JUAN LUIS ARSUAGA. CULTURA E RICERCA SONO LA RISPOSTA ALLA SOCIETÀ DEI CONSUMI

DI COSTANZA OGNIBENI

È uscita già da qualche tempo l’intervista rilasciata dal paleoantropologo Juan Luis Arsuaga al quotidiano El País. Un lungo colloquio in cui racconta la sua trentennale esperienza di ricercatore all’interno del sito di Atapuerca, a Burgos, una cittadina di neanche 180.000 abitanti situata a circa 250 km a Nord di Madrid, nella comunità autonoma di Castiglia e Leòn.
Una lunga carriera che lo ha portato a partecipare alla creazione del Parco Nazionale della Sierra de Guadarrama a Madrid, il quinto più grande della Spagna, a ricevere una cattedra all’università Complutense di Madrid, ma anche e soprattutto a scoprire resti fossili umani che gettano luce sulla storia dell’umanità: risalgono a 900.000 anni fa quelli rinvenuti nel 1994, quando si pensava che i primi stanziamenti europei fossero avvenuti mezzo milione di anni fa, o il pezzo mascellare ritrovato in Israele, a testimonianza dell’uscita dell’Homo Sapiens dall’Africa prima di quanto si pensasse. Scoperte che in qualche modo hanno riscritto la storia, aggiungendovi elementi fondamentali.
Un’intervista i cui toni mutano quando l’attenzione, dai suoi studi, si sposta su chi ne beneficia.
Perché siamo tanto attratti dall’antropologia?
“Perché siamo interessati alle nostre origini – afferma lo studioso – gli esseri umani vogliono sapere da dove veniamo e perché siamo qui (…). E questa curiosità è insita nella natura umana, i bambini che nasceranno nei prossimi millenni si porranno la stessa domanda”.
E poi prosegue con lunghe digressioni sulla nostra genesi, sul concetto di “razza” ampiamente smentito dal fatto di essere frutto di numerose contaminazioni, per poi concludere con l’affermazione che conoscere il passato ci aiuta a capire e valorizzare il presente, rendendoci più felici:
“Dico sempre che la vita non può essere lavorare tutta la settimana e il sabato andare al supermercato. Questa non è vita umana. Ci deve essere qualcos’altro, e questo qualcosa è chiamato cultura.”
Dunque, in tutto questo popò di informazioni, incuriosisce che, nel titolare l’intervista, si sia voluta porre l’attenzione solo su queste ultime affermazioni.
“La vida no puede ser trabajar toda la semana e ir el sàbado al supermercado”.
Capeggiano in cima alla pagina del quotidiano spagnolo le eloquenti parole, così chiare da non aver nemmeno bisogno di traduzione, e sono lì per dare un nome all’intero articolo, come se fossero queste la chiave di tutto il discorso. Ma l’intervista va ben oltre queste belle frasi, la costruzione del ragionamento è molto più articolata.
E allora, senza voler sputare sentenze sull’incapacità dei titolisti spagnoli, per comprendere meglio, occorre fermarsi e pensare che siamo nel 2019, nel bel mezzo di una crisi della stampa senza precedenti, e un piccolo specchietto per le allodole per far sì che l’articolo collezionasse i fantomatici “click” occorreva metterlo. Del resto, inutile negarlo, se si fosse intitolato “Il paleoantropologo Juan Luis Arsuaga ci racconta dei fossili umani di Atapuerca”, molto probabilmente ne avrebbe ricevuti meno.
E invece, laddove si racconta che oltre alla vita materiale c’è altro, ecco che al lettore occidentalizzato si drizzano le antenne.
Bisogni ed esigenze. Sembra che sottolineare questa importante distinzione sia cruciale in questo momento storico. E non si capisce se sia una forma di resistenza a una società sempre più raziocinante che mette in mano ai computer gran parte del proprio operato, o una risposta a quella sensazione che manchi qualcosa a questo “maschio bianco etero” tanto rivendicato.
Certo è che “Lavorare tutta la settimana e il sabato andare a fare la spesa” risulta piuttosto riduttiva come descrizione di quel meccanismo che ci sta lentamente fagocitando, che agisce a nostra insaputa e di cui siamo pienamente convinti di essere padroni. E non è complottismo, non è bieco rifiuto del progresso con l’invito a tornare alla natura e a nutrirci di bacche. È semplice constatazione del reale, avallata, oltre che dalla necessità di ricorrere a un titolo del genere per ottenere interesse, anche dal modo in cui l’uomo moderno vive il proprio tempo libero. È risaputo che è proprio nei momenti di non lavoro, durante le vacanze estive, ma anche nel weekend, che escono fuori quelle forme di malessere messe a tacere dal tran-tran della giornata lavorativa. Quello stress di cui tanto ci lamentiamo, è in realtà un ottimo scudo che protegge da quanto si scatena nel momento in cui ce ne liberiamo: depressioni, attacchi di angoscia, ma anche liti familiari, divorzi, aumento delle violenze, episodi di stalking (si leggano ad esempio i dati forniti da Maria Luisa Missiaggia, avvocato e presidente della onlus #Perteuomo). Se davvero la situazione non ci stesse sfuggendo di mano, non sarebbero i weekend e le vacanze estive il coacervo di tutte queste forme di malessere.
Dunque, prosegue il paleoantropologo, musica, arte, bellezza per nutrire quell’altra parte di noi sempre trascurata, sempre bistrattata. Medicine per la mente da somministrare, tuttavia, con un intento di ricerca – questa la vera chiave dell’articolo – ove la visita al sito archeologico o il rapporto con l’opera d’arte non siano finalizzati a un altro modo per occupare il tempo libero, ma vi si approcci sullo sfondo di una ricerca ben più vasta su noi stessi.