LE RIVOLUZIONI FISCALI CHE AIUTANO I RICCHI E DANNEGGIANO TUTTI GLI ALTRI

DI GIOVANNI FALCONE
 
Un mio vecchio amico, defunto da qualche anno, era solito ripetere che per mettere soldi da parte, per realizzare un sogno inseguito da tempo, non serve guadagnare molto, ma è sufficiente eliminare gli sprechi, il superfluo, attraverso una generalizzata riduzione delle spese.
Il concetto dovrebbe essere applicato nella nostra vita corrente a tutti i livelli e dovrebbe valere, soprattutto per i ceti sociali medio alti, quelli più abbienti ovvero quelli che hanno più risorse disponibili.
Da noi, da anni, in concomitanza di campagne elettorali, si è soliti tuonare sulla riduzione della pressione fiscale e lo si dice quasi se fosse una intimazione, una minaccia: meno tasse per tutti.
E’ uno slogan che funziona sempre, in ogni epoca e chi lo dice guadagna consensi in misura esponenziale, anche se, mai nessuno osa precisare da quale pozzo andranno a recuperare i mancati introiti dell’agognata riduzione della pressione tributaria per assicurare i servizi essenziali come sanità, scuola, sicurezza, trasporti etc.
Il nostro vice premier e Ministro degli interni, per esempio, grande estimatore della politica fiscale americana, ad ogni pié sospinto va ripetendo che attuerà nel nostro Paese una rivoluzione fiscale: la flat tax o tassa piatta, oggi preannunciata al 15%.
Al netto dell’obbligo costituzionale della progressività impositiva di cui all’art.53 della nostra bibbia , nel mentre la tassazione è aumentata dello 0,4%, hanno provveduto a liberalizzare la pressione tributaria sul territorio a cura degli Enti locali.
Un ossimoro che nessun giornalista si permette di far notare, proni come sono ad assecondare il potere per definizione.
Il fisco a stelle e strisce
L’esperimento in campo fiscale avviato con l’era Trump alla guida della più grande democrazia del mondo, gli Stati Uniti d’America, è stato quello di aver varato un taglio delle imposte sui profitti aziendali dal 35 al 21 per cento. Per quanto non erano moltissime le aziende che pagavano il massimo cioè il 35%, gli effetti sulla economia reale sono stati immediati: a fronte dei 264 miliardi di dollari incassati dall’erario americano nell’ultimo trimestre 2017 (vecchio regime) si è passati ad appena 146 nel 1° trimestre del 2018.
In pratica, ha quasi dimezzato gli incassi della macchina pubblica, sfatando lo slogan demagogico e populista secondo il quale, abbattendo la riduzione fiscale si riduce l’evasione fiscale e si aumentano gli investimenti sul territorio.
Fino ad oggi, con questo trend, anche secondo le valutazioni di alcune accreditate agenzie di rating come Moody’s o Morgan Stanley, quello che aumenterà sicuro è il deficit della spesa pubblica se si vuole continuare a mantenere il livello di spesa.
In pratica, la riduzione fiscale operata, invece di incentivare le assunzioni, gli investimenti in attrezzature, ricerca e sviluppo da parte delle imprese, si è pensato ad alleggerire la propria posizione debitoria verso il mercato, riacquistando azioni proprie (buy back), con il fine ultimo di rafforzare il capitale anche nella previsione di un futuro incerto.
Anche questo potrebbe essere stato un segnale di poca fiducia nella politica strutturata verso l’impresa: ogni mondo è Paese e l’incertezza in questi casi può sempre fare la differenza.
Conclusioni
Nelle more di assistere alla nostra rivoluzione fiscale, questo primo test oltre oceano sembra aver facilitato la vita ai ricchi, anzi che dico ai paperoni a nove zeri, senza alcun beneficio per la collettività.
A pensare a questa esperienza americana, ancora di più mi convinco che l’anatema del mio amico sia sempre valido e che ogni rivoluzione fiscale deve passare da una preliminare e fondamentale riduzione della spesa pubblica.
Uno Stato che deve pensare a tutti, in particolare agli ultimi ai quali deve assicurare almeno l’indispensabile e deve far funzionare la macchina pubblica, non può di soppiatto e dalla sera alla mattina rinunciare al 50% delle proprie entrate senza colpo ferire.
Se così è, pensiamoci bene, perché questo tipo di rivoluzione costa molto e non vorrei che a pagarle siano sempre i soliti: i pensionati a 1500 euro e le generazioni future come è sempre stato da una ventina di anni a questa parte.