Dite Ciciri

DI PAOLO VARESE

Palermo. Anno di grazia 1282. I francesi di Carlo d’Angiò, a cui il Papa aveva donato la Sicilia per ingraziarselo, senza tener conto della popolazione, avevano fatto razzie di viveri e stuprato le donne, come bottino di guerra e legittimo diritto. Dovevano salpare verso Costantinopoli per una ennesima crociata, ma l’isola offriva piaceri a loro negati oltralpe, dal cibo al sole era una terra di bengodi, e quei rozzi villici isolani non si ribellavano. Come potevano farlo? Pastori e pescatori contro un esercito, avrebbero perso senza dubbio,e  poi il Papa aveva sancito quella donazione, e che ci si ribella al Papa? Così, il lunedì della Pasquetta, un gruppo di ufficiali di Carlo, reduci da una notte di follie e bagordi, ubriachi e maneschi, passarono davanti alla Chiesa dello Spirito Santo e si presero alcune libertà di troppo con le donne all’esterno della Chiesa, che erano in attesa dei vespri. Uno di loro, tale Drouet, afferrò una donna e la palpò provando a baciarla, davanti al marito, contando sulla sottomissione, ma quel palermitano non accettò l’affronto, e tirato fuori il coltello pugnalò il militare. Fu il segnale della rivolta, i palermitani si unirono ed iniziarono la caccia al francese, nelle case, nelle chiese, nelle caserme. Ma volevano essere sicuri di uccidere solo i sudditi di Carlo, quindi ad ogni prigioniero chiesero di dire “ciciri”, impossibile da pronunciare per i francesi, e sterminarono ogni transalpino presente nella città. I siciliani, saputo della ribellione palermitana, fecero fronte comune contro l’esercito invasore, e consegnarono l’isola ad un nobile spagnolo, rinnegando il papato e gli accordi presi a loro discapito. Purtroppo quel sentimento di giustizia oggi è andato perso, ma forse un giorno qualcuno ricorderà la forza di un popolo che si è ribellato ad una decisione ingiusta.