormai ha cambiato l’oggetto sociale in “produzione di tavoli di crisi”. Senza i numeri della Cigs tra gli occupati, che dati avremmo?

L’impatto del decreto dignità sulle tipologie contrattuali

Ed eccoci finalmente ad alcuni numeri, non opinioni. Si tratta di una pregevole elaborazione dei dati dell’Osservatorio Inps sul precariato, effettuata da Assolavoro e Datalabpubblicata oggi sul Sole. Si pongono a raffronto il periodo di vigenza del decreto dignità (da luglio 2018 ad aprile 2019, ultimo mese di disponibilità dei dati) e lo stesso periodo dell’anno precedente. Osservate.

Come si nota, abbiamo un aumento di contratti a tempo indeterminato che è pari al calo di quelli a termine. Abbiamo poi un forte aumento del ricorso al contratto intermittente (oltre 25 mila contratti in più), ed un boom delle prestazioni occasionali (a +40% e +52 mila contratti). Per contro, abbiamo il crollo del contratto di somministrazione, anch’esso colpito dal decreto dignità: nel periodo sono infatti aumentati i lavoratori somministrati a tempo indeterminato (staff leasing) di circa 30 mila unità, che rappresentano quindi un terzo del totale di indeterminati creati nel periodo, ma quelli a tempo determinato sono diminuiti di ben 96 mila unità.

Che significa, ciò? Che il Decreto Dignità pare aver spinto i contratti di precariato vero, soprattutto ai danni dei soggetti con meno competenze, danneggiando forme di flessibilità maggiormente tutelata come la somministrazione. A voi le conclusioni, mentre siete in fila a fare il trenino per festeggiare la nuova “soglia psicologica” del brainwashing estremo. Prossima tappa: il Decreto dignità che fa liquefare il sangue di San Gennaro. Restate sintonizzati.

 

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